giovedì 3 luglio 2014

Angelo



Il sole era già caldo nella luce del pomeriggio di luglio. I pensieri andavano e venivano lentamente. Il caffè catturò il profumo dell’aria e la casa ventilava di proiezioni future. Sapere come fosse possibile sbloccare gli ostacoli, era la visione predominante di chi girava col cucchiaino lo zucchero nella tazzina e si accendeva un’anonima sigaretta. Forse tutto era all’interno di parole dette a casaccio, senza alcun senso, o forse era il silenzio di una casa dove qualche fantasma gli stava urlando l’alchimia necessaria. Ma come si ascolta un angelo che ti urla sulla faccia? Finì il caffè a piccoli sorsi e anche la sigaretta a piccole tirate. Accese della buona musica dallo stereo e si mise a leggere un libro sconosciuto.
- Mi senti? – chiese l’angelo invisibile.
- No!
- Perché?
- Perché ce la faccio da solo!





martedì 1 luglio 2014

Tracce


Si persero le tracce. Camminava sospeso a un centimetro da terra.
Si persero le tracce. Camminava anche al contrario con i piedi rivolti al cielo.
Si persero le tracce. Perché volava di traverso.
Le sue impronte erano visibili solo da occhi indiscreti.
Si persero le tracce come si perde la ragione.
Si persero le tracce come si suole dire.
Era sparuto e per certi versi sparito per il suo aspetto emaciato per non dire pallido come la luna bianca in una notte nera come il carbone spento.
Si persero le tracce e non c’era nessuno che avesse verificato attentamente i suoi eventuali passi da gigante o quelli più lunghi della gamba.
Niente orme. Nessuna erba calpestata o contorni di fango lasciati dopo il diluvio imprevisto.
Si persero le tracce e fece le domande.
- A chi vuoi bene, enigmatico uomo, di’? A tuo padre, a tua madre, a tua sorella o a tuo fratello?
- Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.
- Ai tuoi amici?
- Adoperate una parola di cui fino a oggi ho ignorato il senso.
- Alla tua patria?
- Non so sotto che latitudine è posta.
- Alla bellezza?
- L’amerei volentieri, dea e immortale.
- All’oro?
- Lo odio come voi odiate Dio.
- Eh! Ma allora cosa ami, straordinario straniero?
- Amo le nuvole… le nuvole che vanno… laggiù… laggiù… le meravigliose nuvole!
(Dialogo finale da un poemetto in prosa de”Lo spleen di Parigi” di Charles Baudelaire)

venerdì 27 giugno 2014

Ci vediamo!

E non c’era, già, non c’era.
Se lo avessi saputo prima che non ci sarebbe stata, me ne sarei stato a casa, tanto pioveva! Ma invece ero sicuro che l’avrei trovata lì, che beveva un drink e fumava una Camel light o qualcos’altro di light.
Certo, mi disse l’altra volta, ci vediamo!
A me sembrava potesse essere questa sera sto ci vediamo, o almeno, che non passasse troppo tempo da quell’altra occasione dove ci vedemmo per la prima volta. Eppure una vocina mi diceva, vai! E io ci sono andato.
Attesi, senza fretta, anzi speravo già di trovarla lì al mio arrivo, che attendeva me, dato che non ero partito così presto come faccio spesso quando non ho da incontrare nessuno.
Presi il mio drink. Mi accesi un paio di Merit, senza esagerare, col cellulare in mano, internet o quelle robe lì, per prendere tempo.
Ero assorto a bere, fumare e smanettare sul touch screen, ma non me ne fregava un cazzo, perché non vedevo l’ora che lei da un momento all’altro si materializzasse.
Passò mezzora e non era successo nulla, anche se non era ancora tardi ma neanche presto. Non ricordavo quando accadde l’altra volta che ore fossero. Mi sembrava più tardi di adesso, ma non ne ero sicuro, non ero sicuro di niente, e smanettavo, e il drink era finito e ordinai una birra: più leggera, dissetante e meno impegnativa. Sbuffavo! Salutavo distrattamente gente che arrivava e ci parlai poco, per l’eventualità assai probabile del suo imminente arrivo. C’era il rischio contingente del cagacazzo che mi poteva parlare del più e del meno, con atteggiamento logorroico, di chi non molla su nessun concetto, senza che gli avessi mai dato corda, anche se lui la poteva tirare, per le lunghe, la corda.
E se lei malauguratamente fosse passata in quel momento e mi avesse guardato, e magari avesse alzato le spalle, e avesse deciso di andarsene, dato che io non ero libero di svincolarmi, perché questo era solo all’articolo 3 della costituzione, che a me non me ne fregava un cazzo? Non me lo sarei mai perdonato! Così parlai poco e chiusi ogni conversazione subito, per non dovermi trovare impreparato nell’eventualità della sua venuta improvvisa e per certi versi imprevista, che poi imprevista non era, dato che l’altra volta, non tanto tempo fa, mi disse con convinzione, ci vediamo! Ah, bella e quando cazzo arrivi?
E non le chiesi il numero di telefono, l’altra volta, porca puttana! giusto per capire se per lei, questa sera, poteva essere la sera del ci vediamo! Ma tanto non l’avrei chiamata perché la vidi solo una volta e non era carino chiedere subito il numero di telefono, per cosa poi? Mandarle un messaggio? Troppo vigliacco il messaggio, meglio la telefonata a questo punto, anche se sarebbe stato troppo invadente e prevedibile, solo per soddisfare la mia necessità di non uscire, nell’eventualità che se lei avesse avuto un impegno e non sarebbe potuta venire, io mi evitavo un viaggio inutile. Certo che mi sarei risparmiato la strada, il bere, fumare, ma soprattutto sto cazzo di smanettare.
Era passata un’ora, cazzo. Erano passate due ore, merda. E niente, il tempo era volato, i pochi rimasti si alzarono e se ne andarono, i tavolini e le sedie vennero riposte contro il muro e chiuse con una catena e un lucchetto, particolari di poco conto, dettagli che però osservai attentamente, dato che mi ero rotto il cazzo di smanettare, bere e fumare. Le luci si spensero, la pioggia riprese a cadere, e mi accorsi di aver finito le sigarette e la pazienza, quando, all’improvviso, nel buio totale, in un’ora ormai tarda, mi resi conto, con assoluta lucidità, di aver sbagliato locale.

giovedì 26 giugno 2014

Intrattenimento


Usava il passato come passatempo. Pensieri orizzontali e verticali a schema libero. L’enigma era trovare gli incroci tra le caselle. Si mosse intorno e non si guardò neppure, aveva solo un punto dove concentrare il suo mondo. Il corpo si mise a contorcersi lievemente e si pose a terra come un filamento di lino abbandonato sull’erba. Prese contatto col terreno e coltivò la soluzione. Risolse l’intreccio e lo cancellò dalla memoria: la sua e quella delle circostanze. Riprese forma col respiro e diede sfogo al cuore di condurre la sua recita. Era nudo malgrado fosse vivo. Gli occhi si aprirono perché forse stavano socchiusi come persiane che non si spalancano da giorni. Fece un lento balzo in avanti rotolando raggomitolato, e scavalcò il filo sottile che lo legava al principio dei suoi tempi. Corse tra le betulle bianche sbattendoci le braccia, trovando una scorciatoia aperta alla sua disputa. Tolse ogni cosa e si librò nell’aria, lasciando frammenti di atomi indivisibili a mischiarsi con le lucciole sul grano.
- Che fai? – chiese il sole notturno.
- Intrattengo!
- Cosa? – chiese una luna spenta.
- Lo scricchiolio grezzo del rischio.
- Che cazzo vuol dire? – disse una voce fuori dal coro.
- Niente, mi è uscito solo questo.
Si spensero le luci e rimasero solo gli innumerevoli occhi accesi degli spettatori assenti.



venerdì 20 giugno 2014

Mi sono appropriato del tuo amore nella notte d’inizio estate


Mi sono appropriato del tuo amore nella notte d’inizio estate. Me lo sono preso come un ladro mascherato di nero che lasciava agli occhi l’unica via d’uscita. Un labirinto dove perdersi, noi catene di anelli deboli che si staccano per cercare nuove stanze dove riposare. Ti ho lasciata libera di mentirmi perché era necessario, nessuno può contenere troppa verità, il rischio è che si resta in quella onestà difficile da sopportare, dato che il miglior aiuto avviene dietro un sottile tradimento necessario, per rinvigorire quello sguardo vitale che hanno i nostri visi quando si specchiano.
Mi sono appropriato del tuo amore solo per sentirmi vivo in questa estate fatta di raggi e ombre. Se cammino per le vie deserte di una città è solo per vedere porte e finestre chiuse, nella solitudine di un respiro di un cane che ha sete. Non ti troverò perché è molto più gratificante cercarti tra i mercati e le vie di sconosciuti che passano, dove non mi giro neanche a guardarli perché non esistono
- Mi sono appropriato del tuo amore…
- Si chiama Pietro!
E io che mi chiamo con un altro nome.

http://youtu.be/5V430M59Yn8
 

giovedì 19 giugno 2014

La pianta


Ebbene sì, sono una pianta. Sono incastonata nel cemento tra due panchine di solitarie presenze. In fondo potrei essere parte del mare e di quei rilievi lontani tra nuvole minacciose pronte a scatenarsi e a darmi un po’ di sollievo. Sono secca perché mi tengo in forma, ogni tanto il vento muove le mie braccia e potenzia i miei muscoli fino alle radici. Osservo qua e là la gente che si siede e si alza, che passa e non torna. Conosco ogni loro pensiero e m'invade quello del dolore ma anche quello frivolo della leggerezza gioiosa del bambino che corre. Ah, io me ne sto ferma qua. Vorrei spostarmi, ma desisto, molto meglio affondare i miei piedi al centro della terra, giusto per capire come si possa camminare sui carboni ardenti. Allora, volete dirvi qualcosa?
- Mi scusi?
- Dica!
- Posso dirle qualcosa?

mercoledì 18 giugno 2014

Elena


Mi sedetti accanto come faccio di solito. La panchina era fresca malgrado mancasse poco al solstizio d’estate, e lei stava in attesa di qualcosa che potesse dare un senso alla nuova stagione.
- Non pensi, che a volte, quello che fai non basta? – mi chiese senza tanti giri di parole.
- Sì, quella sensazione di non raggiungere… - risposi forse girandoci intorno.
Aveva un viso di chi è a disposizione, di chi ha sempre qualcosa da offrire, di chi correrebbe in ogni circostanza e di chi è sempre pronta per una carezza. Nei suoi occhi c’era la sua capacità di non disturbare, di non lamentarsi, di essere assente per lasciare campo aperto agli altri. Era un’ottima spalla, nel vero gergo teatrale, sapeva far emergere il talento di chi gli stava vicino e offriva con cortesia la sua energia fino a scaricarsi. La sua generosità era palpabile e io la percepii dato che in pochi minuti mi sentivo meglio. Il suo silenzio era decisamente un toccasana. Ebbi l’ardire di farle una sciocca domanda, quelle che nascono dal nulla.
- Vorresti un regalo?
- Vorrei essere sorpresa!