domenica 15 giugno 2014

Spicchio di sole


Uno spicchio di sole filtrò tra le cime buie
un raggio colpì la tua fronte come un laser
una goccia marrone appesa tra le rughe
divenne uno spruzzo d’acqua calda d’un geyser.
Volevo solo che mi stessi addosso
che mi lasciassi le tue bucce
gocce d’arancio spremuto rosso
che scendono lievi tra le tue trecce.
Mi alzai dal letto e andai a lavarmi il viso. Mi guardai allo specchio e sentii in lontananza una voce simile a un risveglio.
- Dove sei?
- A volte lo dimentico.



giovedì 12 giugno 2014

Il Gran Paradiso


Andai al Gran Paradiso perché il Paradiso non mi bastava. Iniziai la salita nella selva oscura, piano piano, con giudizio, un passo alla volta. Trovai un cartello che indicava il vallone del Roc e non m’importava se mancava una kappa alla fine. Poi vidi un altro cartello che indicò anche un Gran Piano, e pensai che forse in quei luoghi si facesse della buona musica elettrica e sinfonica, o viceversa. Trovai, durante il cammino, chiazze di fiori gialli sulla pelle della montagna, sembravano dei puntini sparsi, mi guardai intorno e non vidi dermatologi pericolosi che prescrivevano pomate al cortisone. Quando arrivai in cima vidi l’inverosimile nel vallone del Roc-k. Jimi Hendrix accordava una chitarra sulle note di “Foxy lady” con una canna in bocca. Lou Reed era fermo nella posizione numero otto del Thai chi – così mi disse lui in seguito – con una canna in bocca e Wallace teneva in mano un libro di Julio Cortazar e pescava sulla rive di un torrente dove John Lennon era intento a surfare controcorrente come i salmoni, anche loro con le canne in bocca: John, Wallace e i salmoni. In lontananza, nel Gran Piano, vidi un uomo che suonava una musica soave col pianoforte e una canna in bocca. Quando Jimi mi vide esclamò:
- Ciao Straniero, come butta?
- Insomma! – risposi.
- Vuoi fare un tiro?
- No, grazie ho già problemi di deambulazione.
Jimi scosse la testa e si rivolse a Lou.
- Ehi, amico! Ma tu l’hai mai sentito “deambulazione?”
- No! Ma credo si riferisca al camminare o qualcosa del genere.
- Dovremmo scriverci una canzone con il verbo “Deambulare” che ne dici?
- Figo! Potrei rifare la canzone:”Deambulare on the wild side”
E risero come due cavalli.
Mi avvicinai a John per capire come facesse a stare sul surf controcorrente, Wallace mi spiegò che Gesù Cristo gli aveva appena dato lo stupidario per camminare sull’acqua. Quando andai dal pianista, mi avvicinai, e senza toccarlo gli dissi:
- Sei bravo!
Wallace allora mi urlò a squarciagola:
- Non ci sente, quello, amico!
Certo che per essere sordo suonava da Dio, pensai.
Da una caverna uscì Janis Joplin che gracchiò ad alta voce:
- A tavola!
Arrivava un ottimo profumo di selvaggina, e dato che ero il più vicino, entrai per primo. Vidi Janis e Whitney Houston che litigavano come due ossesse:
- Senti, fottuta ubriacona, quante volte ti ho detto di non mettere il pepe.
- Ma pensa per te, tossica del cazzo, che metti il rosmarino.
Quando arrivarono tutti, le divisero, dato che si stavano quasi per mettersi le mani addosso.
- Ma chi ce l’ha mandata questa? – chiese Janis – ha sempre fatto solo musica di merda.
Ma John con quella calma divina disse:
- Senti, a Dio piace, punto.
Rosicchiammo in silenzio tutto quel ben di Dio, quando Jimi, col cibo ancora in bocca e il calice di vino in mano, mi chiese:
- Ma chi saresti tu?
- Il venditore di incipit.
- Ah! – risposero tutti all’unisono e ripresero a mangiare e bere.
Dopo cinque minuti Lou interruppe il ruminare collettivo facendo una considerazione e poi una domanda delle sue:
- Deve essere figo, sta roba qua, no Wallace?
Wallace staccò l’ultimo pezzo di carne dall’osso e rispose senza tanti fronzoli.
- Ascolta Lou, è merda! Credimi, solo merda.
- Perché? – incalzò ancora Lou.
- Perché, perché, perché… - disse alzando gli occhi al cielo, poi rivolgendosi a me mi domandò:
- Dimmi un po’ ragazzo, sarai mica uno di quelli sfigati che scrivono storielle brevi su facebook?
- Beh, sì…
- E poi ti aspetti che un sacco di gente ti metta un “mi piace”?
- Beh, oddio, sì…
- Vedi Lou, è solo merda! Ma ti pagano?
- Beh, no…
- Senti bello, perché non te ne vai a fare in culo.
John intervenne a calmare gli animi e le anime, e chiese, giusto per cambiare discorso:
- E Beethoven?
- Se non lo andate a prendere… grandissime teste di cazzo! – gracchiò ancora Janis.
Chiesi cortesemente se potevo andare io a chiamarlo, e tutti risposero all’unisono così:
- Bravo!
Quando arrivai Ludwig suonava così bene che mi sentii sollevato da terra e nel cuore. Lo presi sottobraccio e lui non fece una piega. Gli chiesi per tre volte se lui fosse veramente Beethoven e lui mi rispose per tre volte: “Eh?”.
Me ne andai nel pomeriggio, dato che dormivano tutti. Wallace fu l’unico ad alzare un dito medio verso di me, nel dormiveglia, come un semplice saluto, e esclamò:
- Dai che magari ti chiedo l’amicizia su facebook e ti metto anche io “mi piace” sulla tua merda.
- Sarebbe un onore!
- Ma va a cagare va!
Uscii lentamente per non disturbare e scesi dall’altra parte della vallata. Arrivai in un paesino di case in pietra e vidi il cartello con su scritto “Macondo”. Questa città mi ricordava qualcosa, soprattutto perché non c’era il cimitero. Mi scambiarono per uno zingaro e quando mi chiesero cosa facessi, io risposi come al solito:” venditore di incipit”. Dopo alcuni minuti arrivò di corsa un tizio che poteva sembrare il capo villaggio, con accanto una donna che poteva sembrare sua moglie. Si presentarono come José Arcadio Buendia e Ursula. Lui era al settimo cielo. Voleva conoscere a tutti i costi il significato di “incipit” ed era disposto a spendere l’impossibile per averne grandi quantità. La moglie era diffidente e mi chiese:
- Mi scusi, cosa sono gli incipit?
- Inizi!
Il marito esplose di gioia.
- Vedi che siamo ignoranti come le capre. Laggiù c’è un mondo che va avanti…
Ursula mi offrì un bicchiere d’acqua e mi chiese ancora:
- Quanto ci hai impiegato ad arrivare fin qui?
- Cent’anni, più o meno…
- Ah, ecco! Ne hai fatta di strada ragazzo!
Infatti ero salito molto in alto.
- Ma scusi… - chiesi io.
- Dica…
- Ma non ci sono panchine da queste parti?
- Cosa sono le panchine?
Arrivò José gridando dalla cucina:
- Panchine, panchine,  panchine, dobbiamo farle! Cosa sono?
Mi accorsi solo in quel momento che nel Gran Paradiso, a Macondo, mancavano le panchine e decidemmo di farle.
Quando ne facemmo una decina, José ebbe l’ardire di chiedere:
- A cosa servono?
- A sedersi!
- Figo!



lunedì 9 giugno 2014

Solitary man


Camminava per la strada delle panchine e delle puttane. C’era un caldo secco che si attaccava alla pelle e le sue espadrillas erano quasi consumate dall’asfalto ruvido. Nel cielo lampi in lontananza che segavano la notte, luci che volevano semplicemente prendere a pugni il buio. Aveva una sorta di lenzuolo di canapa addosso e un’altra canapa in mano. Andava per la sua strada. Un lampeggiante dietro di lui fece in modo di accompagnare i fulmini verso il bordo della strada.
- Mi scusi, dove va a quest’ora?
Erano le tre del mattino.
- Sto facendo il giro del mondo.
- Uno che fa il giro del mondo dovrebbe avere uno sponsor.
Non aveva previsto questa illuminante considerazione.
- Mi può favorire i documenti?
- Non li ho mai avuti.
- Avrà un nome…
- No!
- Una casa?
- No!
- Quindi, lei se ne va bello bello in giro vestito così, senza nulla.
- Sì!
- Non va mica bene?
- E cosa ci sarebbe di sbagliato?
- Non è normale.
- Ah, strana sta cosa…
- Perché?
- Perché quando ho attraversato il deserto non c’era gente come voi che mi faceva queste domande!

 

Sedie

- Ma tu li hai mai capiti, sti qua?
- Perché?
- Ci portano qui e si siedono là!
 


sabato 7 giugno 2014

Nulla


La presi tra le braccia e la portai da me. Erano passati secoli da quando non portavo a me una calda, profumata, limpida e morbida straniera. Era un cuscino da una lunga chioma come un veliero in viaggio verso una terra promessa. Con una delicatezza che non conoscevo la feci librare nell’aria addormentata. Non avvertivo alcun peso nella mia rotazione leggera cullata dall’impercettibile rullio del sangue che scorreva. Ogni battito era una musica rombante di indigeni nella danza della pioggia. Niente dava l’impressione di un combattimento tra soldati in guerra, solo schiaffi docili che assomigliavano a innumerevoli carezze. La posai sull’erba e la baciai al confine delle labbra. Lei si svegliò e anche l’aria. Aveva gli occhi di una civetta e il sorriso di una farfalla.
- Che succede?
- Nulla!

Le bisbigliatrici


Quando mi sedetti accanto a loro ebbi la sensazione che a loro, non importava un fico secco che io mi fossi seduto. Parlavano sottovoce e sussurravano parole e frasi che per me erano inconcepibili. Quando tentai di avvicinarmi con l’orecchio per sentire meglio, l’unica onda sonora che usciva dalle loro bocche era simile al sibilo di un pallone che si sgonfia lentamente o quel suono veloce di vetture di formula 1 che senti solo quando guardi un Gran Premio alla televisione. Devo essere sincero, seppur nel loro linguaggio onomatopeico, queste due ragazze non stavano assolutamente parlando male di qualcuno, lo si poteva capire dalla loro postura, da un certo sorriso graziato e da occhi spalancati sull’attenzione. Erano regolari, c’era una sorta di par condicio tra loro, non avevano quel vizio maleducato di interrompere il discorso di un altro che ha la maggior parte della gente. Una, leggermente più rigida, teneva sempre le mani giunte chiuse tra le ginocchia e dava l’impressione che si stesse stirando i muscoli delle braccia, l’altra, molto più abbandonata anima e corpo alla forza di gravità, invece, teneva le mani sulle ginocchia e fissava in lontananza quasi in cerca di risposte a nessuna domanda. Non si scomposero mai, e tra i sibili e suoni veloci, secondo me, potevano passare dal parlare tranquillamente di Baudelaire e del suo rifiuto dei moduli parnassiani della poesia al montaggio preciso e dettagliato di un mobile dell’Ikea, senza riderci troppo sopra e senza sfoderare un faccia troppo seria. Sta di fatto che, le bisbigliatrici – nome che mi sono permesso di attribuire a loro – vivevano in un luogo a me sconosciuto malgrado mi fossero accanto. Per attirare l’attenzione feci finta di tenere un giornale in mano e, come un mimo da quattro soldi, leggevo le notizie bisbigliandole tra me e me. Dovevate vedermi con le braccia tese in avanti a reggere l’aria, con la testa che si spostava da sinistra a destra,  assomigliavo a quei matti di Collegno interpretati in passato da Totò e Macario. Comunque, riuscii nel mio intento, interruppero il Gran Premio come se fossero al pit stop e si misero a leggere anche loro. A un certo momento feci finta di girare pagina e loro all’unisono, sorprendendomi, mi dissero:
- Aspetta, aspetta…
Deglutii un po’ di saliva e chiusi l’invisibile giornale quasi turbato. Feci finta di arrotolarlo e di buttarlo via, poi dissi con decisione alle bisbigliatrici, che forse mi stavano prendendo per i fondelli, le seguenti parole, che erano più di sfida che di convinzione:
- Care ragazze, mi spiace per voi, ma il giornale era quello di ieri.
Loro, sempre all’unisono, sorrisero con grazia e mi risposero con cortesia:
- Oh oh oh non si preoccupi, non siamo ancora arrivate a bisbigliare del giorno d’oggi.

martedì 3 giugno 2014

Fermata


Un manifesto sorride perché loro sorridono sempre. Un telefono sul muro per sole chiamate non squilla. Una donna con due borse riflette su quello che ha racimolato. Due amanti si scambiano carezze e si parlano sulla fronte, formando inconsapevolmente un cuore seduto. Un uomo si nasconde sotto un giaccone perché non vuole rivelare la sua faccia neanche al cestino che gli sta accanto. Due pilastri sorretti da una catena si tengono per mano, e un’altra catena tiene legato il bordo della foto perché non cada. Qualcosa tiene uniti tutti. Qualcosa li tiene fermi ognuno al proprio posto: un mezzo. Presto giungerà, dato che è già arrivato il suo vento e il suo rumore. Tra pochi minuti non ci sarà più nessuno, resteranno solo le cose appoggiate al muro.
Suona il telefono. Tutti rimangono a guardarlo. Si alza uno sconosciuto che era dietro al pilastro e risponde incredulo.
- Pronto!
Probabilmente una voce dall’altra parte della cornetta dice qualcosa.
La persona si rivolge a tutti e chiede:
- Qualcuno vuole parlare con Dio?


http://youtu.be/YkADj0TPrJA