lunedì 28 dicembre 2015

Capodanno

Sono giornate asciutte di polveri sottili,
le montagne nude
assomigliano a nubili sdraiate
che attendono le nubi per essere maritate.
Sono giornate annebbiate 
aspettando che nevichi sui tetti,
nei cortili,
ma soprattutto nei conti correnti.
Alle porte il nuovo anno:
un venditore fasullo
che ti suona il campanello,
di buoni propositi,
di decisioni improbabili.
La gente per strada ha la faccia speranzosa,
malgrado la tosse eccessivamente catarrosa,
ti ferma e ti chiede sempre la stessa cosa,
perché stan male se non lo fanno:
"Ragazzo spensierato, che fai a Capodanno?"
Tu li guardi negli occhi come il gatto col topo
"Io a Capodanno se mi gira, scopo!"

martedì 22 dicembre 2015

Come si scopa un cortile

Come si scopa un cortile.
La prima cosa importante da fare è la scelta della scopa. Può essere larga, lunga, doppia, ma quella che è funzionale al cortile è la scopa saggina: quella con le quattro cuciture orizzontali che fissano più saldamente i mazzi e con il manico in legno coi controcazzi. La sua altezza non deve essere inferiore a 130 cm. Una volta scelta la scopa si prende la paletta e il sacco dell’immondizia, quella indifferenziata. Innanzitutto non si parte dal centro. Chi parte da lì non ha capito un cazzo, perché si troverebbe a pensare di scopare mentre in realtà sta spazzando. È essenziale capirlo subito se non si vuole solo alzare la polvere. Infatti, un’alta percentuale di presunti scopatori di cortili lo fanno male perché ci girano intorno. Ragion per cui, si deve iniziare dal cancello o dall’ingresso principale – qualcuno preferisce partire dall’ingresso secondario – fate un po’ voi come vi pare. È essenziale usare bene la scopa! Credetemi, va usata in concomitanza con la respirazione; non è importante la forza tanto meno l’oscillazione, la scopa va presa con cura e fatta andare con armonia. Quindi è indispensabile una buona postura, gambe leggermente piegate, braccia e mani che si muovono come se stessero a suonare un’arpa. La polvere va accompagnata come una pallina da golf quando è vicina alla buca, usando lievemente lo spostamento della spalla. Si può ascoltare la musica, se si vuole, ma non c’è musica migliore del fruscio costante della scopa sul cortile. Bisogna andarci piano perché chi va veloce gli tocca poi ricominciare da capo. Non fumate durante, magari dopo. Tutto il materiale va spinto come guerrieri pronti a combattere, tu sei il loro condottiero. Molto efficace l’attenzione che ci metti soprattutto nelle zone laterali, è lì che butta l’occhio l’ospite che varca il cancello quando ti viene a trovare. Quando arrivi in fondo, ovvero dove c’è il muro, ti fermi e vai agl’angoli estremi e avvicini il tutto in un luogo che chiamerai: “mucchio”. Prima di raccoglierlo, sarebbe opportuno fare un giro ulteriore con la paletta per raccogliere quello che ti è sfuggito, ma soprattutto alzare la testa e osservare con attenzione tutte le ragnatele negli angoli di porte o androni, perché ci sono sempre ragni che ti rompono i coglioni. Dopo aver raccolto il mucchio e messo nell’apposito sacchetto, ti fai una camminata intorno per sentire sulle tue suole quella sensazione di pulito, quel rumore sordo che prima era più marcato dato che calpestavi di tutto. Quando hai finito ti guardi intorno, ti metti la scopa sulle spalle, raccogli il sacco e torni in casa manco fossi babbo natale o meglio ancora la befana.

lunedì 21 dicembre 2015

Dimmi qualcosa di carino

- Dimmi qualcosa di carino...
- Hai una bella faccia da vicino. È raro. Davvero!! Da lontano sei graziosa, da vicino sei un'altra cosa.
C'è un gran bisogno di belle facce da vicino stropicciate dal tempo,
dai sorrisi infantili portati appresso dal vento, dalle rabbie adolescenziali,
dalle smorfie dubbiose che generano sulla fronte insenature orizzontali.
E che dire delle due curvature tra il naso e le gote!?
Una campana che suona le note,
quelle conosciute.
E per finire, le striature laterali molto marcate, per ricordarmi le volte che hai dormito sonni profondi solo per non sognare troppo ad occhi aperti.
C'è un gran bisogno di belle facce da vicino, da tirare con i palmi,
da spostare i capelli,
come tende al mattino
che aprono i miei occhi verso un viale di olmi.
- È raro... Davvero!!
- Sei caro...
- Hai una bella faccia da vicino.
- Dimmi qualcosa di carino...
 
 

sabato 19 dicembre 2015

Santa Lucia

Mi sovviene all’improvviso un ricordo guardando i santi sul calendario, non che abbia la necessità incombente di fare auguri di buon onomastico a qualcuno, ma solo per ricordarmi di pagare le spese condominiali, purtroppo. Quindi, il mio sguardo si è posato al 13 dicembre, ovvero Santa Lucia. Il suo nome mi riporta indietro di 40 anni circa, quando ero nel periodo preadolescenziale ed ero magro come un chiodo. C’era sta tizia di nome Lucia, di un anno più vecchia di me, che viveva nel mio stresso palazzo e giocavamo sempre a pallone nel cortile sterrato. Il nostro gioco preferito era “porta a porta”: due garage, uno di fronte all’altro, a una distanza di una ventina di metri. Uno tirava e l’altra parava, e viceversa. In poche parole vinceva chi segnava prima una decina di goal. Lucia era una forza della natura, aveva muscoli solidi nelle gambe e due tette giganti che potevano anche prenderti a schiaffi, tirava delle “Punciunate” (questo è il termine che si usa in Piemonte per chi tira di punta) così potenti che il pallone prendeva strane traiettorie impossibili da parare. Un giorno la palla di gomma mi arrivò in faccia e mi fece fare un volo all’indietro come un birillo da bowling, spostandomi qualche vertebra cervicale e facendomi saltare l’ultimo dente da latte. (Tralascio di raccontarvi quelle innumerevoli volte che mi arrivò nei coglioni). Un giorno le citofonai per chiederle di giocare, lei mi rispose che c’era troppo vento e che era preoccupata per me perché pesavo più o meno come una foglia di castagno. Mi disse gracchiando:
- Vai a farti una sega che è meglio.
Sta di fatto che la partita più bella la facemmo un pomeriggio di agosto. Eravamo 9-9 e andammo ai vantaggi. Fu una partita interminabile, lei sudava come una foca in delirio mentre io barcollavo come un burattino di legno. La palla finì in strada, io corsi in piena adrenalina a raccoglierla velocemente. Un pullman inchiodò a venti centimetri dal mio naso, persi conoscenza e le mie innumerevoli ossa caddero a terra come i bastoncini dello Shangai. Lei bussò alla porta del pullman, si fece aprire, salì e strinse la mano all’autista, poi scese. Mi raccolse delicatamente come un angelo e mi disse:
- Sempre puntuale la Satti.
Ora so che Santa Lucia non c’è più da qualche anno, qualcosa se l’è portata in cielo, ricordo con molta tenerezza una sua considerazione di me:
- Metti su qualche chilo, ragazzo.
A proposito, la partita finì 32-30 per lei, con una sua “Punciunata” che finì all’incrocio dei pali. Dovevate vederla, era felice come una Pasqua, con le braccia verso il cielo ad esultare e a prendermi per il culo facendomi il gesto dell'ombrello.

giovedì 17 dicembre 2015

La strada senza sbocco

C’era buio in quella strada di pietra.
Era in salita come la vita.
Lei rideva con le mani vicino alla bocca.
Lui stava più sotto nella curva.
L’edera si muoveva.
Una piccola lampadina accesa.
Poca roba.
Che dire ancora?
C’era scritto: “strada senza sbocco”.
Sul muro.
Un presagio.
Andiamo?
Adesso ti bacio.
Passarono mille anni da allora.
La strada era in discesa.
L’edera era ferma.
La lampadina spenta.
Andai fino in fondo.
Non era vero.
La strada proseguiva verso un sentiero.


martedì 15 dicembre 2015

L'estate sta finendo

Eravamo sul treno di ritorno da una vacanza in Toscana andata a puttane. Dovevamo starci due settimane. Invece, dopo due giorni, avevamo già esaurito le nostre speranze di continuare. Il primo giorno, Vincent e Daniel rischiarono di annegare con il loro stupido materassino gonfiabile. Non sapevano nuotare. Quel giorno le onde erano alte come Vincent, che superava di gran lunga i due metri… e i cento chili. Quando vennero ribaltati, Vincent acchiappò Daniel e lo fece diventare il suo nuovo materassino. Andarono a fondo. Il bagnino, che era lì vicino con il suo pattino, si buttò in acqua e lottò contro quella specie di Moby Dick di Vincent che teneva stretto Daniel tra le braccia. Il bagnino vinse la battaglia usando una tecnica efficace: guardò Vincent negli occhi e gli disse di NO con la testa, un NO molto convincente. Si salvarono tutti, ma Vincent, lasciato Daniel o quel che restava di lui, decise di andare a sbattere contro uno scoglio e di abbracciarlo. Si tagliò in ogni parte del corpo. Insanguinato, attraversò la spiaggia tra l’incredulità della gente. Quel cetaceo, trafitto da innumerevoli fiocine, andò verso la strada e fermò un’ambulanza che girava a cazzo:
- State cercando me… - urlò prendendo a pugni il parabrezza.
Nel chiosco nel frattempo suonava: “L’estate sta finendo”.
La sera arrivò un temporale spaventoso che ci ribaltò la tenda portandosela probabilmente in Corsica: nel luogo ideale dove nascono i camping. Spendemmo tutti i soldi per taxi e multe varie, perché Daniel si divertiva ad attraversare i binari della stazione ogni volta che un treno stava per arrivare. Si sentiva come Gesù Cristo, quindi, quella scossa di adrenalina del giorno prima, lo aveva talmente interdetto che un mese dopo si iscrisse a un corso di parapendio, lui che soffriva anche di una grave forma di vertigini che lo faceva vomitare già a quattro metri di altezza.
Su quel treno, io e Vincent conoscemmo Fernanda. Un’argentina di origini italiane che sarebbe scesa a Novi Ligure. Era simpatica e carina, e Vincent ci perse quasi la testa: l’unica cosa sana che gli era rimasta, dato che era tutto fasciato come una mummia. Quando lei gli chiese cosa si fosse fatto, lui rispose:
- Solo qualche graffio...
In realtà, su quel corpo si poteva fare un corso completo di cucito.
- Ho salvato sei bambini da una morte sicura! – disse dandomi una gomitata nello sterno.
- Davvero? – lei chiese a me con gli occhi di una che aveva appena visto Rambo.
- Sì, erano proprio sei – risposi col fiato corto.
Quando Fernanda arrivò a destinazione ci diede il suo indirizzo di Buenos Aires, dicendoci di scriverle perché ci aveva trovato simpatici.
Io non le ho mai scritto, anzi, non credo neanche di avere più quell’indirizzo.
L’altro giorno, dopo trent'anni, ho incontrato Vincent e le sue cicatrici. Era con sua moglie e ben sei bambini.
- Ciao Vincent, che fine ha fatto Daniel?
- L’ultima volta che l’ho visto, due anni fa, partiva per il Perù, voleva a tutti costi provare i funghi allucinogeni degli sciamani.
- È tornato?
- Non lo so, era sulla sedia a rotelle quando è partito.
L’ho guardato stupito.
- Non mi presenti tua moglie.
- Ah, sì, certo. Lei è Fernanda.

venerdì 11 dicembre 2015

Le origini di "Liberi tutti"

Adesso vi racconto brevemente come è nato “Liberi tutti”.
Circa nove anni fa stavo con una tipa, ed ero follemente innamorato di lei – succede.
Questa storia aveva avuto un inizio magico, quegli inizi che un po’ tutti vorrebbero, basato su coincidenze, sincronicità, déjà vu, che se solo le raccontassi qua non ci credereste.
Ma non è questo il punto di cui voglio parlare, ma sul perché io un giorno decisi di scrivere un libro – come la maggior parte degli italiani che non hanno un cazzo da fare.
La relazione era agli sgoccioli, quindi, bastava veramente poco perché finisse, e quel poco fu un tizio che la corteggiò regalandole un libro di un famoso scrittore – regalate libri alle donne mi verrebbe da consigliare.
Sta di fatto che lei lo lesse, e ci lasciammo.
Il giorno dopo scrissi “Liberi tutti”.
Ci impiegai venti giorni.
Poi glielo spedì.
Ora ho molta tenerezza per quel ragazzo non ancora quarantenne che scriveva come un adolescente.
Quel libro era una rivalsa, un modo per dirle che...
“Senti, bella! Lui ti avrà anche conquistato, facendo il figo, con un libro scritto da uno scrittore conosciuto, ma io, bella, ti lascio andare con un libro scritto da me che scrivo alla cazzo di cane”.
Sì, forse era una cazzata, ma allora la pensavo così, e mi piaceva pensarla così.
Il giorno dopo entrai in una biblioteca, un luogo a me sconosciuto, e conobbi Cicerone.
Vi saluto brava gente.

mercoledì 9 dicembre 2015

La vera storia del "non scrittore"

Andava in giro dicendo di essere un buon “non-scrittore”.
Affermava che fosse in grado di far vedere una buona storia senza le parole.
- C’è sempre un gran bisogno di buone storie senza le parole! – così si esprimeva.
Per lui il rischio più grande era di scrivere una storia sbagliata, per poi vergognarsene. Aveva il timore dello choc del riconoscimento, o peggio, della critica.
- Io non riesco a scrivere tutto!
Questo era il suo limite. Non riusciva a catturare ogni cosa che le passava per la mente. Per lui le storie erano farfalle zigzaganti difficili da prendere, e solo una o due, tra centinaia, si posavano sul dorso delle sue mani, a raccontargli qualcosa che fosse simile al colore.
Già, ma quale? Il rosso? Il giallo? Il blu? Tutti insieme? Le solite cose!
A lui non piacevano gli aggettivi li riteneva ridondanti, e per di più non sopportava descrivere gli ambienti, tanto meno i dialoghi troppo lunghi, casomai era tentato ai linguaggi onomatopeici, ma non sapeva come scriverli.
- In una storia potresti scivolare – esclamava con forza – a volte è un tentativo di asciugare un pavimento con uno straccio bagnato senza mai strizzarlo, uno sforzo inutile. Meglio tenere aperta la porta e lasciar fare al sole – queste erano le sue parole.
La sua accuratezza nel non scrivere era maniacale. Poteva stare delle ore con le mani appoggiate sulla macchina da scrivere, e le dita sospese verso lettere che non sarebbero mai state battute, le quali non avrebbero riempito alcun foglio bianco perché non c’era neanche quello.
- Potrei rovinare la mia Olivetti lettera 22.
Infatti, per lui, solo dopo la Zeta che iniziavano le storie: la ventiduesima lettera, quella che le raccoglie tutte.
- Le parole sono solo lettere in disordine.
Diciamoci la verità, io questo “non scrittore” non l’ho mai capito, e come me anche altre persone. Sta di fatto che gira per le città del mondo raccontando sempre la stessa storia che non ha mai scritto, una buona storia, così lui la definisce.
- Ma dove vorresti andare?
- L’eccellenza è muoversi senza andare da nessuna parte.


mercoledì 2 dicembre 2015

Le mille e una notte

Prese i suoi capelli, con quelle sue piccole mani, e li lanciò in avanti verso di lui. Fece questo gesto inconsapevole come se stesse rovesciando un secchio d’acqua. Gli arrivò solo un vento asciutto sulla faccia, un vento che asciugava le parole non dette. Poi, partì un tango, un tentativo di leggere un corpo che gli stava appiccicato addosso. Era il tempo del dopo, perché prima si amarono in un letto doppio, diviso solo da un canale come quello di Corinto. Si infilavano a turno come navi che cambiano mari velocemente, senza avere la necessità di circumnavigare continenti. Si erano trovati facilmente come randagi, ed è bastato loro annusarsi. Lui ruvido come la sua pelle, lei sempre piena di speranze. Si sa che le donne sopportano meglio gli abbandoni, sono serrature che non si arrugginiscono come le chiavi lasciate appese sui muri. Fecero colazione affamati e divorarono dolci confezionati. C’era stato un momento nella notte che restarono zitti, o meglio ancora, spenti. Non c’erano forzature, vigili del fuoco che buttano giù porte, incendi dolosi. In quei corpi solo caminetti dove si sentono gli scoppiettii dei legni. Scintille che ti fanno chiudere gli occhi e ti scaldano le guance. Erano rossi, incandescenti, arabe fenici. Tostati come semi si sesamo da mettere sulla crosta del pane. Quando lei decise di andare, lui la vide al posto della porta, la mano di lei nella sua, una maniglia.
- Puoi aprirla quando vuoi – disse ormai diretta verso l’atrio.
Lui la guardò come la lampada di Aladino.
- Ci volevi proprio!


martedì 1 dicembre 2015

LIBERI TUTTI


Se dovessi pensare a cosa scrivere per promuovere il mio racconto, direi solo che: "ho il cuore in gola adesso". Lo scrissi otto anni fa per un'urgenza, quindi, troverete una storia immediata. Trovando difficoltà su come pormi, prendo spunto dall'oroscopo di Rob Brezsny, che mi ha detto di essere, in questa settimana, un dilettante di successo. Infatti è il libro di un principiante, è solo un libro di un principiante... e questo è l'incipit.
p.s. andate nelle librerie e ordinatelo, oppure acquistatelo direttamente alla casa editrice.
Grazie!
(Il venditore di incipit)

martedì 24 novembre 2015

Urbi e Torbi

Umberto e Tony erano due pistoleri del nuovo millennio. Si facevano chiamare Urbi e Torbi.
Un vecchietto un giorno disse a loro:
- Si dice Urbi et Orbi!
- Noi ci vediamo benissimo, vecchio! - risposero all'unisono.
Sembravano due tipi tranquilli, ma in realtà nascondevano da qualche parte due Colt 45, che sommate, facevano 90 come la paura. Con quegli aggeggi sparavano ai 4 venti: al libeccio, alla bora, allo scirocco e alla tramontana. Agli altri non sparavano mai.
- Non hanno il coraggio di soffiare quando ci siamo noi! – disse Urbi in una sua recente conversazione.
Li trovavi nei saloon a bere: uno al bancone e l’altro a guardargli le spalle. Non bevevano mai assieme: troppo rischioso. Fatto sta, che queste pistole, non si erano mai viste. Urbi era la mano destra più veloce della valle del manubrio, e Torbi la mano sinistra di Zio (Ovvero, Zio fa)
Un giorno parlando con Torby, lui mi disse:
- Senti, mezzasega, tu non immagini neanche quello che potremmo fare…
- E cosa potreste fare? – chiesi tremolante.
- Lascia stare, smidollato!
- Ma voi non avete mai sparato?
- Ma ti rendi conto che se avessimo già sparato ci sarebbe stato un macello.
- Beh, certo…
- Tu vorresti un macello?
- No di certo!
- Vedi!?
Nel frattempo si dettero il cambio. Urbi venne da me e Torbi andò a coprirgli le spalle a debita distanza.
- Ascolta, rammollito, lo sai benissimo che in una storia, se spunta una pistola, quella deve sparare.
- No, non lo sapevo. Chi lo ha detto?
- Checov!
- Chi è Checov?
- Un pistolero degli Urali.
- Dove sono gli Urali?
- Ehi, lattante, hai rotto con le domande!
Torbi si avvicinò a Urbi e gli disse qualcosa sottovoce.
- Noi andiamo, pivello, c’è una tramontana in arrivo. Copriti.
- Perché?
- Perché potrebbero volare pallottole.
Ebbi un sussulto.
Mentre si allontanarono dissero qualcosa sul Padre, sul Figlio e sullo Spirito Santo.
Amen.


sabato 21 novembre 2015

Marta

Marta è sarta.
Marta prende tutto alla lettera.
Lei cuce i buchi delle calze usando le uova.
Marta si taglia i capelli da sola.
Li taglia quadrati come dei cerchi.
La trovi allo ZAC, un locale dove si fa la musica con le forbici.
Marta usa un po’ di lacca.
Marta è russa e un polacca.
I suoi occhi sono due bottoni marrone chiaro.
Si è fidanzata con un iraniano.
Un giorno lui le disse:
- Io sono lo Scià!
E lei lo lasciò.
Beve crema di whisky perché le ricorda la seta.
Marta non ride con la bocca lo fa con la cistifellea.
Se parli troppo con lei, ci devi dare un taglio, se no ti cuce la bocca.
Marta è brava a fare corpetti da togliere il fiato.
Marta non sa fare il bucato.
Marta è nobile come un lungo vestito.
Se proprio volete colpire Marta, sorprendetela da dietro con le mani negli occhi.
- Chi sono? – le ho chiesto con la voce goffa.
- Ehi ragazzo, ce l’hai la stoffa?


giovedì 19 novembre 2015

Allez les filles, au travail - En mémoire de V. S.

- Come posso andare avanti?
Una domanda alla sua coscienza in attesa di una risposta fuori dal tempo.
Che cosa la sconvolse? Che cosa turbò il suo muscolo invisibile?
Un enorme brivido sulla pelle l’avvolse, non ci fu il tempo di decidere.
Ogni pensiero venne cancellato: la musica, i sogni nella borsetta, un uomo accanto. Si voltò velocemente e andò nella direzione sbagliata, quella giusta era già occupata. La sua corsa fu goffa e il suo cuore si spostò nella gola, non ebbe il tempo di sputarlo dalla bocca. Mostrò la schiena per consegnare ai suoi occhi una speranza. Aveva sempre sostenuto che nella vita non sarebbe mai stata vigliacca, quindi, attese invano il coraggio per sostenerla. Scappò dai rumori secchi, quelle delle noci quando le schiacci. Sentì conficcarsi nella schiena pezzi di gusci, e pensò all’autunno quando i colori sono umidi e i boschi si spogliano per mostrarsi nudi. Era la stagione della caccia agli uccelli; lei cadde prima con la faccia e poi con tutti i capelli. Fece un lungo respiro per sentire i punti dolenti, erano tanti, e sorrise pensando di unirli. Si lasciò andare come una matita quando la punta si spezza.
L’ultima cosa che vide fu una bambina che disegnava se stessa.


domenica 15 novembre 2015

Cosimina

- Come ti chiami?
- Cosimina.
- Scusa?
Me lo feci ripetere 7 volte. Non so se era perché parlasse velocemente o ero io che avevo il mio solito problema di dislessia, sta di fatto che, nella mia mente complessa, avevo capito Casamia. Aveva uno sguardo diverso, intenso, spalancato. Nei suoi occhi c’era qualcosa che roteava tra le pupille come una spirale, e tra i capelli sembrava spuntassero due piccole antenne. Non presi la premura di verificare per non essere scortese. L’unica cosa che compresi, nel suo modo di dire, era che le piaceva il reggae, tutto il resto lo persi velocemente. Quando se ne andò rimasi ipnotizzato, come se mi avesse carpito molte informazioni dal mio subconscio. Decisi di seguirla di nascosto come un bravo investigatore privato, affittando di fretta e furia, a buon prezzo, un impermeabile beige e un capello nero, in un negozio del centro. Vagava per la città. Mi mimetizzai tra i passanti tenendo un giornale in mano, facendo finta di leggerlo. Funzionava alla grande, dato che non si accorse di nulla. Quando arrivò in una stradina di campagna, la vidi alzare una botola e introdursi al suo interno. Viveva nel sottosuolo. Aspettai un giorno intero mangiando hamburger e bevendo coca-cola, ma soprattutto fumando sigarette come si addice a un buon investigatore. Per essere la mia prima volta non me la cavavo mica male. La mattina seguente lei uscì dalla tana. Diede uno sguardo in giro come farebbe una marmotta, e non mi vide: ero appostato come un gufo su di un ramo di una quercia. Quando la vidi lontana, aprii la botola e mi intrufolai dentro. Era un bunker della seconda guerra mondiale arredato con dei mobili dell’Ikea. Capii subito che non era umana perché i mobili erano montati a cazzo senza una logica svedese. Infatti Cosamina, o qualcosa del genere, era un’aliena, almeno questa era la mia conclusione. Quel posto era il suo quartier generale. Scrutando qua e là, vidi un foglio vicino a una specie di macchina del tempo, con su scritto qualcosa che avrebbe cambiato le sorti del mondo:
CARI AMICI DEL PIANETA ZR567TR (all’inizio pensai alla targa della macchina, ma la mia finiva con FG, per fortuna), STO PER RIVELARE IL SEGRETO UNIVERSALE AGLI UMANI, IL SEGRETO CHE CAMBIERA’ RADICALMENTE LE LORO SORTI. IL SEGRETO, CHE VOI BEN CONOSCETE, E’…
- Che ci fai qui? – disse Casomina o qualcosa del genere.
Era arrivata sul più bello, proprio nel momento sbagliato. Bastava che fosse arrivata un minuto dopo e io avrei scoperto il segreto.
- Scusami, ti ho seguita e…
- Silenzio!
Stetti muto.
- Ora i casi sono due: o ti elimino - io già pensavo al secondo – o ti tolgo la memoria.
Propesi per la seconda ipotesi.
- Come ti chiami?
- Cosimina.
- Scusa?
Me lo feci ripetere 7 volte.

mercoledì 11 novembre 2015

E fino a qui

Lei e lui.
E fino a qui…
Passeggiavano per mano stringendo la sera. La luna si era presentata silenziosa come un portachiavi tra le dita, e il vento, agitando i rami, aveva spazzolato il cielo lasciando un suono leggero di chiavi, quelle che aprono orizzonti. Sullo sfondo, dove il fiume diventava un punto, colori simili a bucce di arance e di limoni, trasportati dal corso d’acqua, rivestivano il letto di lenzuola rosse messe con cura dal sole che andava a dormire.
E fino a qui…
Lui la prese in braccio come una sposa, e corse verso la riva. Lei rideva timorosa.
- Adesso ti butto! – le disse credendosi un pittore astratto.
- Ti prego, non farlo!
- Volevo solo dipingere…
Un tizio fece una foto.
E fino a qui…
Andarono a cena. Lei asciutta, lui con le punte delle scarpe piene d’acqua. Mangiarono sushi con le mani, in un locale di gente con gli occhi diversi dai loro. Leccandosi le dita dal riso facevano l’amore senza svestirsi. Il riso stava dappertutto, nei piatti, negli occhi della gente e nelle loro bocche.  
- Stiamo bene…
- Sì, dai…
E fino a qui… poche parole.
C’è una cosa, qualcosa che non vi ho detto. Tutta questa storia, lei e lui, l’avevano solo immaginata. E tutto questo mentre si andavano incontro come una storia già vista.
E fino a qui...

domenica 8 novembre 2015

Novembre


Avevi i raggi del sole nei capelli. Come fiamme laterali, accendevi le punte e mi riscaldavi le tempie. Per sentire meglio il calore avevo chiuso gli occhi, intorno a uno spazio considerevole.
- La terra si muove! – ti dissi.
Tu ti mettesti a ridere alimentando il fuoco. La mia faccia era un asteroide incredulo che si era fermato a osservare la luce, una piccola eclissi, un momento di fermo immagine. Volevo solo togliere qualche raggio al mondo circostante, ne avevo bisogno. Dentro il mio stomaco si era acceso un fiammifero solo per rosicchiare il buio. Io ero dentro a digerire qualcosa di storto, un reflusso quotidiano, quelle cose che ti porti dietro, i soliti cubetti di ghiaccio.
- Comincia a far freddo!
- È novembre!
Frasi ovvie dette sul tappeto volante.
- Dove mi porti?
- Dove nascono le meteore.


Nora

Quando uscii dal locale guardai l'ora: erano le 23. Mi misi a chiacchierare con amici. Lei arrivò all'improvviso: precisa, puntuale come il tempo. Parlammo del più e del meno, nel senso che parlai solo io. Aveva una bellezza africana anche se era più bianca di una colomba. Il suo sorriso svolazzava, infatti, la sua bocca era aperta come le ali di un'aquila reale quando si libra nell'aria. Le piaceva ridere e questo lo faceva sovente, anche con sua madre, così ci disse. (Nessuno di noi si prese la briga di chieder conferma).
Poi, salutò volendo prendermi una mano tra le sue, come quelli che hanno appena vinto una finale.
- Come ti chiami? - le chiesi al suono della mezzanotte.
- Nora!
Erano passati esattamente 60 minuti.




domenica 1 novembre 2015

Non eri previsto

- Non eri previsto.
Era giunto come un oroscopo inatteso. Una risposta a una domanda che lei si era posta tempo addietro: una lettera aperta non ancora letta.
- Avrò tempo per farlo…
Ma il tempo non le aveva dato quello che lei aveva rimandato.
Infatti, quel giorno, il suo segno diceva che non ci sarebbero stati incontri, ma solo tensioni, problemi. Tutto verteva sul fatto che i pianeti erano disallineati e la luna era contraria. Già alla mattina si era alzata con l’umore a terra: una bassa marea, una giornata asciutta. Il fine settimana un monologo già visto: venerdì sera: apericena, sabato sera: cinema. Usciva con le amiche e rideva. Erano sempre in quattro per la necessità di avere il tavolo occupato. Si divertivano con quegli sguardi smarriti sulle consumazioni e sui bicchieri mezzi vuoti.
- Non eri previsto.
Gli disse questo, quel lunedì di metà pomeriggio. Era ferma al semaforo rosso. La radio passò un bel pezzo e lei alzò il volume. Diede un’occhiata a se stessa tramite lo specchietto e vide le sue rughe sulla fronte. A quel punto scattò il verde. Lei lasciò la frizione troppo velocemente e il motore si spense. Provò a girare la chiave, ma niente. Dietro una coda interminabile. Tutti si misero a suonare il clacson e a lei venne una crisi di panico. Un eccesso di iperventilazione le fece perdere i sensi nel momento in cui scese dall’auto per chiedere aiuto. Andò giù a terra come un sacco di calce e non vide più nulla se non il buio.
La sua realtà fu cambiata in quell’istante. Solo voci, grida, rumore di scarpe. Quante storie in quei movimenti. E il suo cuore fermo e gli occhi chiusi. Il suo peso era aumentato di sproposito e le spuntò un sorriso bianco come il suo viso.
- Non eri previsto – disse lei a quell’immenso.
Quando aprì gli occhi si trovò tra le braccia di un uomo vestito come un imbianchino.
- Tutto bene? – le disse spaventato.
- Dove sono?
- A un incrocio.
- Sono viva?
- Ti ho fatto un massaggio.
- Sei un medico? – chiese vedendolo vestito di bianco con sprazzi di colori sull’indumento.
- Un imbianchino.
- No, non eri previsto.
- Scusa?
- Devo dare il bianco.

lunedì 26 ottobre 2015

Il fiore banano del Paranà


C’era una volta un bambino, un nano, un ubriaco e un cane. Puzzavano come delle carogne, quindi, si riconobbero subito. Il bambino era scappato da un orfanotrofio, il nano da un circo, il cane da un canile e l’ubriaco da se stesso.
- Mi mancano i genitori! – disse il bambino.
- Mi manca l’altezza! – disse il nano.
- Mi manca la bottiglia! – disse l’ubriaco.
- Bau! – disse il cane.
Tutti e quattro erano seduti sulla panchina e si grattavano, o meglio si scambiavano le pulci.
Vicino a loro, all’improvviso, sbocciò un fiore profumato. Era così bello che il bambino tentò di raccoglierlo.
- Non toccarlo! – disse l’ubriaco.
- Perché? – chiese il nano.
- È il famoso fiore banano del Paranà!
- Ah! – risposero all’unisono il bambino, il nano e il cane.
Dopo alcune ore quel fiore diventò un grande banano, e si misero a vendere banane gialle alla gente del parco. Nel giro di poche settimane diventarono ricchi da far schifo. Quel fiore, divenuto pianta, faceva delle banane così buone che producevano felicità ovunque. Si fecero una bella foto tutti insieme sorridenti: il bambino in braccio all’ubriaco, il nano in piedi sulla panchina a fare con la mano un semplice saluto, e il cane su due zampe con un bell’osso in bocca.
Un giorno arrivarono i gendarmi, gli assistenti sociali, i medici, gli scienziati, i politici, i vescovi, gli psicologi, le telecamere, i telegiornali, e tagliarono la pianta. Il bambino venne mandato in una famiglia bene che lo adottò, e gli diede tutto il bene del mondo, quello della famiglia bene. Il nano si scoprì che era albanese e che sapeva passare sotto le porte delle case, quindi, era un ladro che si doveva sparare per legittima difesa. Infatti, fece quella fine, lui che aveva sempre sostenuto che passava attraverso le serrature. Venne fucilato da pensionati per bene. Il vecchio ubriaco venne internato dato che quelle simpatie per il piccolo erano alquanto stravaganti, così definite dai dotti, medici e sapienti. Lo imbottirono di psicofarmaci e di elettroshock da mandarlo col cervello in un altro mondo, il mondo catatonico. Il cane, infine, non era vaccinato e non si poteva lasciare in giro uno che si curava leccandosi il culo. Lo presero e gli tagliarono la gola.
Venti anni dopo, il bambino già grande, con la laurea in architettura, filosofia, vincitore di x-factor, scrittore, e campione del mondo di salto in alto, basket e tuffi dal trampolino, decise di tornare alla panchina del fiore banano del Paranà. Il fiore lo riconobbe e fece una pianta ancora più grande.
- Bananeeee, bananeee!!! Venite gente, venite!! Queste banane sono morbide, succose. Venite gente, queste banane fanno sognare – urlava felice.
Quel bambino, diventato adulto, aprì un’attività vendendo banane della felicità. Sull’insegna ci mise la foto dei suoi compari e chiamò il negozio “I quattro banani”.
- Mi scusi, chi sono quelli?
- I miei genitori.

mercoledì 21 ottobre 2015

L'arciere


Prese bene la mira, mollò la corda e la freccia partì. Non prese alcun bersaglio e si conficcò a terra. Non aveva colpito alcun guerriero, malgrado fossero in migliaia a correre armati verso il suo castello. Prese lentamente un’altra freccia, la dispose correttamente nell’arco, mirò verso il sole e la fece sibilare. La traiettoria era sempre la stessa: semicircolare. La freccia non colpì nessuno neanche questa volta. Ne lanciò altre con la stessa cura, e il risultato fu sempre lo stesso: un buco per terra. L’arciere in questione era consapevole di non voler uccidere alcuno. La sua precisione era chirurgica; da ragazzo si allenava con gli uccelli migratori. Infatti, la prima volta che prese l’arco e le frecce, regalo del padre per il suo quattordicesimo compleanno, tentò di uccidere un uccello. Era un giorno di autunno, lui prese la via dei boschi. Appostatosi dietro una quercia, aspettò che centinaia di uccelli si mettessero a danzare nel cielo formando straordinari stormi. Quando li vide, prese la mira e scagliò la freccia nel cielo. Passò in mezzo a tutti i volatili andando a conficcarsi in una nuvola. Comprese immediatamente il suo talento: era un arciere fuori bersaglio. Era bravo a non colpire niente.
La guerra finì, il suo castello fu conquistato, lui venne catturato e poi lasciato libero per buona condotta.
Un giorno, sulla cima di una montagna, scagliò la sua ultima freccia che fece il giro del mondo. Attese un mese. Esattamente il trentunesimo giorno, la freccia cadde ai suoi piedi.
- Cosa hai visto?
- Frecce che andavano a bersaglio.
- E tu perché sei tornata?
- Per essere lanciata nell’universo!
Prese la freccia e gli diede il ben servito.
La freccia passò tutte le galassie e uscì dall’universo. Quello che osservò fu straordinario, infatti, vide il bersaglio.
- Finalmente! – disse.
E colpì in pieno l’infinito.


domenica 18 ottobre 2015

Ti prometto


Ti prometto l’inverno
La neve sulle montagne
Le sciarpe al collo
Io col mio cappello.
Ti prometto la primavera
I bucaneve sulle montagne
Le sciarpe volano
Io col mio cappello.
Ti prometto l’estate
La neve dall’altra parte del mondo
Le sciarpe nell’armadio
Io col mio cappello.
Ti prometto l’autunno
Le foglie sulle montagne
Le sciarpe
Io col mio cappello.
Ti prometto questo quadro infinito
Una cornice d’oro
Un ricordo
Io col mio cappello.

sabato 17 ottobre 2015

Una storia veloce


Ho bisogno di una storia veloce. Una storia da scrivere in un minuto, solo per darmi un po’ di pace. Ho bisogno di una storia svelta, di questi tempi, per infondermi sollievo, per catapultarmi fuori con un sorriso.
Avrei necessità che un fantasma mi parli, qualcosa che non sia visibile, una voce fuori dal coro, un sibilo di calda emozione.
- Non mi vedi?
- Dove sei?
- Nella tua storia breve.
- Cosa hai da dire?
- Dammi un minuto che ci devo pensare.


domenica 11 ottobre 2015

Il reggiseno

- Passami il reggiseno.
Glielo diedi come se avessi tenuto tra le dita un marchingegno complicato. Infatti, smontare un reggiseno, per me, era come tentare di smontare un motore di un’astronave. Eppure erano solo un paio di gancetti, che io, come al solito, faticavo a slacciarli nel momento migliore. A volte avrei voluto nascere fabbro o qualcosa del genere. Lei, invece, mi fece vedere come fosse facile da agganciare; era talmente brava che lo faceva con le mani dietro la schiena. Sembrava una farfalla con le ali chiuse.
- Visto! È facile!
Mi stava prendendo per il culo. Si stava rivestendo piano. Lo faceva così bene che era meglio di uno spogliarello. Adoravo vederla tornare quella di prima, potevo di nuovo immaginarla.
- Vorrei restare a dormire da te… ma sai come sono… non metto radici.
Aveva detto tutto lei. Ogni volta che finivamo di fare l’amore, io non parlavo mai.
- Posso fumarmi una sigaretta sul balcone?
Non le dissi niente, e lei lo fece come se non lo avesse mai chiesto. Ma lei chiedeva sempre e io non rispondevo: chi tace acconsente o qualcosa del genere.
- Sei stato un diavolo a letto, stasera! – mi disse col fumo che entrava dalla finestra aperta. Le tende si muovevano e lasciavano entrare alcuni frammenti della sua ombra. Rientrò, prese la sua borsa, e se ne andò chiudendo piano la porta. Io rimasi a fissare il soffitto…
- Ma come cazzo si slacciano?

giovedì 8 ottobre 2015

Eccoti qua


Eccoti qua, così attesa come una chiave che apre la porta. Ti ho cercata nel mazzo e sei uscita: una carta da briscola. Sopra di te i carichi e le figure inutili, eri mischiata come si mischiano le foglie a terra. Tra i rami secchi di un bosco ti ho calpestata, tra i muschi, ti ho raccolta. Ti ho sistemata, per un futuro presepe. Eri nelle bollicine di bevande gasate e nelle briciole del pane. Ti ho vista tra le formiche a raccoglierne alcune, a correre verso l’insenatura del battiscopa, che avevo rotto quel giorno che prendevo a calci la vita. Eri tra le stelle, dove è più facile trovarti, molto più complicato cercarti tra le cellule.
Eccoti qua, sul palmo della mia mano pronta per nutrire la mia deliziosa fame. Aspetto che tu faccia una mossa, che cammini sulla linea della fortuna: tu vagabonda, io il tuo cane. Se dovessi incontrarti nel disordine della mia casa, ti troverei infilata come un segnalibro a trovare un nesso, o in un’orecchia chiusa, di una pagina, dove quella frase sottolineata, inizia a prendere corpo adesso.
- Eccoti qua.
- Scusa il ritardo… non trovavo parcheggio.
- A quest’ora c’è un sacco di gente che cerca un rifugio.

martedì 6 ottobre 2015

Metti su qualcosa...

- Metti su qualcosa…
Presi un vecchio vinile dei Fleetwood mac e lasciai che il braccio dello stereo desse il giusto peso alla puntina. Il disco nero ruotava e ondulava. Lo stereo era un vecchio Pioneer, leggermente deteriorato, dove mancava il tasto del tono: infatti aveva un tono tutto suo che a noi andava bene. Quella voce femminile usciva con una dolcezza prepotente, quindi, decidemmo di ballare sul tappeto rosso a piedi nudi. Facevamo andare le braccia come onde leggere, mentre i nostri occhi andavano a terra, a guardare i nostri passi. Ogni tanto ci permettevamo un sorriso di circostanza. La wodka alla menta aveva aumentato la temperatura, anche se la bocca era fin troppo fresca, diciamo perfetta per un bacio freddo da scaldare. La musica finì proprio quando avevo deciso di agire.
- Metti qualcos’altro…
Presi qualcosa di più lento, George Michael in una cover dei Police. Feci il botto. Anche se lei si chiamava Rosanna. Le chiesi scusa mentre la tenevo tra le braccia.
- Rosanna o Rossana non fa differenza, bravo!!!
- Grazie!
Avevo capito tutto.
Credo di saper mettere sempre la musica giusta.
- Mi gira la testa…
“Bene, ora la bacio…” pensai.
Avvicinai le mie labbra alle sue, ma lei si girò da una parte, e fece una gran torta sul tappeto rosso.
- Buon compleanno!! – mi disse turbata.
- Mancano ancora un paio di mesi.
- Beh, per quel giorno ti porterò le candeline.

giovedì 1 ottobre 2015

IO

C’era un tizio che si chiamava IO. IO aveva un nome, un indirizzo; aveva un lavoro, un ideale, una religione. IO aveva una carta di credito, e che ci crediate o no, aveva anche un codice fiscale. IO aveva un amore. IO sapeva scopare. IO leggeva e si informava. L’ho conosciuto una sera che passeggiava. Aveva vestiti alla moda. IO era sicuro di essere IO, ne era certo.
- IO sono così…
Parlava da solo e si atteggiava. IO era anche un tipo che si preoccupava, che aveva paura, che si arrabbiava, IO era tutto ciò che doveva. Quando mi avvicinai, IO ebbe un sussulto, non si aspettava che ci fossi IO.
- Chi sei?
- IO.
- IO sono IO.
Chi era sto tizio? Era veramente IO?
- Senti bello, tu non puoi cambiare quello che sono IO.
Mi sembrava di conoscerlo. Lo guardai bene: IO era uno specchio pulito.
- Tu non sai chi sono IO! – mi urlò alle spalle.
Mi allontanai da IO, era solo un palcoscenico, perché quello che cercavo era lo spettacolo. Andai così lontano che diventai un altro.

- E IO?


domenica 27 settembre 2015

Incontrarsi


Incontrarsi.
Che cosa è cambiato dall’ultima volta? Credo nulla. Finiremo per incontrarci ancora. Mi parli dei tuoi difetti, non sono mai gli stessi. Me li consegni come regali già aperti. Forse è il tuo modo per raccontarti, hai paura di piacerti. Chissà se ti accarezzi. Pensa che io non li ho mai notati, li ho solo intravisti. Vorrei unirli e metterli in disordine in tutti gli specchi, così la prossima volta me li ricordo tutti. Eppure siamo al solito posto, sembra che il tempo sia una bizzarra fotografia che scolorisce, ti ricordi? Mi hai detto che parlavamo molto sul balcone di una discoteca. La musica era alta, la gente sotto ballava e noi tagliavamo la corda. Che cazzo ci si diceva. Si fumava. Non ricordo nulla, ti riconosco solo ora. Hai la spalla scoperta, è la prima volta che sei erotica. Un vulcano spento è la tua scapola, vorrei metterci la faccia. Respirare il tuo cuore e inghiottirlo come una pillola. Quante volte avremmo potuto curarci senza ricorrere ad ambulanze a forma di nuvole. Le sirene non si sono mai spiegate, non sono mai venute a prendermi.
- Le solite cose…
Le nostre risposte tra bicchieri mezzi pieni di amari per digerire i nostri innumerevoli incontri. Perché non stiamo zitti, potrei baciarti.
- E poi che succede?
- Potremo smettere di incontrarci.

martedì 22 settembre 2015

La vicina di casa


La finestra è sempre accesa dalla luce e dalla sua sigaretta. Io sto di qua a casa mia, seduto sulla sedia a leggere qualcosa. A volte vorrei scattare per andare da lei, e lanciarmi dal balcone per aggrapparmi al suo davanzale, solo per tirarmi su e ridere.
- Ma sei matto? – mi direbbe sorpresa.
- Ogni tanto… – mi verrebbe da rispondere
Lei si nasconde, la guardo tra le fessure della persiana. Di giorno ci salutiamo appena, lei abbassa lo sguardo, io invece cerco qualcosa. Una volta le ho aperto il cancello, c’è mancato poco che le toccassi la mano. Non ha voglia di parlare e ha sempre un passo veloce che la porta a sparire. A ogni incontro ci manca il fiato.
Ora fuma e manda messaggi. Io sto ascoltando musica. Non è molto alta, sia lei che la musica. Lascio che si diffonda nell’aria. La vedo che ondeggia e segue il tempo, forse sogna di fare l’amore, di essere abbracciata, di essere spettinata. Io cammino avanti e indietro solo per donarle la mia ombra. Apro il frigo e bevo, lo faccio tutte le sere. Per quanto la distanza sia breve, siamo lontani anni luce. Se un desiderio esiste verrà sepolto dalle nostre abitudini. Non so come ti chiami.
- Ciao…
Lei fa solo un cenno e spegne la sigaretta.
Io raccolgo la roba stesa.
È asciutta.

sabato 19 settembre 2015

Dentro al cellulare


Sono stato per un lungo periodo dentro al cellulare. Ero un sacco di gente, tanti numeri e tante fotografie. Capitava che nello stesso istante ero a New York, Londra e a Damasco a fare la guerra. Ho anche tagliato una testa. Ma le vacanze alle Dolomiti restano la mia estate più fresca. A volte mi spavento quando scorro: divento aggressivo, razzista per non dire assassino; una volta ero pure un bambino morto. Ho paura a stare dentro al cellulare, troppe cose passano e mi fanno male. Non mangiare quello, vai a protestare, devi essere felice, non ti meravigliare. Quante cose nel cellulare, e a volte mi chiamo solo per vedermi squillare, e mi tocca rispondere. Mi faccio anche offerte vantaggiose che io rifiuto perché non ho tempo da perdere. Dentro al cellulare, mah! non si sta poi così male. C’è la musica, le opere d’arte, i film, tante belle parole. Mi sono anche innamorato un sacco di volte, ho scritto poesie e ho fatto anche le cose sporche. Poi, la sera vado a dormire e metto la sveglia, e lo appoggio sotto il cuscino, il cellulare, a portata di mano. Sono stato per un lungo periodo dentro al cellulare, poi sono uscito un attimo, solo per andare a cagare.
Adesso torno indietro al 1967…Il cellulare da errore… Suona… drinnn drinnn
- Pronto? Pronto? Pronto? Pronto?...
Bisogna essere pronti dentro al cellulare.

martedì 15 settembre 2015

Pensavo fossi tu


Pensavo fossi tu. È bastato guardarti camminare. Ogni passo si accendeva un lampione. Perdonami se non ho colto la luce. Le tue scarpe sembravano scivolare e le tue ginocchia si piegavano con eleganza come se stessi salendo di scalino in scalino in orizzontale. Mi sei venuta incontro e mi hai chiesto di andare. Ho creduto di mettere in moto un’astronave. Abbiamo lasciato una scia di polvere lucente che solo una bacchetta con una stella sopra sa fare. Non era certo l’albero di Natale, non era certo un regalo da scartare. Osservavo gli strumenti per capire. Non sapevo come si potesse viaggiare nell’universo, in quella sera di poche stelle, che erano come le macchie che ho sempre sulla mia pelle. Ho avuto paura di non saper respirare fuori dall’atmosfera abituale. L’aria era diventata pesante come una frana, io che non so più come si tocca una marziana. Me lo sono chiesto mentre decollavo. Tu mi hai preso la mano. Mi hai detto di cambiare tasto. Non c’erano libretti di istruzione. Le galassie sono troppo lontane. Non siamo mai partiti. In realtà sono stato fermo perché ero altrove.
- Sei senza benzina?
- Scusami, non so girare la chiave.

sabato 12 settembre 2015

Fiato

- Lo senti questo fiato?
Uno strumento suonò veloce tra i finestrini aperti di un’auto.
- Pensa al tizio che guida…
E io pensai.
- Pensa che dentro al suo abitacolo c’è un altro tizio che suona qualcosa che aveva già suonato.
E io pensai anche a questo.
- Dove sta il tempo?
E io pensai al ritmo. Era già svanito.
- Fammi accendere…
Cercai l’accendino nelle tasche. Qualche goccia cadeva dalle nuvole.
- Sai una cosa?
- Cosa?
- Sarebbe ora che piovesse sull’asciutto.


sabato 5 settembre 2015

Joe

Joe cammina. Joe ha uno zaino, cosa ci sia dentro non lo sa neanche lui. Joe ha le scarpe nuove. Joe cammina senza consumarle. Il suo zaino pesa, se lo aggiusta. Joe non fa l’autostop. Forse puzza. Dove è diretto Joe? Joe è un uomo libero? Qualcuno gli ha detto di andare a nord. Joe non ha una bussola. Ora beve acqua e se ne versa sulla testa. Joe è notte, vai a dormire. Joe cammina come un bufalo che si è perso. Nessun leone in giro che possa sbranarlo.
- Ehi, vuoi un passaggio?
- Dove vai?
- Su…
Joe sale in macchina. Ascolta la musica. È stanco. Chiude gli occhi, per un attimo.
- Io sono arrivato.
- Io no.
- Dove vai?
- Su…
Joe cammina. Joe non vuole fare la guerra. Joe è lontano.
- Ehi! Vuoi venire su da me? – dico piano - Joe mi dispiace.
Joe sparisce dietro l’angolo.


mercoledì 2 settembre 2015

Le altalene


Avanti e indietro vanno le altalene
Avanti e indietro
Tu stai di fianco
Avanti e indietro
Siamo facce del pendolo
Tu torni io vado
Il tempo oscilla sulle gambe che spingono
Le nostre mani sul ferro
Avanti e indietro
A bocca aperta gli occhi si chiudono
Quanto ti amo quando non ti vedo
E poi dopo in parallelo
Dura un attimo
Rette sospese nel cielo
Scimmie d’acciaio
Avanti e indietro
Alcune parole sfuggono
I tuoi capelli restano
Ci sediamo
Avanti e indietro
Piano piano
Aspettiamo
Che si fermi tutto

Una storia scandinava

- Ma guarda questo!
Lei era appena scesa dalla macchina e lui era partito a tutta velocità. Non aveva neanche aspettato che lei entrasse in casa. Era già il quinto ragazzo che si comportava così alla prima uscita, quindi, fece come con tutti gli altri: non lo cercò più e non si fece più trovare. Sonia era fatta così, non sopportava gli uomini distratti, quelli poco attenti ai dettagli. Si era stancata.
- Ma è così difficile aspettare che entri in casa prima di andare via?
Non lo tollerava proprio.
La mattina seguente era al solito bar a fare la solita colazione e vide un ragazzo che di solito era lì, a quell'ora, che leggeva un libro, come era solito fare. Si fece forza e andò da lui, mentre di solito erano i ragazzi che andavano da lei.
- Cosa leggi?
- Una storia scandinava.
- Ah!
Lei si sedette e fecero una chiacchierata di circostanza. Passò un'oretta, e lei si sbilanciò, chiedendogli se quella sera gli andasse di cenare con lei. Lui accettò ma precisò di non avere la macchina. Lei gli disse che non c'era problema che avrebbe preso la sua. La serata andò alla grande e lei pagò pure il conto. Quando arrivò sotto a casa di lui, si salutarono, e quando lui scese, lei partì a tutta velocità. Fece un centinaio di metri e poi inchiodò.
- Cazzo!!! - disse ad alta voce e fece retromarcia. Parcheggiò e andò verso di lui che stava ancora cercando le chiavi in tasca.
- Ti posso accompagnare in casa?
- Certo!
Dopo pochi minuti erano già nudi nel letto. Nel pieno della notte Sonia fece una domanda a lui:
- Perché ti piacciono le storie scandinave?
- Perché sono fredde, credo!

mercoledì 26 agosto 2015

Metamorfosi

Destandosi da sogni inquieti, una mattina, il venditore di incipit si trovò tramutato in una panchina. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e aveva quattro gambe, anch’esse dure, conficcate in terra.
Cosa m’è avvenuto? Pensò.
Per quanto fosse immobile, il contesto intorno era reale, quindi, non era immerso in un’onirica immagine, anzi, percepiva l’aria e il suono delle foglie. La sua struttura non era più la stessa: di legno era la pelle e di ferro le ossa, perciò, utile solo per far sedere ogni cosa che passa. Era bloccato e tratteneva il fiato: non voleva essere scoperto in quello stato.
Se mi vedessero… chissà cosa penserebbero…
Su di lui passarono le unghie affilate di un gatto e non fece una smorfia. Un attimo dopo due piccioni fecero la cacca, e volarono via, quando un lettore distratto, giunto in quel momento, pulì la base col fazzoletto. Un’ora dopo arrivarono due amanti in un abbraccio stretto, e si riempirono di baci, fino a sera, sostituiti da un barbone ubriaco, che si addormentò sdraiato, nel profumo di un amore appena passato.
Non è che mi diventa anche lui una panchina?
Infatti, erano due, il giorno dopo.
- Cosa m’è avvenuto?
- Non lo so, caro amico, anche io mi sono ritrovato così il giorno passato.
- Se mi vedessero in questo stato…
- Anche io l’ho pensato.
- Io non sono nato per far sedere su di me alcuno!!
- Già, pure io non sono qua per farmi prendere per il culo.


venerdì 21 agosto 2015

Elisabeth

Era una ragazza distratta, o forse era il mondo intorno a credere che fosse così. Fin da bambina piccola tutti i famigliari, i conoscenti, le suore e le insegnanti non facevano altro che ripeterle le stesse cose:
- Elisabeth ma non ti accorgi cosa stai facendo? Ma non ti accorgi cosa è successo? Ma non ti accorgi cosa ti ho detto?
Ogni santo giorno “non ti accorgi” veniva ripetuto fino alla nausea. Nessuno però sapeva che Beth aveva il bellissimo vizio di guardare da un’altra parte, come quel giorno che ci fu un incidente a un incrocio, e lei si girò verso il cielo, dove un gabbiano bianco volava solitario in pieno inverno. Quel giorno morì un uomo, non prima che il mondo tentasse di rianimarlo. Beth aveva questo istinto: voltava la testa nella direzione opposta. Qualcuno pensò fosse scema, e lo pensa ancora adesso. Sta di fatto che lei era molto bella, bella da morirle dietro. Gli uomini stramazzavano a terra, avrebbero fatto qualunque cosa pur di averla. Il problema era che lei non veniva capita, quindi, tutti rinunciavano liquidando la questione pensando fosse stupida. Era diventata una sorta di leggenda e nascevano scommesse quotidiane su chi fosse in grado di farsela. Ma lei guardava altrove e nessuno lo aveva mai compreso.
- Stavi fissando me? – disse un uomo che le si avvicinò.
- No, scusa, stavo scrutando la differenza dei colori che ci sono intorno, e mi sono soffermata…
- Mi stai prendendo per il culo?
Si finiva sempre con questa frase. Ogni uomo che si sentiva come scaricato chiudeva così la conversazione. Anche le ragazze la lasciarono sola etichettandola come una “gatta morta”.
- E quel ragno che tesse la tela? – le sussurrò all’orecchio un uomo in una stazione dei treni.
- Lo vedi anche tu?
- Ho seguito il tuo sguardo.
- Sei in partenza?
- No, sono l’addetto alle pulizie.
- Toglierai quella ragnatela?
- Uno che pulisce conosce tutti gli angoli sporchi del mondo.
- Ma quella è un’opera d’arte!
Ai loro piedi una formica trasportava una briciola con fatica.
- Vedi, c’è chi si accontenta delle briciole e chi ne fa una ricchezza.
- Perché i tuoi occhi sono altrove?
- Perché guardate tutti sempre nella stessa direzione?


martedì 18 agosto 2015

L'esistenza


La senti sulla testa che scende nello stomaco fino alle gambe che tremano. Cosa sia non lo so. Arriva senza avvertire e ti trapassa come una spada. Succede ogni giorno. È qualcosa di invisibile, non avvertibile, è una lama. Questa cosa si ripete da quando hai incominciato a nascere. È un codice indecifrabile, un segreto, una formula magica. A volte è una fitta dolorosa, altre volte è decisiva. Ti si contrae la muscolatura. La chimica interna viene stravolta. Un misto di sensazioni sprigionano movimenti: gambe che ondulano, testa che si scuote, respirazione intensa. Ti senti come una farfalla infilata da uno spillo e messa in una bacheca. Sarà questa forza gravitazionale, quest’obbligo dettato dal cielo: ognuno ha il suo angelo. Può salvarti la vita e impedirti di viverla. Una mano sulla spalla o un braccio intorno alla gola. Non puoi farci nulla. Il tuo corpo è un veicolo col pilota automatico. Miliardi di relè si accendono, spie interne si collegano. Tutto si ripete, lo stesso conflitto. Un confine. Qui c’è il bene, e lì un bene diverso. Ti conviene tenere i piedi sulla linea e fare l’equilibrista.
- Questa è l’esistenza – disse un agente dell’intelligence.
- Piacere.
- Piacere. Lei invece?
- Il cameriere.

sabato 15 agosto 2015

Che si fottano

Ehi, amico mio, parlo con te. Non proviamo più brividi, capisci? Siamo tutti su sto lettino anestetizzati pronti per la chirurgia: ci tolgono un pezzo della nostra anima col bisturi. È un’ipnosi generale, credimi, siamo tanti prestigiatori. L’altro giorno ho visto una sventola di ragazza, sono andato in apnea meglio di Maiorca. Eppure quando è passata, e ho ripreso a respirare, la sventola l’ho presa sulla faccia. Svegliati, amico mio, riprendi la via, in questo mondo funzionano solo gli elettrodomestici, giusto il tempo della garanzia. Ieri si è rotta la caldaia un’altra volta e ho deciso di non lavarmi più neanche con l’acqua fredda. Ma sì, fanculo, che si fottano! Capisci che stiamo per essere invasi, ma non dagli extracomunitari ma dai luoghi comuni. Siamo poveracci, per non dire miserabili. Ce l’hai un’opinione? Tienitela, io ho smesso di pensarci. Ho solo voglia di puzzare come dice Jodorowsky:” se puzzi è facile che trovi moglie e ci fai pure dei figli!”. Amico mio, se non conosci più l’odore dell’uomo è solo colpa dei cosmetici. Adesso vado a dormire, ragazzo, perché fa freddo anche se è ferragosto, ma ricordati che i brividi sono finiti nel cesso, e che l’unica cosa che ci dovrebbe dare una benché minima soddisfazione, è tirare l’acqua, quando fuori c’è gente che ha ancora voglia di fare sesso. Ma sì, fanculo, che si fottano!

giovedì 13 agosto 2015

Jack and Lady


Jack e Lady sono seduti sulla collina. La notte li avvolge come un lenzuolo di canapa. Stanno con la testa tra le nuvole per vedere se si muove qualcosa. Jack vuole solo una cosa. Lady vuole cambiare il mondo. Jack lo sa.
Solo che è il mondo a cambiare te, Lady!
Jack ha il testosterone alle stelle. Lady aspetta che gliene cada una sulla fronte. Jack vuole solo una cosa e la vuole da Lady.
Dai Lady, siamo uomini, macchine da guerra, dobbiamo sparare, non lo capisci?
In realtà Lady pensa che gli uomini siano donne travestite. Jack pensa che le donne ti fanno ammalare di labirintite.
Cade una stella.
- Ehi, Jack guarda…
Jack esprime l’unico desiderio, mentre Lady deve sceglierne uno, di un elenco infinito. Lady è indecisa e quindi ne attende almeno altre cento. Jack vuole solo quello. Jack sa di essere un animale, di voler possedere, di starci dentro. Lady lo capisce, Lady sa tutto sugli uomini, una volta che sono vuoti vorrebbero fuggire, per poi tornare pieni. Sono distributori di benzina, se non li usi prendono fuoco. Il cielo impazzisce proprio mentre Jack allunga una mano sul cuore di Lady, le prende il seno e lo stringe. Lady lo lascia fare senza togliere lo sguardo dallo spettacolo pirotecnico naturale. Jack si accorge che lei non fa una piega e toglie la mano.
- Jack!
- Dimmi Lady!
- Perché ti piaccio?
Jack ci pensa. Non se lo era mai chiesto. Per il suo corpo rotondo? Per averne possesso? Perché è pieno? Perché è un uomo? In realtà non lo sa, sa solo che vuole una cosa, e la vorrebbe da tutte le ragazze del mondo.
- Jack!
- Dimmi Lady!
- Allora… Jack, l’amore non è un gioco, nessuno deve vincere.
Lady si sdraia, si toglie l’indumento intimo più sacro e apre le gambe.
Jack come in una partita a poker si trova con un full di assi in mano, sperando che lei non stia bleffando. In quell’istante comprende che le stelle cadenti non sono solo stupide meteore, e che salvare il mondo in fondo è un modo per salvare se stessi, e che una ragazza come Lady non è una qualunque. Jack passa la mano, e fa un gesto con la testa a Lady chiedendole di andare, non prima di aver raccolto quel fazzoletto ricamato appena tolto.
- Queste, però, le prendo io! – disse Jack come se avesse vinto il piatto.
Sono passate tre settimane, Jack e Lady mangiano pesce in una trattoria sul mare.
- Jack!
- Dimmi Lady!
- Guarda sotto il tavolo.
Lui si china e Lady gli apre il mondo come se lo dovesse salvare.
- Sono venti giorni che vado in giro senza, che vuoi fare?
Lady è fatta così, è un interruttore.

lunedì 10 agosto 2015

Fare cose

Continuava a fare cose volendone fare altre. Aveva passato molti anni a fare cose che non voleva fare pensando fosse meglio farne altre. E se lo diceva nella mente cercando una risposta da quella voce interiore che gli ripeteva:
- Fai, fai, non ti curare delle altre cose.
Ma lui continuava a fare cose volendone fare altre. E quando pensava a quelle altre si sentiva felice. Mannaggia quanto era felice, ma non poteva farle dato che doveva fare quelle cose lì. Un giorno, furono le cose a fare al posto suo. Le cose si erano invertite. Lui non faceva più un cazzo e le cose andavano avanti da sole. Quindi, si accorse che le cose erano cambiate, cioè, erano sempre le stesse cose ma lui non le faceva più.
- Allora che vogliamo fare? – disse una cosa che non aveva mai fatto.
- Vorrei fare quella cosa, e anche quell’altra…
- Piano, una cosa alla volta.
E fu così che iniziò a fare cose nuove smettendo di pensare alle cose che faceva prima.
- Siamo sicuri che sia la cosa giusta? – chiese lui.
- Ma cosa cazzo ne so, io! – rispose qualcosa che non si sapeva bene cosa.


domenica 9 agosto 2015

Fermata dell'autobus

Scesero dai rispettivi autobus. Lei sulla corsia opposta a quella di lui. Tra loro c’era solo una strada e le strisce pedonali. A quell’ora non c’erano molte automobili. Lei era nella fase dove la giovinezza le stava ancora sulle guance e sui seni. I suoi capelli chiari erano corti e il suo profilo ricordava attrici francesi. Lui non si faceva la barba da settimane e i suoi capelli lunghi volevano evidenziare una vita passata fatta di eccessi. Il suo corpo robusto tendeva a gonfiare leggermente, per questo indossava una larga camicia di lino nera per nascondere la pancia, e se stesso dalla gente. Rimasero a guardarsi senza attraversare. La strada era vuota come la città che era partita per il mare. Il passo lo fece lui per primo e lei di conseguenza fece il suo. Quando arrivarono uno di fronte all’altra, lei prese l’iniziativa:
- Che cosa sta succedendo?
- Che cosa vuole che succeda?
- Che cosa sta dicendo?
- Che cosa vuole che dica?
Andarono avanti così a farsi domande in mezzo alla strada. Per quanto fossero assurdi i motivi, sia lei che lui continuarono questa conversazione fatta di punti interrogativi.
- Che cosa dobbiamo fare?
- Che cosa vuole che faccia?
- Perché si comporta così?
- Perché mi fa un sacco di domande?
- Perché non ha il coraggio di rispondere?
- Perché non risponde alla mie?
Erano talmente assorti e quasi ipnotizzati che non si accorsero di due autobus fermi ad attenderli a pochi centimetri da loro. Infatti i conducenti si misero a suonare il clacson per svegliarli. A quel punto si mossero e andarono nella direzione opposta da dove erano venuti, quindi, salirono rispettivamente sugli automezzi. Si videro dal finestrino e fecero un piccolo accenno di saluto con la mano. Partirono.
Si rincontrarono dieci anni dopo nella stessa cornice, lui leggermente invecchiato e più gonfio, lei leggermente sciupata e meno attrice.
- Ce l’ha una risposta adesso? – chiese lei decisa
- Mi rifà la domanda? – domandò lui con garbo.
- Che sta succedendo?
- Gli autobus oggi sono in ritardo.





sabato 8 agosto 2015

Mezzaluna

Oh, mezzaluna,
vorrei infilarti nella mia bocca,
per sentire il gusto aspro,
per masticare la buccia.
Oh, mezzaluna
vorrei spremerti come un limone
e spruzzare stelle cadenti,
per esprimere desideri
da afferrare con i denti.
Oh, mezzaluna
vorrei dondolarmi, guarda un po',
e dormire sonni leggeri
perché tu stasera, cazzo,
non sia diversa da ieri.
Oh, mezzaluna, mezzaluna fertile
se la terra fosse cielo
e le nuvole concime
nascerebbero fiori capovolti.

martedì 4 agosto 2015

L'ultimo indiano

Era l’ultimo indiano guerriero sulla faccia della terra. Cavalcava come un condottiero e teneva in mano una lancia. Come una vedetta esplorava tutto il Gran Canyon ovvero la madre terra rossa. Aveva una fascia nera e una piuma di avvoltoio in testa. Non aveva alcuna sella e neanche le scarpe, aveva solo qualche straccio che gli copriva il ventre. Era l’unico su questa terra a cogliere il silenzio. Per lui il silenzio aveva molte facce: era l’acqua dentro il cactus, era l’assenza di vento, era un fiore tra le rocce. Conosceva la storia dell’uomo da miliardi di anni. Gli era stata tramandata dagli avi, un passaparola che non aveva alcun bisogno di libri. La memoria era la sua enciclopedia. Conosceva i periodi aridi e i passaggi dei bisonti. Quello che non sapeva era che il mondo produceva solo rumore di cose metalliche e di elettrodomestici. Per lui l’elettricità era il fulmine nel cielo, e il rumore, il rimbombo di un tuono. Era l’ultimo indiano pronto per combattere battaglie senza nemici all’orizzonte. E poi lui non era indiano, perché gli indiani stanno dall’altra parte del mondo. Scese da cavallo, mise l’orecchio nella madre terra e provò ad ascoltare. Rimase qualche minuto come quelli che ascoltano il ventre di una moglie che aspetta un bambino, per sentire se qualcosa si muove, senza ricorrere a stupide ecografie.
- Tepee tomahawk wampun tashunka.
Disse proprio così.
- Tepee tomahawk wampun tashunka.
Cosa cazzo volesse dire lo sapeva solo lui. Girò il cavallo e si dileguò verso il calar del sole. Se uno lo avesse visto cavalcare avrebbe detto che nessuno al mondo sarebbe stato più bravo di lui ad alzare la polvere. Infatti nessuno udì mai quelle parole, solo il silenzio conosceva il suo cuore.
- Ehi, pellerossa! Cosa hai detto? – chiese il silenzio.
- Ho elencato le uniche cose che ho.
- Perché lo hai fatto?
- Per ricordarmele ogni giorno.





domenica 2 agosto 2015

Distrazione

Quando aprì gli occhi si trovo nudo disteso su un pavimento freddo. Non ricordava più chi fosse, da dove venisse e il motivo per il quale si trovasse in quel posto. Era come se fosse venuto alla luce una seconda volta. Ma lì la luce era poca, e non c’era nulla, se non un pavimento e un cellulare a terra. La prima cosa che fece fu farsi innumerevoli domande: Chi sono? Che ci faccio qui? Dove sono? La seconda quella di alzarsi in piedi. Probabilmente qualcuno lo aveva scaraventato lì togliendogli la memoria. Ebbe una leggera paura anche perché intorno c’era solo la nebbia.
Quindi, prese l’unica cosa che c’era: il cellulare. Vide sul display un messaggio: “Chiami immediatamente”. E lo fece.
- Lei sa perché si trova qui?
- No!
- Si trova nella frazione di secondo della distrazione.
Come finì la frase gli arrivarono migliaia di immagini di tutte le volte che c’era mancato un pelo, di tutte le volte che aveva avuto un colpo di fortuna, di tutte le volte che aveva perso l’occasione.
- Ha visto?
- Ce ne sono state molte!
- Senta, risponda a questa domanda senza pensarci troppo.
- Perché?
- Perché lei potrebbe trovarsi a pilotare un aereo oppure fermo al semaforo.
C’era da dire che lui preferisse di gran lunga la seconda ipotesi.
- Cos’è la distrazione?
- Un sollievo.
E si ritrovò in macchina davanti a un semaforo rosso. Fuori pioveva a dirotto. Sentì aprire la portiera, e una ragazza completamente inzuppata d’acqua, entrò, e si sedette sul sedile accanto.
- Ciao! Ti va se ascoltiamo De Gregori?
Non attese la risposta e prese un CD dalla borsa.
- C’è un temporale… - disse ancora.
Scattò il verde, la musica partì e un colpo di fulmine mandò in frantumi il semaforo. Lei dopo lo spavento iniziò a ridere.
- Adesso non sappiamo più se restare fermi o andare.
Lui che non si accorse di nulla, partì velocemente, così veloce da decollare.


mercoledì 29 luglio 2015

La bella addormentata

Il cielo quella sera era un grande dipinto. Diversi tipi di azzurro sfumavano tra le nuvole. In lontananza due arcobaleni assomigliavano a fette di meloni infilate tra fette di angurie e banane intere: tutt’altro che natura morta. La montagna più imponente del paesaggio definita “la bella addormentata” si svegliò baciata dalla luna ancora opaca. Aveva una gran voglia di muoversi quell’insieme maestoso di roccia. Per chi vive lì, quella montagna offre qualcosa di materno misto erotico, per via di quella vetta appena sotto, che da l’idea di un seno, pronto ad allattare o per essere baciato.
Lui era in viaggio verso a casa. Guidava un percorso mille volte già fatto, quindi poté godersi questo immenso soffitto. Si fermò a fare benzina e respirò l’odore del carburante mischiato coi colori del cielo, e qualcosa che bruciava lì intorno. Mise la pompa al suo posto e pensò a una ragazza. Aveva il vizio di pensare sempre a qualche ragazza quando tornava da quella strada che conosceva a memoria. Andava a periodi, ma era sempre concentrato solo su una. Si prendeva del tempo a esaminarla nella testa, poi, se dopo molti tragitti, non trovava qualcosa che lo facesse fremere, non si prendeva neanche la briga di corteggiarla. Era fatto così, costruiva film che poi smontava se non riusciva a trovare una sceneggiatura adeguata. Ma quella sera qualcosa in lui sembrò diverso. Una ragazza conosciuta da poco aveva fatto breccia nel suo schermo, nella sua cinepresa immaginaria. Aveva soverchiato il suo ruolo da regista e si era presa la scena. A ogni ciack, lei lo sorprendeva, cambiando il copione di lui che era sempre la stessa storia.
- Che stai facendo! – disse rivolgendosi alla montagna.
- Mi sono svegliata.
In realtà era lui che per troppo tempo aveva dormito.