Oh, mezzaluna,
vorrei infilarti nella mia bocca,
per sentire il gusto aspro,
per masticare la buccia.
Oh, mezzaluna
vorrei spremerti come un limone
e spruzzare stelle cadenti,
per esprimere desideri
da afferrare con i denti.
Oh, mezzaluna
vorrei dondolarmi, guarda un po',
e dormire sonni leggeri
perché tu stasera, cazzo,
non sia diversa da ieri.
Oh, mezzaluna, mezzaluna fertile
se la terra fosse cielo
e le nuvole concime
nascerebbero fiori capovolti.
sabato 8 agosto 2015
martedì 4 agosto 2015
L'ultimo indiano
Era l’ultimo indiano guerriero sulla faccia della terra. Cavalcava come un condottiero e teneva in mano una lancia. Come una vedetta esplorava tutto il Gran Canyon ovvero la madre terra rossa. Aveva una fascia nera e una piuma di avvoltoio in testa. Non aveva alcuna sella e neanche le scarpe, aveva solo qualche straccio che gli copriva il ventre. Era l’unico su questa terra a cogliere il silenzio. Per lui il silenzio aveva molte facce: era l’acqua dentro il cactus, era l’assenza di vento, era un fiore tra le rocce. Conosceva la storia dell’uomo da miliardi di anni. Gli era stata tramandata dagli avi, un passaparola che non aveva alcun bisogno di libri. La memoria era la sua enciclopedia. Conosceva i periodi aridi e i passaggi dei bisonti. Quello che non sapeva era che il mondo produceva solo rumore di cose metalliche e di elettrodomestici. Per lui l’elettricità era il fulmine nel cielo, e il rumore, il rimbombo di un tuono. Era l’ultimo indiano pronto per combattere battaglie senza nemici all’orizzonte. E poi lui non era indiano, perché gli indiani stanno dall’altra parte del mondo. Scese da cavallo, mise l’orecchio nella madre terra e provò ad ascoltare. Rimase qualche minuto come quelli che ascoltano il ventre di una moglie che aspetta un bambino, per sentire se qualcosa si muove, senza ricorrere a stupide ecografie.
- Tepee tomahawk wampun tashunka.
Disse proprio così.
- Tepee tomahawk wampun tashunka.
Cosa cazzo volesse dire lo sapeva solo lui. Girò il cavallo e si dileguò verso il calar del sole. Se uno lo avesse visto cavalcare avrebbe detto che nessuno al mondo sarebbe stato più bravo di lui ad alzare la polvere. Infatti nessuno udì mai quelle parole, solo il silenzio conosceva il suo cuore.
- Ehi, pellerossa! Cosa hai detto? – chiese il silenzio.
- Ho elencato le uniche cose che ho.
- Perché lo hai fatto?
- Per ricordarmele ogni giorno.
- Tepee tomahawk wampun tashunka.
Disse proprio così.
- Tepee tomahawk wampun tashunka.
Cosa cazzo volesse dire lo sapeva solo lui. Girò il cavallo e si dileguò verso il calar del sole. Se uno lo avesse visto cavalcare avrebbe detto che nessuno al mondo sarebbe stato più bravo di lui ad alzare la polvere. Infatti nessuno udì mai quelle parole, solo il silenzio conosceva il suo cuore.
- Ehi, pellerossa! Cosa hai detto? – chiese il silenzio.
- Ho elencato le uniche cose che ho.
- Perché lo hai fatto?
- Per ricordarmele ogni giorno.
domenica 2 agosto 2015
Distrazione
Quando aprì gli occhi si trovo nudo disteso su un pavimento freddo. Non ricordava più chi fosse, da dove venisse e il motivo per il quale si trovasse in quel posto. Era come se fosse venuto alla luce una seconda volta. Ma lì la luce era poca, e non c’era nulla, se non un pavimento e un cellulare a terra. La prima cosa che fece fu farsi innumerevoli domande: Chi sono? Che ci faccio qui? Dove sono? La seconda quella di alzarsi in piedi. Probabilmente qualcuno lo aveva scaraventato lì togliendogli la memoria. Ebbe una leggera paura anche perché intorno c’era solo la nebbia.
Quindi, prese l’unica cosa che c’era: il cellulare. Vide sul display un messaggio: “Chiami immediatamente”. E lo fece.
- Lei sa perché si trova qui?
- No!
- Si trova nella frazione di secondo della distrazione.
Come finì la frase gli arrivarono migliaia di immagini di tutte le volte che c’era mancato un pelo, di tutte le volte che aveva avuto un colpo di fortuna, di tutte le volte che aveva perso l’occasione.
- Ha visto?
- Ce ne sono state molte!
- Senta, risponda a questa domanda senza pensarci troppo.
- Perché?
- Perché lei potrebbe trovarsi a pilotare un aereo oppure fermo al semaforo.
C’era da dire che lui preferisse di gran lunga la seconda ipotesi.
- Cos’è la distrazione?
- Un sollievo.
E si ritrovò in macchina davanti a un semaforo rosso. Fuori pioveva a dirotto. Sentì aprire la portiera, e una ragazza completamente inzuppata d’acqua, entrò, e si sedette sul sedile accanto.
- Ciao! Ti va se ascoltiamo De Gregori?
Non attese la risposta e prese un CD dalla borsa.
- C’è un temporale… - disse ancora.
Scattò il verde, la musica partì e un colpo di fulmine mandò in frantumi il semaforo. Lei dopo lo spavento iniziò a ridere.
- Adesso non sappiamo più se restare fermi o andare.
Lui che non si accorse di nulla, partì velocemente, così veloce da decollare.
Quindi, prese l’unica cosa che c’era: il cellulare. Vide sul display un messaggio: “Chiami immediatamente”. E lo fece.
- Lei sa perché si trova qui?
- No!
- Si trova nella frazione di secondo della distrazione.
Come finì la frase gli arrivarono migliaia di immagini di tutte le volte che c’era mancato un pelo, di tutte le volte che aveva avuto un colpo di fortuna, di tutte le volte che aveva perso l’occasione.
- Ha visto?
- Ce ne sono state molte!
- Senta, risponda a questa domanda senza pensarci troppo.
- Perché?
- Perché lei potrebbe trovarsi a pilotare un aereo oppure fermo al semaforo.
C’era da dire che lui preferisse di gran lunga la seconda ipotesi.
- Cos’è la distrazione?
- Un sollievo.
E si ritrovò in macchina davanti a un semaforo rosso. Fuori pioveva a dirotto. Sentì aprire la portiera, e una ragazza completamente inzuppata d’acqua, entrò, e si sedette sul sedile accanto.
- Ciao! Ti va se ascoltiamo De Gregori?
Non attese la risposta e prese un CD dalla borsa.
- C’è un temporale… - disse ancora.
Scattò il verde, la musica partì e un colpo di fulmine mandò in frantumi il semaforo. Lei dopo lo spavento iniziò a ridere.
- Adesso non sappiamo più se restare fermi o andare.
Lui che non si accorse di nulla, partì velocemente, così veloce da decollare.
mercoledì 29 luglio 2015
La bella addormentata
Il cielo quella sera era un grande dipinto. Diversi tipi di azzurro sfumavano tra le nuvole. In lontananza due arcobaleni assomigliavano a fette di meloni infilate tra fette di angurie e banane intere: tutt’altro che natura morta. La montagna più imponente del paesaggio definita “la bella addormentata” si svegliò baciata dalla luna ancora opaca. Aveva una gran voglia di muoversi quell’insieme maestoso di roccia. Per chi vive lì, quella montagna offre qualcosa di materno misto erotico, per via di quella vetta appena sotto, che da l’idea di un seno, pronto ad allattare o per essere baciato.
Lui era in viaggio verso a casa. Guidava un percorso mille volte già fatto, quindi poté godersi questo immenso soffitto. Si fermò a fare benzina e respirò l’odore del carburante mischiato coi colori del cielo, e qualcosa che bruciava lì intorno. Mise la pompa al suo posto e pensò a una ragazza. Aveva il vizio di pensare sempre a qualche ragazza quando tornava da quella strada che conosceva a memoria. Andava a periodi, ma era sempre concentrato solo su una. Si prendeva del tempo a esaminarla nella testa, poi, se dopo molti tragitti, non trovava qualcosa che lo facesse fremere, non si prendeva neanche la briga di corteggiarla. Era fatto così, costruiva film che poi smontava se non riusciva a trovare una sceneggiatura adeguata. Ma quella sera qualcosa in lui sembrò diverso. Una ragazza conosciuta da poco aveva fatto breccia nel suo schermo, nella sua cinepresa immaginaria. Aveva soverchiato il suo ruolo da regista e si era presa la scena. A ogni ciack, lei lo sorprendeva, cambiando il copione di lui che era sempre la stessa storia.
- Che stai facendo! – disse rivolgendosi alla montagna.
- Mi sono svegliata.
In realtà era lui che per troppo tempo aveva dormito.
Lui era in viaggio verso a casa. Guidava un percorso mille volte già fatto, quindi poté godersi questo immenso soffitto. Si fermò a fare benzina e respirò l’odore del carburante mischiato coi colori del cielo, e qualcosa che bruciava lì intorno. Mise la pompa al suo posto e pensò a una ragazza. Aveva il vizio di pensare sempre a qualche ragazza quando tornava da quella strada che conosceva a memoria. Andava a periodi, ma era sempre concentrato solo su una. Si prendeva del tempo a esaminarla nella testa, poi, se dopo molti tragitti, non trovava qualcosa che lo facesse fremere, non si prendeva neanche la briga di corteggiarla. Era fatto così, costruiva film che poi smontava se non riusciva a trovare una sceneggiatura adeguata. Ma quella sera qualcosa in lui sembrò diverso. Una ragazza conosciuta da poco aveva fatto breccia nel suo schermo, nella sua cinepresa immaginaria. Aveva soverchiato il suo ruolo da regista e si era presa la scena. A ogni ciack, lei lo sorprendeva, cambiando il copione di lui che era sempre la stessa storia.
- Che stai facendo! – disse rivolgendosi alla montagna.
- Mi sono svegliata.
In realtà era lui che per troppo tempo aveva dormito.
domenica 26 luglio 2015
Taglio
Siamo tanti fili intrecciati, nodi troppo stretti, labirinti senza soffitti.
Un groviglio di ricordi, il tempo fa brutti scherzi.
Se solo trovassimo le porte, quelle chiuse da fuori, avremmo maniglie per aprire spiragli.
Siamo infilati nella via d’uscita, lo zerbino saluta. Pulitevi i piedi, ci sono scelte importanti.
Siamo troppo grandi, dobbiamo acchiappare ogni cosa che ci scappa dalle mani.
Tratteniamo l’acqua, ma lei sfugge e cade ai nostri piedi.
La vediamo sparire nella terra arida che ha più sete delle nostre ambizioni.
Prendiamo le forbici facendo brandelli, i fili si muovono come tentacoli.
Ogni taglio è un’abitudine divelta, ogni taglio è fare una scelta.
Non abbiamo più spazio per sciogliere nodi, i soffitti sono azzurri per guardarli sdraiati e i fili d’erba sono troppo cresciuti.
- A cosa pensi?
- A prati appena tagliati.
Un groviglio di ricordi, il tempo fa brutti scherzi.
Se solo trovassimo le porte, quelle chiuse da fuori, avremmo maniglie per aprire spiragli.
Siamo infilati nella via d’uscita, lo zerbino saluta. Pulitevi i piedi, ci sono scelte importanti.
Siamo troppo grandi, dobbiamo acchiappare ogni cosa che ci scappa dalle mani.
Tratteniamo l’acqua, ma lei sfugge e cade ai nostri piedi.
La vediamo sparire nella terra arida che ha più sete delle nostre ambizioni.
Prendiamo le forbici facendo brandelli, i fili si muovono come tentacoli.
Ogni taglio è un’abitudine divelta, ogni taglio è fare una scelta.
Non abbiamo più spazio per sciogliere nodi, i soffitti sono azzurri per guardarli sdraiati e i fili d’erba sono troppo cresciuti.
- A cosa pensi?
- A prati appena tagliati.
mercoledì 22 luglio 2015
La via lattea
Ricordo come se fosse ieri, quando, in luglio, ci arrampicammo su per le vigne delle colline liguri.
- C’è buio pesto! – dissi scivolando indietro di qualche metro.
- Siamo in Liguria.
Capii la battuta solo qualche ora dopo.
Ci sedemmo su una riva e guardammo il litorale illuminato. Il rumore del mare era simile ai nostri respiri: lui lontano e noi più vicini.
- Guarda, la via lattea! – dissi ancora appoggiando la testa sulla tua spalla.
Tu cominciasti a ridere e ti coricasti per terra. Singhiozzavi di felicità e per un attimo pensai che stessi per soffocare. Quant’eri bella con quegl’occhi chiusi e quella bocca aperta, a tenerti la pancia con le mani, a far confondere i tuoi capelli con i rami.
- Ma quella è la via Aurelia!
E mi desti una carezza.
Non ti dissi mai che i miei occhi erano rivolti al cielo e non alla terra. Ti lasciai questa mia presunta ingenuità, perché l’avrei sempre adoperata per vederti continuamente bella.
- Ti sei offeso? – mi chiesi.
Io ti risposi con un bacio.
- Non è troppo presto?
E un altro bacio ancora.
Quella notte facemmo l’amore, auto e stelle sfrecciarono nella notte inconsapevoli di noi che rallentavamo le nostre vite intrecciate.
Tutto sfugge, tutto passa, tutto torna: io sulla via Lattea e tu sulla via Aurelia.
- C’è buio pesto! – dissi scivolando indietro di qualche metro.
- Siamo in Liguria.
Capii la battuta solo qualche ora dopo.
Ci sedemmo su una riva e guardammo il litorale illuminato. Il rumore del mare era simile ai nostri respiri: lui lontano e noi più vicini.
- Guarda, la via lattea! – dissi ancora appoggiando la testa sulla tua spalla.
Tu cominciasti a ridere e ti coricasti per terra. Singhiozzavi di felicità e per un attimo pensai che stessi per soffocare. Quant’eri bella con quegl’occhi chiusi e quella bocca aperta, a tenerti la pancia con le mani, a far confondere i tuoi capelli con i rami.
- Ma quella è la via Aurelia!
E mi desti una carezza.
Non ti dissi mai che i miei occhi erano rivolti al cielo e non alla terra. Ti lasciai questa mia presunta ingenuità, perché l’avrei sempre adoperata per vederti continuamente bella.
- Ti sei offeso? – mi chiesi.
Io ti risposi con un bacio.
- Non è troppo presto?
E un altro bacio ancora.
Quella notte facemmo l’amore, auto e stelle sfrecciarono nella notte inconsapevoli di noi che rallentavamo le nostre vite intrecciate.
Tutto sfugge, tutto passa, tutto torna: io sulla via Lattea e tu sulla via Aurelia.
domenica 19 luglio 2015
Era diventato così
Era
diventato così. Sapeva che sarebbe diventato così fin da bambino. Infatti, per diventare
quello che era adesso, bastava che si ricordasse com’era stato da bambino. Era convinto
che il suo cuore si fosse rimpicciolito, quindi, pulsava come pulsano i cuori
infantili: tu tum, tu tum, tu tum. Lo ascoltava bene con la mano sul petto e
gli occhi chiusi. Aveva avuto una vita più che dignitosa. Aveva trovato un buon
lavoro che gli garantiva quelle cose che tutti vorrebbero: un macchina, un
piccolo appartamento, bei vestiti, qualche storia d’amore, la televisione:
quelle cose utili al consumo. Prima quelle cose le avevano gli altri, perché da
bambino, lui aveva talmente poco che gli bastava. A lui bastava tutto quello
che c’era nel suo cortile: le pietre, la terra, le verdure dell’orto, un
pallone sgonfio, un trattore di plastica. Un giorno trovò per strada un album
delle figurine incompleto e lo portò a casa. Lo nascose in cantina in un baule
pieno di ferraglia. Pensò che quando sarebbe diventato grande lo avrebbe
completato. Ora che era grande si ricordò di quell’album e capì quanto fosse
incompleta la sua vita. Troppi spazi vuoti, troppe figurine mancanti. Rifletteva
su questa cosa stando sdraiato sul divano a fissare il soffitto. Non si era mai
sentito così ricco senza niente. Tutta la sua vita era trascorsa nella
responsabilità e nel dovere. Ogni cosa che faceva era precisa, per elevare se
stesso e per essere riconosciuto nella società. Aveva la necessità umana di
sentirsi dire ogni tanto “Bravo!” perché così gli avevano detto. Non disdiceva
neanche qualche premio economico per il suo diligente modo di fare. All’improvviso
era diventato pigro, troppo pigro, quindi stava in una sorta di felicità
strana, nel senso che sentiva che doveva fare qualcosa ma che se non la faceva
era meglio. Non voleva più fare un cazzo. Non era la noia che lo assaliva,
anzi, era la bellezza di eliminare ogni stronzata sul senso della vita. Aveva
sentito esperti in materia su come migliorare se stessi, aveva letto molti
libri di avventura, aveva incontrato persone degne di ascolto, e alcune ragazze
che volevano anche saltargli addosso. In realtà lui ora voleva solo togliere e
non aggiungere altro. Voleva togliere tutto quello che il mondo diceva di fare,
lui voleva fare il contrario. Il contrario di cosa? Qualsiasi cosa che gli
veniva detto era già il contrario del contrario di quello che avrebbe dovuto
fare. Non voleva più fare un cazzo. Voleva regalare tutto, quel poco che gli
era rimasto. Immaginò di non avere più niente. Immaginò di non avere più
sensazioni, emozioni, rabbie, colpe e cazzate varie. Rimise la mano sul cuore e
divenne invisibile. Durò pochi secondi che furono eterni.
- È ora di
andare a scuola!- Mamma, io in quel posto di merda non ci voglio andare!
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