Le donne. Lo so che parlare delle donne
è come camminare scalzi per casa senza le scarpe (non vuol dire un cazzo, ma mi
piace, voi pensavate ai carboni ardenti?). Quando un fesso come me, che usa
panchine e stupidaggini per argomentare ogni nefandezza della mente cercando di
dare un significato al mondo reale, dovete stare calmi, tanto non è vero
niente. Comunque, quando si parla di donne sei in quella fase che si può
dividere in tre tipi (giusto per dare un numero alle mie cazzate): quelli che
ne hanno molte, quelli che ne hanno una e quelli che non scopano da molto
tempo. Lascio a voi decidere la mia categoria, non è difficile farlo. Faccio
una premessa: una cosa che mi disturba sono gli uomini che danno il loro
biglietto da visita. L’ho fatto anche io, purtroppo. Ricordo con affetto
sincero, quel periodo tra la fine degli anni 80 e inizio anni 90, quando cadde
il muro di Berlino, e non c’entra un cazzo, ma ci arrivo dopo, quando io e un
mio carissimo amico andavamo a farci biglietti da visita con su scritto, prima
del nome e cognome, quelle sigle ad effetto: Ing., Geo., Rag. e così via, noi
che a malapena avevamo conseguito la terza media. La cosa sconcertante era che
funzionava, e questo resta ancora un mistero, sta di fatto, che ottenuto
l’appuntamento, mi presentavo con una fiat 128 verde ramarro per non dire
tamarro, che non aveva un effetto immediato di piacere per chi doveva salire su
quel concentrato di lamiere messe a cazzo. Infatti, lei mi chiese:
- Non mi vorrai dire che questa è la tua
macchina?
- No, è quella di mia madre, la mia è
dal meccanico.
E fino a qui, la tattica sembrava
funzionare, il peggio arrivò quando mi chiese:
- Che macchina hai, quindi?
- La fiat regata!
Ecco, io ero convinto di aver fatto un
figurone, in realtà feci tutt’altra figura.
E andammo al cinema come quelli che
speravano fosse già la via di ritorno.
Il film fu “il cielo sopra Berlino” di
Win Wenders ed io mi addormentai come un ghiro idiota, dato che non ci capivo
un accidente, mentre lei mi guardò sconsolata sapendo che ero un emerito
deficiente. (Ecco perché ho fatto il riferimento del muro di berlino, perché
crollò quel muro di falsità da ingegnere, e con loro anche la Regata, che per
fortuna non ne ho mai avuta una).
Ora, tornado al biglietto da visita e ai
tempi attuali, trovo terrificante quel passaggio veloce, perché lei sta
immediatamente pensando questa considerazione:
- Che coglione! (pensatela a denti stretti,
mi raccomando)(Ah, 9 volte su 10 non vi chiama… va beh la percentuale è più
bassa, ok)
Io volevo parlare di donne e mi metto a
parlare di biglietti da visita, mah… Chissà dove voglio andare a parare… diciamo così…
Se vuoi veramente quella donna sarebbe meglio
che te la vai a prendere!!!
Messa così sembra semplice, ma è lei che
ti da la chiave di lettura anziché un cazzo di volgare biglietto da visita.
E quale sarebbe questa chiave? Va beh,
adesso ci penso… Ok, ve lo confido!
Quando fa una cosa molto semplice, bella,
involontaria e spontanea: “quando ti tocca la mano”, non per stringerla come un
saluto, quando te la sfiora e ci rimane per qualche secondo, quei cazzo di
secondi che superano il tempo, come una vibrazione epidermica che ti trasmette
solo immagini che riguardano te e lei e nessun altro, un libro aperto di parole
nuove, di pagine da annusare, del rumore della carta che è la sua pelle,
dell’immensa biblioteca che è il suo corpo.
- Sai, credo di aver capito le donne!
- Allora devi ricominciare da capo!
(Il venditore di incipit)