giovedì 7 settembre 2017

Samy

Sicuramente era uscita da un manifesto della belle époche o da un quadro d’avanguardia di Chagall. Stava abbracciata allo stipite della porta, per non rischiare di volare via, come una sposa, che non sarebbe mai entrata in chiesa, che non avrebbe mai più potuto cambiarsi d’abito.
Samy si tingeva sempre i capelli di biondo se doveva partire. Quel giorno, era tornata, e se ne stava lì appoggiata allo stipite della porta.
Girarci intorno era impossibile, anche se decollava mantenendo i piedi per terra, non si lasciava andare a facili conclusioni. Aveva tatuaggi sulle braccia, di quelli che spariscono lentamente a settembre. Erano dei rami con foglioline che aspettavano l’autunno per cadere dolcemente in laghetti sperduti di campagne ingiallite.
Samy era come un girasole, era come una foglia. Samy, stava sempre sulla soglia.
- Tu non hai mai avuto quel pizzico di disperazione? – mi chiese voltandosi rapidamente, mentre io uscivo allo scoperto.
- Scusa? – risposi quasi fossi stato preso alla sprovvista.
- Ma sì, quella fiamma invisibile che brucia dentro: la fiamma pilota.
- Dentro?
Samy sospirò e sollevò i suoi occhi verso l’alto inarcando le sopracciglia, quasi per trovare, nella sua legittima perplessità, da qualche entità spirituale, nelle galassie dell’immaginazione, una spiegazione alla mia ingenuità.
- Il pizzico di disperazione è quel dolorino costante, è quel cerchietto alla testa appena fastidioso, è l’extrasistole al cuore, è un prurito alle costole, è mordersi la lingua, è un moscerino nell’occhio, è un’unghia incarnita, è… è… è… capisci?
- No.
- Ma come no, santiddio! È quella cosa che se non ci fosse non sopravvivresti. Ma non lo vedi negli occhi della gente? Non lo vedi nelle loro pupille?
- No.
Tutta quella sua burrascosa esposizione di esempi strampalati, mi confondeva. Non avevo mai pensato al “pizzico di disperazione”, casomai, alla disperazione vera e propria.
- Quindi, tu quella fiamma non l’accendi?
- Perché dovrei?
Si spazientì.
- Mai chiedere a una donna “perché?”. A una donna fai sempre domande con “Come, cosa, dove”. Capisci?
Cercai di spiazzarla con la mia preghiera.
- Qual è il mio pizzico di disperazione, allora?
- La quiete.
- Prima o dopo la tempesta?
- Durante.




giovedì 31 agosto 2017

La montagna

Le montagne sono delfini in tuffo restati di sasso, sono corpi sdraiati con visi rugosi, sono infiniti seni rigogliosi da stringere e da succhiare. Forse, è la distanza insopportabile che hai dentro che ti tiene scollegato dal mondo, il bisogno urgente di dare forma alla follia. Eppure, l’imponenza della montagna è lì ogni mattina, per chi ha modo di vederla, a prendersi la scena, a suggerirti un’idea. Qualcuno ha la necessità di conquistarla, qualcuno invece si accontenta di... stare ai suoi piedi per venerarla. Ma lei non cammina, casomai, si muove, si stira, si gratta e molto spesso sbadiglia. Basta un viaggio in pianura senza meta per avere nostalgia. Salita e discesa, salita e discesa, un elettrocardiogramma, un direttore d’orchestra con la bacchetta in mano che la disegna, le tue dita nelle insenature, uno strumento a fiato, una tromba d’aria, una catena per afferrare la roccia, un chiodo fisso, uno strumento a corda, graffi sul viso, squarci sulla tela. La montagna dice sempre di sì ad ogni tua richiesta, non si è mai visto che scuota la testa. Girarci intorno come una spirale se vuoi salire, per scendere basta rotolare. Montagne di problemi, montagne di impegni, montagne di cose da fare, montagne di responsabilità, montagne di soldi. Se vuoi tradirla ci fai una galleria. Un buco nello stomaco, un intervento chirurgico, uno stupro. Dov’è il valore aggiunto quando alzi la testa, quando arrivi in cima, quando sei aggrappato alla parete dalla parte sbagliata?
- Oggi ho imparato una parola nuova: “enantiosemia”.
- E quindi?
- Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare la corda vuol dire andare più in alto.
- E tagliare la corda?
- Fuggire o salvare qualcuno.



martedì 1 agosto 2017

Liza e Rob

Era un tardo pomeriggio estivo d’agosto. Rob leggeva distrattamente un libro giallo, ogni due righe la sua testa dondolava come un pendolo. Tratteneva il respiro quando s’immergeva nella lettura, sembrava un delfino che rincorre una barca alla deriva. Dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori. Ogni tanto perdeva la concentrazione invaso dai pensieri, qualche tuffo nei ricordi. Chiuse il libro con vigore, quasi volesse schiacciare alcune parole, quasi volesse mischiarle, ...quasi volesse farle esplodere.
- Qualcosa non ti convince?
Rob provò a girarsi, Liza non gli diede il tempo di farlo. Allungò il braccio facendogli vedere solo la mano aperta verso il mare blu cobalto.
- Quella davanti è una delle tante agave presenti nei giardini, insieme a migliaia di altre piante tropicali… crescono benissimo. Cresce pure il papiro e il banano.
- Il Paradiso?
- Qualcosa del genere.
Liza posò quella mano sulla spalla di Rob e gli chiese:
- Apri il libro, vai a pagina 40 riga 20 e leggi le due righe che di solito hai l’abitudine di fare.
Rob diede un’occhiata alle bianche unghie di Liza e pensò che basta veramente poco per crescere. Aprì minuziosamente le pagine ferite, arrivò alla pagina richiesta e contò le righe facendo scivolare il dito indice, mentre le unghie intimidite di Liza stringevano il deltoide. Avevano talmente paura che deglutirono insieme. Lui prese a leggere:
- Da soli si può vivere perfettamente… - si fermò a riprendere fiato.
- Vai avanti… - disse Liza affondando le unghie.
- Ma non una vita.
Rob finalmente si girò e la vide nella sua interezza. Le unghie erano entrate nella carne.
- E questo cos’è, un Paradiso interno?
- Chi lo sa! Magari mi è sfuggito qualcosa… mi sfugge sempre qualcosa.
Liza lasciò la presa, Rob vide mezze lune rosse come sorrisi sulla sua pelle.
- So già chi è l’assassino.
- Hai delle belle unghie.
- Crescono benissimo.
Per un attimo ebbero una gran voglia di piangere.


mercoledì 19 luglio 2017

Una goccia nell'oceano

Una goccia nell’oceano – così dicono.
Quando ti accorgi, anche solo per un attimo di una goccia nell’oceano, e ci metti un po’ di premura, cortesia, attenzione tipica del contadino che sogna di essere un marinaio, ecco che una goccia seminata in un punto preciso dell’oceano – aspettando che piova sul bagnato – apre, spalanca, squarcia la superficie, e un albero a vapore improvvisamente soffia con impeto verso il cielo la sua esplosione vitale. La miccia è una vena colorata nel torace, il detonatore è la goccia che fa traboccare il vaso di luce.
Una goccia nell’oceano – così dicono.



giovedì 6 luglio 2017

Il dilettante

Il dilettante ricerca, con assiduità, il mestiere, ovvero, ciò che definirei: la svolta. Ha quasi una sorta di mania di onnipotenza, si muove lungo sentieri in salita senza indicazioni di sorta. Non sa mai dove andare, e sbaglia sempre direzione. Eppure continua, accompagnato dai suoi sensi di colpa, spinto da convinzioni proprie, molto spesso infondate. Sa benissimo che non ha molto spazio e sa benissimo che ha bisogno di una grande preparazione, di una disciplina e di una predisposizione verso la conoscenza più elevata. Ci sono molti fattori che devono entrare in funzione, non basta una volontà di ferro e neanche la voglia di esprimersi, ci va il fuoco, e il fuoco non si può spiegare. Una volta conobbi un tizio che praticava malamente tutti gli sport possibili e inimmaginabili. Avevo una certa ammirazione per questa sua ostinazione. Oggi spero che si annoi spaparanzato sul divano a fare assolutamente niente fissando ragnatele negli angoli del soffitto. In fin dei conti, il dilettante si nutre con poco e quel poco gli basta: sguazza nell’utopia e, quelle poche volte che ci riesce, accende piccole fiamme come fiammiferi che strisciano sulla parte ruvida. Durano poco, il tempo necessario per accendere una pipa. Forse è un vizio, un automatismo di sopravvivenza, o forse, è solo togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Il problema vero però, è che al dilettante, il sassolino, una volta tolto, gli manca. 


domenica 2 luglio 2017

Tany

Tany aveva un’abitudine, non rara nelle femmine, in poche parole, quando usciva di casa alla mattina tornava sempre indietro perché si era dimenticata qualcosa. Non lo faceva apposta. Iniziò a pensare che in fondo era solo un modo per ritardare un evento inatteso nella vita. Ci teneva a questo suo rito quotidiano. Ogni volta faceva la conta delle cose che doveva prendere e ogni santa volta si scordava di un particolare. Mentre faceva le scale già sapeva che sarebbe ritornata.... Ne era felice. Quando raccontava questa cosa alle amiche, ne rideva come una conseguenza di sbadataggini inconsce ereditate da chissà quali distratte antenate. Forse, era meglio non venire a conoscenza di segreti nascosti nei meandri della mente irrazionale. Ma a lei piaceva rifare il percorso, era una sorta di cerimoniale, per evitare, probabilmente, sventure che le sarebbero capitate nel caso in cui avesse preso tutto l’occorrente. Una mattina, si scordò di aver scordato qualcosa e salì in macchina come se nulla fosse. Fece tutta la giornata come sempre e alla sera si trovò in un supermercato a fare la spesa. Mentre ripassava tutto quello che le mancava, ebbe una sensazione nefasta, ovvero, il preludio di un attacco di panico imminente. Cominciò a respirare affannosamente, andò in iperventilazione e cadde nel carrello di un tizio che aveva appena preso delle uova fresche. La frittata ormai era fatta. Lei si riprese e si scusò per l’accaduto. Però, la paura tornò a farsi largo immediatamente. Il suo unico pensiero era: “oggi mi sto ricordando tutto e non ho dimenticato niente”. Si lasciò andare nuovamente e il tizio la prese al volo come un portiere di calcio che blocca una palla vagante. Lei aprì gli occhi e lo baciò con fervore. Non si diedero nessuna spiegazione e corsero fuori lasciando i carrelli pieni con le uova sfracellate che gocciolavano sulla pavimentazione. Andarono a casa di lui senza fiatare, senza dirsi nulla, senza alcun turbamento, senza pudore. Quando entrarono, lui la prese con trasporto e lei lo lasciò fare. Erano entrambi pieni di eccitazione, qualcosa di estremamente sorprendente stava per accadere. Le lingue si intrecciarono, le mani ovunque, l’ardore si era impadronito dei loro pensieri eroticamente più profondi. Fred azzardò di brutto, infilò una mano sotto la gonna per levare con forza ogni intimo ostacolo.
- Non hai le mutandine! – le disse spalancando gli occhi con piacere.
Non lo avesse mai detto. Tany si ricompose e gli diede un buffetto.
- Oddio, meno male!
Lei uscì di corsa, dimenticandosi di Fred come si dimenticava le cose alla mattina.
Mentre faceva le scale già sapeva che sarebbe ritornata.



sabato 17 giugno 2017

A centinaia di chilometri, in linea d’aria.


Tra il letto di lui e quello di lei, c’erano in linea d’aria, centinaia di chilometri. Dormivano separati da sempre, vivevano distanti le loro vite, conducevano le loro quotidiane abitudini lontani l’uno dall’altra come degli sconosciuti. Non si erano mai incontrati come non si incontrano mai tra loro miliardi di esseri umani. Una sera, dopo che lei fece un lungo viaggio di lavoro, si trovò a sistemare cose insieme a lui, che era lì per caso, a sistemare le medesime cose. Stavano in uno spazio preciso a raccogliere oggetti da imballare, a nastrarli con cura, a impacchettarli per essere poi portati via. Si incrociavano senza toccarsi procedendo a passi in diagonale alla ricerca degli angoli opposti. Sembrava che un invisibile elastico li tenesse attaccati come un bungee jumping orizzontale. A turno facevano il perno. Ogni tanto, lui la faceva sorridere, con discrete battute ironiche. C’era un eccesso di pudore anche se a entrambi il sangue ribolliva fino alle tempie. Dove c’è rispetto c’è una gran voglia di fare l’amore. Nel movimento reciproco all’esecuzione delle loro mansioni, se uno avesse seguito i loro passi tracciando linee con una matita, si sarebbe accorto da esperto grafico, che stava disegnando una stella. Lui era lento lei era una molla. Quando ebbero finito e svuotato il luogo, messo ogni cosa in un furgoncino, rimasero in silenzio a guardarsi intorno con le mani sui fianchi, a fissare il soffitto dove l’unica cosa che resta è il lampadario. D’altronde, la forza di gravità non consente di sistemare lassù nulla che non sia una ragnatela. Si guardarono le ginocchia quasi come in un inchino, e si strinsero la mano. Neanche un bacio. Non era il caso di dare ai loro occhi il beneficio di farsi un viaggio, che non fosse quello di ritorno.
L’amore non si consuma, l’amore è lasciare la presenza al vuoto di una stanza.
Lei si sedette al volante, inserì la chiave, attese il tempo necessario di sistemarsi i capelli attraverso lo specchietto retrovisore, e i loro occhi finalmente s’incrociarono. Lei ebbe una gran voglia di scendere e lui di andarle ad aprire la portiera. Stava in mezzo a una strada. Mancò il fiato, il cuore rimbombava, le gambe tremarono. Pochi secondi di trasporto per capire che quella donna avrebbe potuto sistemargli le cose, pochi secondi di trasporto per capire che quell’uomo avrebbe potuto sistemarle la vita. Mise in moto l’automezzo e partì spedita. Lui prese, con la sua consueta lentezza, la via di casa.
La mattina dopo accadde qualcosa, qualcosa di inaspettato, inatteso, impensabile: si dimenticarono, si scordarono, continuarono la loro vita solitaria, dormendo in letti separati, a centinaia di chilometri, in
linea d’aria.