martedì 18 ottobre 2016

Lucrezia

Lucrezia è un nome di fantasia perché lei ci tiene alla privacy. Lucrezia avvelena gli uomini, cioè, sono gli uomini che si avvelenano dopo che l'hanno vista. Come quella volta che un tizio la vide sugli sci in costume da bagno, in pieno inverno, e decise di farla finita bevendo la cicuta. Le sue ultime parole furono:
- So di non sapere.
Oppure quella volta che si arrampicò sulle rocce del Gran Canyon, con una tuta da sub, e tre ex indiani sioux di padre irlandese, che erano nei paraggi, si fecero mordere da una vipera sarda, che era lì in vacanza coi punti della Despar, pur di avere come ultima visione quella bellezza inestimabile. Uno si salvò, perché la vipera non aveva sufficiente veleno per tutti e tre, ma rimase un vegetale, insieme alla vipera, in una comunità di recupero: ancora oggi lo scambiano per un cactus.
Una sera, un ragazzo timido ma molto bello, in una vineria, dove lei beveva champagne, le chiese:
- Tu suoni Bach?
- A volte.
- Potrei venire a sentirti?
- Ti faccio sapere.
Non glielo fece sapere mai. Il giorno dopo Lucrezia fuggì in Patagonia. Lui, che era uno dei servizi segreti, davanti alle domande di investigatori privati, decise di togliersi la vita con una pastiglia di cianuro.
Un consiglio: non andate in Patagonia in questo periodo, potrebbe essere fatale.
O diventate un pinguino, o diventate un vegetale.


lunedì 17 ottobre 2016

Il pubblico

Quando si sale sul palcoscenico, che tu abbia davanti cinque persone o cinquantamila, quello che fai, lo fai per il pubblico: col cazzo che lo fai per te stesso. Quello che ti è concesso fare, casomai, è tentare di sceglierlo, o meglio orientarlo il pubblico; quindi, se sul palco hai deciso di urlare tutta la tua rabbia, di vomitare tutto il tuo sdegno contro il mondo, non puoi dopo meravigliarti, se tra il pubblico, non presenziavano monaci buddhisti ma cani assatanati. So b...enissimo di essere un individualista, egoista, fancazzista e che vorrei, a volte, stare sul palcoscenico alla Nanni Moretti e urlare: “Pubblico di merda”, come gesto liberatorio, ma so benissimo che questo privilegio lo può solo avere un’élite di persone: i pagliacci. Sì, perché per essere un pagliaccio bisogna allenarsi molto, prepararsi, bisogna essere credibili, ma soprattutto avere un’intelligenza fuori dal comune e un livello di autoironia notevole, se no diventi sbruffone. La linea che divide un gran pagliaccio da quello dello sbruffone è sottile: nel primo caso ottieni rispetto dal pubblico anche se lo prendi per il culo, nel secondo caso sei sprezzante e credi di essere diventato un genio, o peggio dio. Ma dio non sa di essere dio. Chi si mette in mostra e decide di prendersi questi rischi, è perché vuole fare quello che più gli piace, ripeto: E' PERCHE' VUOLE FARE QUELLO CHE PIU' GLI PIACE. Quindi, quindi, quindi, che tu possa interpretare Shakespeare o che prenda a calci un pallone, il "Pubblico" viene prima di tutto; poi, ma poi poi, pensi a te stesso quando si è chiuso il sipario: sia che tu abbia preso applausi e fiori o che tu abbia preso fischi e pomodori.
Se nooo... fai il Pubblico!!!

giovedì 6 ottobre 2016

Jane e Bill


Jane aveva i suoi ritmi stravaganti. Jane era una sognatrice distrattamente ad occhi aperti. Jane dimenticava tutto l’occorrente, anche la lista della spesa, per non dire gli appuntamenti. Ogni volta che tornava a casa deponeva svagata dappertutto le sue cose: le chiavi all’estremità del tavolo, il cappellino azzurro sulla sedia a dondolo, la borsa di finto coccodrillo sul davanzale della finestra... del tinello, la giacca di finta pelle d’asino sul comò della camera da letto, le scarpe col tacco lanciate sotto il letto, le mutandine di pizzo sulla cornetta del telefono e il reggiseno imbottito sulla cornetta della doccia dell’idromassaggio: sarebbe stata in grado di telefonare in Pennsylvania con l’acqua calda che gli scorreva nell’orecchio. Quando usciva dalla doccia tutta bagnata in punta dei piedi, si aggirava furiosamente come un avvoltoio, con lo scopo di trovare almeno un asciugamano, ma mancava all’appello pure l’accappatoio. Perdeva tutto: she lost everything. Il giorno dopo era costretta a rifare le chiavi di casa in ferramenta e andare in tutti i negozi di abbigliamento a fare shopping. Le sue cose magicamente sparivano come i camaleonti svaniscono sulle foglie e sui rami. Lei lo chiamava “mimetismo fotonico” perché lo aveva letto su Focus, il suo mensile preferito, l’unica cosa che non appoggiava mai in nessun luogo, e lo teneva sempre sottobraccetto.
Un giorno dovette fare un trasloco, andava a vivere in un appartamento in centro, più easy in stile feng shui, con letti, armadi, elettrodomestici a muro, per poter gettare finalmente ogni cosa sul pavimento.
- Senti, qui abbiamo 1245 chiavi tutte identiche, 3456 mutandine di pezza, 3456 reggiseno artefatti, 2456 borse finte coccodrillo e 6777 scarpe col tacco, che tra l’altro un paio sono spaiate – disse Bill, un ragazzone del Montana di origini indiane.
- Ah sì, una l’ho lanciata al mio ultimo ragazzo.
- Che facciamo?
- Ti andrebbe un caffè sul terrazzo?
Da quel giorno, Bill e Jane, si frequentarono e s’innamorarono di brutto.
Lui chiese a lei per 18250 volte di sposarla e Jane per 18250 volte perse l’anello di fidanzamento, che Bill trovò per 18250 volte in un luogo diverso sul pavimento, di quell’appartamento in centro, più easy in stile feng shui, con letti, armadi, elettrodomestici a muro.
50 anni insieme senza sotterfugi e senza inganni. Non si sposarono mai.
Un giorno a Jane venne un forte dolore al petto e cadde a terra. Bill cercò invano di rianimarla. Le ultime parole di Jane furono:
- Ho scritto una lettera per te!
Bill la cercò per 365 volte in un luogo diverso sul pavimento, di quel cazzo di appartamento in centro, più easy in stile feng shui, con letti, armadi, elettrodomestici a muro, col rischio, preso dalla disperazione, di dormire qualche notte dentro il frigorifero. Poi, anche a Bill venne un forte dolore al petto e cadde a terra, sul pavimento che conteneva ogni ben di Dio. Quella lettera fu il miglior camaleonte della storia di Jane, nessuno, neanche l'F.B.I, in mezzo a quelle innumerevoli cianfrusaglie, scovò mai quel fatidico foglio.
Su quella lettera c’era scritto:
“Bill, certo che lo voglio!”



martedì 4 ottobre 2016

Vita


Fine era il suo modo di stare raggomitolata.
Intrecci, fili spinati negli abbracci.
Zona recintata, i denti la tronchesina,
spezzare il ferro dall’emoglobina.
Un varco, passarci sotto,
ad ogni graffio una penitenza per un gioco perverso.
Strapparsi la carne dalla fretta,
togliersi la pelle troppo stretta.
Linfa che scorre nell’imperizia,
il cuore divide il bene dal male,
un misto di nutrimento e immondizia,
il respiro cambia canale.
- Dove trovi le parole?
- A cazzo, su google!
- Sembri Burroughs.
- Io non ho la scimmia sulla schiena.
- Dove eravamo rimasti?
- Al respiro che cambia canale.
- Continua…
Oh, vita così magra,
tutta pelle e ossa,
mangia qualcosa,
la tua debolezza m’inquieta.
Ogni parola un pezzo di pane,
ogni rima l’acqua per dissetare,
adesso ti prendo in braccio e ti metto a letto.
- Dammi un bacio!
- Dopo, ora spengo tutto.
- Sono forte sai?
- Presto ti riprenderai.


domenica 25 settembre 2016

Esco


Esco.

Ogni singolo cammino ripetuto forma un solco

Cresce il seminato

Ogni passo un ramoscello

Una foresta alle spalle dove non ci sono mai stato.

Esco.

Piante dei piedi

Piante che mettono radici

Pianti di lupi

Occhi illuminati cercano un bastone da stringere tra i denti

Ringhiano i miei incubi.

Esco.

I piedi affondano nelle sabbie mobili

Le miei braccia i manici

Terra cotta raccolta con cura

Messa in un tornio che gira

Mani sulla mia vita

Prendo forma

C’è un’apertura

Il vaso di Pandora.

Esco.

Sono un genio

Esaudisco il tempo trascorso

L’amore per me stesso

Un incontro fortuito

Un coraggio inatteso

Brucia ogni parte del corpo

Il prezzo è stato pagato.

Esco.

Torno subito.

Un cartello in un negozio di antiquariato.
Entro.


lunedì 19 settembre 2016

Lory


Mi innamorai pazzamente di Lory ad una festa di paese. Ci trovammo, non so come, di schiena.
Un appoggio improvviso, e poi ci girammo di scatto.
- Scusa.
- Niente
Una cometa nel cielo notturno. Lei aveva 14 anni io 18. Per fortuna in quel periodo Shakespeare non l’avevo mai letto. Era proprio una bella ragazza, di quelle che quando le guardi ti accorgi che niente è fuori posto. Cominciai ad andare a casa sua, dato che mi invitava sovente. I genitori stavano in cucina, e lei mi parlava del suo ragazzo di cui era innamorata. Una gran rottura di palle sentire le loro vicende mentre io pensavo a come fare per conquistarla. Suonava la chitarra, e cantava canzoni in inglese: erano sue, erano belle, perché non le capivo. Andammo avanti così per un po’ di anni, lei cambiò due o tre fidanzati, continuando a parlarmi di loro. Un pomeriggio d’estate la portai a prendere il sole sulle rive di un fiume. Stavamo lì a farci abbrustolire dal sole. Lei teneva gli occhi chiusi in attesa di qualcosa. Io la guardavo nel suo splendore: una sirena con due belle gambe, meglio di quelle che sbucano dal mare. Non riuscivo a decidermi, tremavo come un deficiente. Si mise a piovere e corremmo dentro la macchina. Restammo lì quasi due ore. Ed io non feci nulla, porca vacca, nulla. Era troppo bella. Pochi giorni dopo si mise con un tipo, e io presi coraggio: le scrissi una lettera d’amore. Non ne parlammo mai, non facemmo mai un accenno. Chissà se conserva ancora quella lettera in qualche cassetto.
Qualche mese dopo portai la sorella nello stesso posto e feci esattamente la stessa cosa.


venerdì 9 settembre 2016

Mariella


Arriva sgusciando tra la folla. Ti dà l’impressione che cammini sulla luna. Non che io sappia effettivamente come si passeggi per la luna, ma ho compreso da Armstrong che lassù si saltella. Ecco, lei saltella in barba alla forza di gravità. Quando appare all’improvviso non sai se hai a che fare con Pippicalzelunghe o con Giunone, ovvero, quando pensi di averla inquadrata, lei ti cambia la prospettiva. Sorride sempre come una puledra ed è pettinata come una cavalla: che sono la stessa cosa. Nessuno l’ha mai vista piangere, quelle poche volte che è successo rideva. Mariella vorrebbe far incontrare gente che non ha voglia di incontrare nessuno, ma ha la capacità di una giocatrice di scacchi, perché è in grado di mettere in dialogo pedoni con alfieri e torri con cavalli, lasciando perdere il re e la regina che sono troppo nobili per i suoi gusti. Quindi, senza ombra di dubbio, Mariella saltella.

- Lei è Marina. Hai cinque minuti.

Mariella è fatta così, quando la incontri ti infila, senza che tu glielo abbia chiesto, in un speed date, in mezzo a una piazza, dopo un concerto.