giovedì 2 ottobre 2014

La macchina del tempo


Mi sono appena costruito la macchina del tempo. Una macchina singolare. Una macchina che va dove cazzo gli pare. Ho preso il tavolino, l’ho girato a gambe in su, e sono partito.
Il primo luogo, dove mi ha appena portato, è un burrone. Mi son messo a guardare. È profondo e non si vede la fine. Ora provo a chiedere alla macchina una spiegazione.
- Dove mi hai portato?
- Dove mi pare, bello!
D’altronde è stata costruita per quello.
Il secondo luogo, un altro burrone. Mi son messo a guardare. È profondo e non si vede la fine. Ora provo a chiedere alla macchina una spiegazione.
- Perché mi hai portato in un altro burrone?
- Perché faccio come mi pare, bello!
Conferma la sua validità di macchina costruita per quello.
Il terzo luogo, provate a indovinare?
- La finisci?
- Ma ti pare?
Ho bisogno di capire. Quindi esorto la macchina a ripartire.
Quarto luogo. L’oblio.
- Dove mi hai portato?
- Me lo sono dimenticato.
Ho girato il tavolino e sono ritornato.
Questa è la storia della macchina del tempo. Una macchina singolare. Una macchina che va un po’dove cazzo gli pare. Ho preso il tavolino, l’ho girato a gambe in su, e sono nato.
Che assurdità attribuire il burrone all’utero di mia madre.

domenica 28 settembre 2014

Viaggio al termine della notte

I libri andrebbero letti fino alla fine, ma non riesco più andare avanti. Ferdinand ha lasciato Molly e se n’è andato con la sua follia e con il ricordo di una bellezza infinita.
Avevi un vestito bianco come le nuvole, quel pomeriggio al lago, e sorridevi. Chissà perché sorridono tutte quelle che hanno un vestito bianco di pomeriggio al lago. Ci siamo concessi all’amore ancora un’ultima volta. Ho respirato ogni tuo poro, ho toccato ogni sporgenza delle tue ossa, e quei piccoli seni che sembravano non maturare mai. Ti dissi ciao che era un addio. Presi la strada incerta di un’esistenza senza la tua presenza scenica, un teatro chiuso in decadenza, una maschera da mettere ogni giorno. Ero lontano da casa e guidai in quel lungo rettilineo in cerca di una galleria, un luogo dove potevo entrare e poi uscire senza fatica. La vita è un lungo viaggio, ragazza, e io e te l’abbiamo fatto sulla corsia di sorpasso. Si dice così. Non ci siamo fatti mancare niente; una tavola imbandita di passione e noia, di carezze e silenzi. Ricordo i musi lunghi e quella figlia caduta spontaneamente come una pietra cade nell’acqua, e va a fondo. Ti chiederai perché una femmina, perchè le femmine sono immediate. Ho provato a immergermi nel lago di sangue ma lei era sparita nella barriera corallina. E no, non riesco andare avanti caro Ferdinand, Molly ti ha lasciato andare come si lascia andare un cane senza padrone, e tu hai seguito il tuo istinto, solo per non scoprire che avevi paura di annusare l’amore.
- No, non tornerai più… e poi non sarò più nemmeno qui…
I libri andrebbero letti fino alla fine, ma il mio viaggio non è più al termine della notte, il mio viaggio è far scorrere le pagine come scorrono le nuvole.

http://youtu.be/CKbZlthDld4

mercoledì 24 settembre 2014

Mattone


Avevo un mattone nello stomaco. Un cazzo di mattone con tutti i calcinacci. Pesava, mio dio, quanto pesava. Mi chiedevo chi cavolo me lo avesse messo. Sarà stato lo stress, parola abusata dagli specialisti che non studiano le persone. Sta di fatto che presi la decisione di correre e di sudare. Avevo Tom Waits sulle spalle che cantava qualcosa con la chitarra. Fumava come un ciminiera e ogni tanto ruttava dopo una golata di birra fresca. Avevo sto qua sulle spalle e il mattone nello stomaco, e correvo. Ma dove cazzo andavo? Quando le mie gambe non ressero più, mi fermai e mi sedetti in una panchina. Dietro di me c’era una siepe e si sentivano bambini che giocavano ridendo. Tom smise un attimo di suonare perché si stava rollando una siga. Io feci più attenzione all’ascolto e sentii un ragazzino dall’altra parte della siepe, che poteva essere un altro mondo, dire queste semplici parole:
- Vorrei che noi vivessimo così tanto da poter avere una leggera malinconia nel ricordare queste parole che ti sto dicendo adesso.
Non so a chi l’avesse dette, forse alla sua fidanzatina, al suo amico del cuore o meglio, al suo amico immaginario che non era altro che se stesso.
Tom si fece una grossa risata, tirò una lunga scorreggia che mi scosse le vertebre e suonò una canzone: non si può mai trattenere primavera. Nel frattempo, insieme alla canzone scomparse il mattone.


http://youtu.be/vgeZEdbv_m8

Adele


Il sole era alto. Lei era centrata con esso. Aveva i piedi ben saldi per terra e vide le sue ombre che assomigliavano a raggi di una ruota. Infatti si mise in moto e cominciò a ruotare. S’innalzò come una spirale nel cielo liberandosi da ogni fardello. Si sentì leggera e si mise a piroettare nell’aria. Quando il volo terminò, tornò nello stesso punto da dove era partita, e vide i suoi fantasmi esausti a terra. Li raccolse come si raccolgono le lenzuola e li spinse dentro un armadio. Quando tentò di chiudere la porta, un fantasma che non ne voleva sapere, quello più forte, le disse:
- Ma dove vuoi andare?
- Vado a vivere!
La mattina dopo ci fu un trasloco, sparirono i fantasmi e sparì anche l’armadio.


lunedì 22 settembre 2014

Time after time


Era solita vagare per i vicoli della città alla ricerca dei passi da fare. I suoi piedi erano campane regolari che scandivano il tempo remoto e annunciavano celebrazioni religiose in paesi dispersi sulle montagne. Era un mondo fragile da scoprire e da reggere. Sarebbe stato sciocco pensare che fosse simile agl’altri che per definizione vengono ritenuti autentici. C’era così tanta geografia che non sarebbe bastato una vita intera per esplorare ogni suo confine e per navigare ogni singolo mare. Le piaceva perder tempo, in quel frangente, che era lo spazio che si dedicava ai sensi, tutti quelli disponibili. Quei tragitti misteriosi li faceva ogni volta che voleva smettere, smettere di essere quella che era, anche se le conseguenze avevano un prezzo da pagare, e il suo cuore non era certo una carta di credito dove spendere il patrimonio strisciandolo come un pezzo di plastica. Il sole si nascose dietro a un palazzo. Lei chiusi gli occhi e si mise a contare camminando a ritroso. Quando arrivò a cento, si lasciò cadere, e due braccia la presero in volo. Rimase sospesa come un’amaca vuota in giardino, e si lasciò dondolare. Si sentì sollevata e si fece sollevare.
- Seguimi! – disse senza esitare.
E lui fece i suoi stessi passi e suonarono due campane.



sabato 20 settembre 2014

L'ironia


Una sera incontrai l’ironia. Aveva occhi discreti e denti dritti, perché lei non rideva a denti stretti, rideva a bocca aperta. In lei si percepiva quella piccola fiamma che provoca incendi, quelli utili a bruciare conflitti lasciando intatti i tuoi margini di benevolenza. Sapeva cogliere i tempi comici, liberare gli spazi silenziosi, e muoversi come una libellula. Potevi ritrovarti in un campo di grano che erano i suoi capelli, o a ridosso di pendici innevate che erano le sottili curve delle sue gote pronte ad aprirsi con sorrisi inaspettati. L’ironia è un regalo che ti arriva quando non è Natale, quando non è il tuo compleanno ma un incontro occasionale che non era previsto. L’ironia è il mistero che ti picchietta sulla spalla e ti dice:
- Eccomi sono arrivata!
E tu non sei neanche partito.

venerdì 19 settembre 2014

Post office


E niente, devo andare a pagare la TARI (La TASI sono esente, e di questo posso solo ringraziare Romano Prodi). Comunque, sono tre rate, ma decido di pagare tutto oggi, così non rischio di dimenticarmene. Entro in posta, e c’è una lunga coda (prima di andare in posta passo sempre dalla biblioteca a prendere un libro velocemente. Calvino aiuta molto l’attesa). Sta di fatto che in posta tutti hanno dei musi lunghi, sbuffano e si lamentano di ogni cosa.
- Ma quanto ci impiega quello! – classica frase detta sottovoce.
Nel frattempo entra un tizio disperato:
- Devo solo prendere una raccomandata!!!
- Senti, vai a prenderti un caffè e torna più tardi! – risponde con determinazione una signora sopra i sessanta. Parte un applauso generale come quando atterrano gli aerei. La signora, credo sia una assidua frequentatrice degli uffici postali. Anzi, è presumibile che venga stipendiata per dire frasi di quel genere. Una specie di servizio d’ordine, probabilmente un’esodata sotto copertura. (Non ci crederete, in questo frangente sta lavorando a maglia qualcosa di multicolore per l’inverno di qualche sfigato nipote)
Passa un’ora circa e io sono già a metà libro de “Il cavaliere inesistente”, quando vedo apparire sul display il mio numero, e ritorno a esistere.
Mi avvicino allo sportello che è una grande vetrata con la classica fessura per far passare i documenti (C’è gente che si china a parlarci lì dentro, mah!).
Niente, lei si volta - perché era di schiena – sulla sedia girevole e me la trovo davanti con un viso smagliante e gli occhi accesi (Adoro le impiegate della posta con visi smaglianti e occhi accesi) – ha anche le unghie smaltate rosse - (Adoro le impiegate della posta con visi smaglianti, occhi accesi e le unghie smaltate rosse).
C’ha, però, uno scazzo sovrumano addosso e sbuffa come una locomotiva. Miseria, tutta sta bellezza corrucciata!!! Sembra sia stata arrotolata come una palla di carta.
- Le paghi tutte e tre oggi?
Mi ha dato del tu!!!
- Ehm, sì, certo!!!
E sbuffa! Mette timbri sui fogli come se stesse schiacciando mosche fastidiose e mi chiede di firmare. Se ci fosse stato ancora Wallace in questo benedetto mondo, ci avrebbe fatto un libro sul sorriso di circostanza nei luoghi pubblici, anche se per gli uffici postali ci aveva già pensato Bukowski.
Le passo il bancomat. E sbuffa. Forse voleva i contanti?
- Vuoi i soldi? – chiedo.
Le do del tu, non è bello?
- Scusa?
- Vorresti i soldi?
- No, no, molto meglio il bancomat! – e sbuffa. Se le avessi dato il denaro non oso pensare come avrebbe reagito.
Adoro le impiegate delle poste che sbuffano. Azzardo!!!
- E lo so…
- Cosa sai?
Mi ha dato del tu!!! (Adoro le impiegate…. Vabbé s’è capito!!!)
- Anche io sbuffavo quando avevo un lavoro!
- Ehi, Ciccio, io ho vinto un concorso! (Adoro ecc… ecc…)
- Pensa, Ciccia, se non lo vincevi avresti fatto grandi cose nel mondo!
Mi sorride.
Ha sorriso!!!!
Ma perché sta cazzo di TARI non l’ho pagata in tre comode rate?