giovedì 16 ottobre 2014

Stronzate


Ogni volta che guardi un bel film o leggi un buon libro, e scopri attimi sinceri o parole che sfondano i tuoi muri interiori, pensi a quante volte, in un solo giorno, saresti in grado di toccare livelli così intensi. Non li conti perché sono davvero pochi. Eppure ti emozioni per quello che vedi o leggi, ti fai trasportare dagli eventi, e forse ti senti anche bene, solo per un cazzo di film, e non sai come sia possibile che tu non abbia la capacità di sentirti così davanti ai tuoi vecchi, ai tuoi amici, ai tuoi figli, ovvero alle persone che ami. Magari dedichi giustamente del tempo a fare delle cose per renderti migliore: corsi di ogni genere per aumentare la tua consapevolezza, serate in palestra o che ne so, meditazione, dicendoti che lo fai come terapia. (Ogni cosa che esce dall’ordinario chissà perché diventa terapeutico).
Ti fai quelle cazzo di full immersion di ogni sorta di coinvolgimento emotivo, per recuperare una parte di te che si avvicini quanto meno a quando avevi sensazioni infantili, e non ti importava di sporcarti rotolandoti a terra. Sta di fatto che finita l’ora di yoga, danza, teatro o di qualsivoglia corso new age, ecco che si ritorna come prima. Ti sei preso un tempo di alienazione dal mondo, ti sei sentito rinato assieme a sconosciuti, e ne avete parlato (che bello!!! Vi siete detti), e tutti sono contenti, con un bel sorriso a trecento denti, entusiasti dell’esperienza. Poi, la porta si chiude e tu sei a casa, con tutta quella gente nella testa, tutta quella energia cosmica, ma che dico “universale”, e vai a dormire, e quella notte dormi bene, cazzo se dormi bene, dormi da dio. Quindi, hai fatto la tua dose di coscienza, hai staccato, come si usa in gergo dire, e ti sei fatto la tua terapia, proprio come quando vedi un film o leggi un libro, e ti ci infili dentro, e ti fai trasportare, e stai in tutt’altra dimensione, e te lo scopi (Credetemi, ci sono libri che si “scopano” nel vero senso della parola). Tutto questo per dire che non so bene cosa cazzo avrei di così importante da dire, solo che quando capita l’occasione, quando potresti dire qualche parola col cuore, quando potresti fare un semplice gesto, ti manca il coraggio, e diventi banale, solo perché quel gesto ti rende vulnerabile, e pensi che non te lo puoi permettere.
Stasera ho visto un bel film e ho capito una cosa, ho capito che dovevo scrivere questo, tanto per rompervi il cazzo, con un bel sottofondo musicale, e per attendere chissà quale approvazione, solo per sentirsi migliore, per celebrare se stessi, come di uno che ha qualcosa da dire. Stronzate.

http://youtu.be/B8qg_0P9L6c

mercoledì 15 ottobre 2014

Su questa terra


Sei miliardi o forse più. Individui che calcano la terra. Attratti. Cercare negli spazi. Marciapiedi affollati. Accorgersi. Guardarsi intorno e chiedersi. Basterebbe un contatto, uno sfiorarsi.
- Non abbassare lo sguardo.
Fermarti.
- È molto che aspetti?
E non rispondi. I tuoi capelli ondeggiano, la tua gonna pure. Il vento e la gente intorno.
Non ti ho dato alcun appuntamento. Non ti ho dato un orario. Non ti ho chiesto di venire. Non era previsto. Questo assurdo pianeta. Stare in questo luogo. Esattamente qui. Fermi. Parlo.
- Hai un motivo?
E ti metti a fischiettarlo. E poi a rumoreggiare. Escono piccole parole. Incomplete. Sottovoce.
Tra me e te. Una distanza vera. Un campo. Una grossa sfera.
- Sarebbe bello entrare…
Lo facciamo. Siamo. Più vicini. Il vento ci sposta. Diventiamo sempre più piccoli. Una bolla di sapone e scoppia. In minuscole bollicine invisibili. Miliardi di particelle. E siamo in ognuna di quelle. Nessuno ci vede più. Nessuno se ne accorge. Solo io e te. Spariti.
- Cosa bevi?
- Quello che prendi tu va bene!

http://youtu.be/sFmnLwRENlI

mercoledì 8 ottobre 2014

Responsabilità

Davvero vogliamo riprenderci la vita di merda che facevamo prima? Davvero rivogliamo le catene di montaggio, le miniere, i forni di stampaggio? Davvero vogliamo riappropriarci di quelle prigioni e occuparle? Possibile che non abbiamo altre visioni migliori? Sembriamo tanti carcerati usciti a respirare un periodo d’aria e di trasformazione, che non siamo ancora in grado di vivere il cambiamento epocale che è in atto, come una grande opportunità individuale. Siamo un paese che dovrebbe innanzitutto puntare sulla logistica, sull’artigianato, sulla cultura e sul cibo, invece vogliamo continuare ad assemblare, a riempire parcheggi e a correre per timbrare la fottuta cartolina. Abbiamo così tanta ricchezza che possiamo essere veramente lo stivale che sorregge l’Europa e che la fa camminare, invece siamo un’ancora che sta nel profondo del Mediterraneo, e tiene ferma la barca, per restarci sopra fino a quando non affonda. Siamo solo in grado di galleggiare. Finché penseremo che riproporre fallimenti passati sia la soluzione, resteremo sempre un popolo di incompiuti. Finché seguiremo la competizione capitalistica, l’uguaglianza comunista, o peggio, la carità cristiana o di qualsiasi altra religione, che ci hanno solo insegnato cosa non dovremmo fare, saremo sempre immersi nella paura. Beh, io ho smesso di farmi rappresentare da qualcuno, di pregare, di partecipare, "io scelgo di assumermi", sì, io mi assumo... la piena responsabilità di me stesso. 

martedì 7 ottobre 2014

Lupa


Quando hai inarcato la schiena, hai provato a sciogliere le catene della tua colonna vertebrale. Gli anelli si sono messi a saltare, e un drago ha percorso le tue vertebre. Come una lupa hai alzato il collo verso la luna e col muso l’hai annusata. Eri ferita da chi ti aveva dato la caccia, e hai ringhiato alla notte con le bave alla bocca. Quando hai raggiunto l’apice e la tua nuca ha toccato la schiena, ti sei trovata in piena estensione, e ti sei liberata. Il tuo pelo lucido si è fatto nero e ti sei mimetizzata col buio. I tuoi ululati di guerra si sono estesi e si sono sentiti in tutta la valle. Assomigliavi al dito che indica la luna, che io non ho visto, dato che ero pervaso dalla stoltezza, di guardare te, come unica indicazione di bellezza. Ti sei accorta di me, ti sei girata di scatto e hai respirato la paura. Io sono rimasto a fissarti come un cane che si era perso, e mi sono seduto a terra. Ti ho aspettato rispettando i tuoi occhi pieni di rabbia e mi sono abbandonato sul fianco per mostrarti la pancia. Allora ho capito quanto fossi indifeso e vulnerabile, e quanto tu avresti potuto, con un morso, uccidermi. Ho scavato una buca, ho chiuso gli occhi e sono scomparso tra le foglie. Sei venuta a prendermi con diffidenza e mi sei girata intorno come i vortici di un tornado. Volevi distruggere tutto: alberi, vigneti, case solitarie. Invece ti sei fermata sulla soglia del mio corpo, e ti sei quietata.
- Non perdermi di vista!
Mi hai detto proprio così.
- Non perdermi di vista!
Me lo ricordo ancora adesso che non smetto di tenerti gli occhi addosso.





lunedì 6 ottobre 2014

Teatro

- Credo di non essere portata...
- Anche a me non mi porta nessuno!

sabato 4 ottobre 2014

Pelle

Lei aveva la cravatta nera, una camicia grigia, le gambe magre e il culo a mandolino. Aveva i capelli color biondo con le sfumature scure. Trottava tra i tavoli del locale a servire brandy. Lui stava appollaiato in un angolo a fissare ulivi dentro enormi vasi. Lei si prese una pausa e si sedette al suo tavolo. Fecero alcune parole di circostanza, poi fumarono una sigaretta in due. Lui le disse che per lei sarebbe stato la neve in inverno, la pioggia in primavera, il sole d'estate e le foglie in autunno. Lei rispose di non esagerare perché si rischiava di essere banale. Lui non disse niente, anche se sapeva che le parole semplici funzionano solo se si trovano i tempi giusti. Era una questioni di tempi, e lui le prese la mano, e lei lo lasciò fare. Si toccarono il dorso col pollice e scoprirono che era per entrambi ruvido.
- Ci metti qualcosa sulla tua pelle? - lei chiese.
- Sì! - lui rispose.
- Cosa? - chiese ancora incuriosita.
- Io sulla pelle metto pelle.
La sigaretta finì come finiscono le stelle.
 

venerdì 3 ottobre 2014

P e b


P e b si sfiorarono un giorno. Erano sempre state lontane per un inspiegabile motivo. Tra di loro si insinuavano solo vocali. Si passarono accanto nella calca della gente, in una via del centro piena di negozi e di artisti di strada. Si accorsero di qualcosa, e si fermarono a pochi centimetri l’uno dall’altra. Fecero finta di niente, e guardarono una vetrina. Compresero subito, che a loro, avere una enne a ridosso, non gli si addiceva, molto meglio una emme, perché dava l’impressione di renderle più complete. La enne, se proprio doveva esserci, avrebbe dovuto, in primis, stare a una certa distanza. Se P e b si fossero ambedue unite in quel momento, B sarebbe diventata maiuscola. La loro vita insieme sarebbe stata una leva, se l’abbassavi diventava p se l’alzavi diventava b, certo minuscole nelle parole, ma non nell’unione. Avrebbero potuto accendersi e spegnersi a loro piacimento. Bastava solo che P fosse stata generosa. C’era solo l’imbarazzo della scelta. Si guardarono e b disse qualcosa:
- m
P non se lo fece dire due volte e ribadì la stessa cosa.
- m
Nessuna delle due si prese la briga di dire n.
Quel giorno, in quella strada di città, si sentì della buona musica, e si videro due consonanti in una, senza vocali.