giovedì 7 settembre 2017

Samy

Sicuramente era uscita da un manifesto della belle époche o da un quadro d’avanguardia di Chagall. Stava abbracciata allo stipite della porta, per non rischiare di volare via, come una sposa, che non sarebbe mai entrata in chiesa, che non avrebbe mai più potuto cambiarsi d’abito.
Samy si tingeva sempre i capelli di biondo se doveva partire. Quel giorno, era tornata, e se ne stava lì appoggiata allo stipite della porta.
Girarci intorno era impossibile, anche se decollava mantenendo i piedi per terra, non si lasciava andare a facili conclusioni. Aveva tatuaggi sulle braccia, di quelli che spariscono lentamente a settembre. Erano dei rami con foglioline che aspettavano l’autunno per cadere dolcemente in laghetti sperduti di campagne ingiallite.
Samy era come un girasole, era come una foglia. Samy, stava sempre sulla soglia.
- Tu non hai mai avuto quel pizzico di disperazione? – mi chiese voltandosi rapidamente, mentre io uscivo allo scoperto.
- Scusa? – risposi quasi fossi stato preso alla sprovvista.
- Ma sì, quella fiamma invisibile che brucia dentro: la fiamma pilota.
- Dentro?
Samy sospirò e sollevò i suoi occhi verso l’alto inarcando le sopracciglia, quasi per trovare, nella sua legittima perplessità, da qualche entità spirituale, nelle galassie dell’immaginazione, una spiegazione alla mia ingenuità.
- Il pizzico di disperazione è quel dolorino costante, è quel cerchietto alla testa appena fastidioso, è l’extrasistole al cuore, è un prurito alle costole, è mordersi la lingua, è un moscerino nell’occhio, è un’unghia incarnita, è… è… è… capisci?
- No.
- Ma come no, santiddio! È quella cosa che se non ci fosse non sopravvivresti. Ma non lo vedi negli occhi della gente? Non lo vedi nelle loro pupille?
- No.
Tutta quella sua burrascosa esposizione di esempi strampalati, mi confondeva. Non avevo mai pensato al “pizzico di disperazione”, casomai, alla disperazione vera e propria.
- Quindi, tu quella fiamma non l’accendi?
- Perché dovrei?
Si spazientì.
- Mai chiedere a una donna “perché?”. A una donna fai sempre domande con “Come, cosa, dove”. Capisci?
Cercai di spiazzarla con la mia preghiera.
- Qual è il mio pizzico di disperazione, allora?
- La quiete.
- Prima o dopo la tempesta?
- Durante.




giovedì 31 agosto 2017

La montagna

Le montagne sono delfini in tuffo restati di sasso, sono corpi sdraiati con visi rugosi, sono infiniti seni rigogliosi da stringere e da succhiare. Forse, è la distanza insopportabile che hai dentro che ti tiene scollegato dal mondo, il bisogno urgente di dare forma alla follia. Eppure, l’imponenza della montagna è lì ogni mattina, per chi ha modo di vederla, a prendersi la scena, a suggerirti un’idea. Qualcuno ha la necessità di conquistarla, qualcuno invece si accontenta di... stare ai suoi piedi per venerarla. Ma lei non cammina, casomai, si muove, si stira, si gratta e molto spesso sbadiglia. Basta un viaggio in pianura senza meta per avere nostalgia. Salita e discesa, salita e discesa, un elettrocardiogramma, un direttore d’orchestra con la bacchetta in mano che la disegna, le tue dita nelle insenature, uno strumento a fiato, una tromba d’aria, una catena per afferrare la roccia, un chiodo fisso, uno strumento a corda, graffi sul viso, squarci sulla tela. La montagna dice sempre di sì ad ogni tua richiesta, non si è mai visto che scuota la testa. Girarci intorno come una spirale se vuoi salire, per scendere basta rotolare. Montagne di problemi, montagne di impegni, montagne di cose da fare, montagne di responsabilità, montagne di soldi. Se vuoi tradirla ci fai una galleria. Un buco nello stomaco, un intervento chirurgico, uno stupro. Dov’è il valore aggiunto quando alzi la testa, quando arrivi in cima, quando sei aggrappato alla parete dalla parte sbagliata?
- Oggi ho imparato una parola nuova: “enantiosemia”.
- E quindi?
- Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare la corda vuol dire andare più in alto.
- E tagliare la corda?
- Fuggire o salvare qualcuno.



martedì 1 agosto 2017

Liza e Rob

Era un tardo pomeriggio estivo d’agosto. Rob leggeva distrattamente un libro giallo, ogni due righe la sua testa dondolava come un pendolo. Tratteneva il respiro quando s’immergeva nella lettura, sembrava un delfino che rincorre una barca alla deriva. Dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori. Ogni tanto perdeva la concentrazione invaso dai pensieri, qualche tuffo nei ricordi. Chiuse il libro con vigore, quasi volesse schiacciare alcune parole, quasi volesse mischiarle, ...quasi volesse farle esplodere.
- Qualcosa non ti convince?
Rob provò a girarsi, Liza non gli diede il tempo di farlo. Allungò il braccio facendogli vedere solo la mano aperta verso il mare blu cobalto.
- Quella davanti è una delle tante agave presenti nei giardini, insieme a migliaia di altre piante tropicali… crescono benissimo. Cresce pure il papiro e il banano.
- Il Paradiso?
- Qualcosa del genere.
Liza posò quella mano sulla spalla di Rob e gli chiese:
- Apri il libro, vai a pagina 40 riga 20 e leggi le due righe che di solito hai l’abitudine di fare.
Rob diede un’occhiata alle bianche unghie di Liza e pensò che basta veramente poco per crescere. Aprì minuziosamente le pagine ferite, arrivò alla pagina richiesta e contò le righe facendo scivolare il dito indice, mentre le unghie intimidite di Liza stringevano il deltoide. Avevano talmente paura che deglutirono insieme. Lui prese a leggere:
- Da soli si può vivere perfettamente… - si fermò a riprendere fiato.
- Vai avanti… - disse Liza affondando le unghie.
- Ma non una vita.
Rob finalmente si girò e la vide nella sua interezza. Le unghie erano entrate nella carne.
- E questo cos’è, un Paradiso interno?
- Chi lo sa! Magari mi è sfuggito qualcosa… mi sfugge sempre qualcosa.
Liza lasciò la presa, Rob vide mezze lune rosse come sorrisi sulla sua pelle.
- So già chi è l’assassino.
- Hai delle belle unghie.
- Crescono benissimo.
Per un attimo ebbero una gran voglia di piangere.


mercoledì 19 luglio 2017

Una goccia nell'oceano

Una goccia nell’oceano – così dicono.
Quando ti accorgi, anche solo per un attimo di una goccia nell’oceano, e ci metti un po’ di premura, cortesia, attenzione tipica del contadino che sogna di essere un marinaio, ecco che una goccia seminata in un punto preciso dell’oceano – aspettando che piova sul bagnato – apre, spalanca, squarcia la superficie, e un albero a vapore improvvisamente soffia con impeto verso il cielo la sua esplosione vitale. La miccia è una vena colorata nel torace, il detonatore è la goccia che fa traboccare il vaso di luce.
Una goccia nell’oceano – così dicono.



giovedì 6 luglio 2017

Il dilettante

Il dilettante ricerca, con assiduità, il mestiere, ovvero, ciò che definirei: la svolta. Ha quasi una sorta di mania di onnipotenza, si muove lungo sentieri in salita senza indicazioni di sorta. Non sa mai dove andare, e sbaglia sempre direzione. Eppure continua, accompagnato dai suoi sensi di colpa, spinto da convinzioni proprie, molto spesso infondate. Sa benissimo che non ha molto spazio e sa benissimo che ha bisogno di una grande preparazione, di una disciplina e di una predisposizione verso la conoscenza più elevata. Ci sono molti fattori che devono entrare in funzione, non basta una volontà di ferro e neanche la voglia di esprimersi, ci va il fuoco, e il fuoco non si può spiegare. Una volta conobbi un tizio che praticava malamente tutti gli sport possibili e inimmaginabili. Avevo una certa ammirazione per questa sua ostinazione. Oggi spero che si annoi spaparanzato sul divano a fare assolutamente niente fissando ragnatele negli angoli del soffitto. In fin dei conti, il dilettante si nutre con poco e quel poco gli basta: sguazza nell’utopia e, quelle poche volte che ci riesce, accende piccole fiamme come fiammiferi che strisciano sulla parte ruvida. Durano poco, il tempo necessario per accendere una pipa. Forse è un vizio, un automatismo di sopravvivenza, o forse, è solo togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Il problema vero però, è che al dilettante, il sassolino, una volta tolto, gli manca. 


domenica 2 luglio 2017

Tany

Tany aveva un’abitudine, non rara nelle femmine, in poche parole, quando usciva di casa alla mattina tornava sempre indietro perché si era dimenticata qualcosa. Non lo faceva apposta. Iniziò a pensare che in fondo era solo un modo per ritardare un evento inatteso nella vita. Ci teneva a questo suo rito quotidiano. Ogni volta faceva la conta delle cose che doveva prendere e ogni santa volta si scordava di un particolare. Mentre faceva le scale già sapeva che sarebbe ritornata.... Ne era felice. Quando raccontava questa cosa alle amiche, ne rideva come una conseguenza di sbadataggini inconsce ereditate da chissà quali distratte antenate. Forse, era meglio non venire a conoscenza di segreti nascosti nei meandri della mente irrazionale. Ma a lei piaceva rifare il percorso, era una sorta di cerimoniale, per evitare, probabilmente, sventure che le sarebbero capitate nel caso in cui avesse preso tutto l’occorrente. Una mattina, si scordò di aver scordato qualcosa e salì in macchina come se nulla fosse. Fece tutta la giornata come sempre e alla sera si trovò in un supermercato a fare la spesa. Mentre ripassava tutto quello che le mancava, ebbe una sensazione nefasta, ovvero, il preludio di un attacco di panico imminente. Cominciò a respirare affannosamente, andò in iperventilazione e cadde nel carrello di un tizio che aveva appena preso delle uova fresche. La frittata ormai era fatta. Lei si riprese e si scusò per l’accaduto. Però, la paura tornò a farsi largo immediatamente. Il suo unico pensiero era: “oggi mi sto ricordando tutto e non ho dimenticato niente”. Si lasciò andare nuovamente e il tizio la prese al volo come un portiere di calcio che blocca una palla vagante. Lei aprì gli occhi e lo baciò con fervore. Non si diedero nessuna spiegazione e corsero fuori lasciando i carrelli pieni con le uova sfracellate che gocciolavano sulla pavimentazione. Andarono a casa di lui senza fiatare, senza dirsi nulla, senza alcun turbamento, senza pudore. Quando entrarono, lui la prese con trasporto e lei lo lasciò fare. Erano entrambi pieni di eccitazione, qualcosa di estremamente sorprendente stava per accadere. Le lingue si intrecciarono, le mani ovunque, l’ardore si era impadronito dei loro pensieri eroticamente più profondi. Fred azzardò di brutto, infilò una mano sotto la gonna per levare con forza ogni intimo ostacolo.
- Non hai le mutandine! – le disse spalancando gli occhi con piacere.
Non lo avesse mai detto. Tany si ricompose e gli diede un buffetto.
- Oddio, meno male!
Lei uscì di corsa, dimenticandosi di Fred come si dimenticava le cose alla mattina.
Mentre faceva le scale già sapeva che sarebbe ritornata.



sabato 17 giugno 2017

A centinaia di chilometri, in linea d’aria.


Tra il letto di lui e quello di lei, c’erano in linea d’aria, centinaia di chilometri. Dormivano separati da sempre, vivevano distanti le loro vite, conducevano le loro quotidiane abitudini lontani l’uno dall’altra come degli sconosciuti. Non si erano mai incontrati come non si incontrano mai tra loro miliardi di esseri umani. Una sera, dopo che lei fece un lungo viaggio di lavoro, si trovò a sistemare cose insieme a lui, che era lì per caso, a sistemare le medesime cose. Stavano in uno spazio preciso a raccogliere oggetti da imballare, a nastrarli con cura, a impacchettarli per essere poi portati via. Si incrociavano senza toccarsi procedendo a passi in diagonale alla ricerca degli angoli opposti. Sembrava che un invisibile elastico li tenesse attaccati come un bungee jumping orizzontale. A turno facevano il perno. Ogni tanto, lui la faceva sorridere, con discrete battute ironiche. C’era un eccesso di pudore anche se a entrambi il sangue ribolliva fino alle tempie. Dove c’è rispetto c’è una gran voglia di fare l’amore. Nel movimento reciproco all’esecuzione delle loro mansioni, se uno avesse seguito i loro passi tracciando linee con una matita, si sarebbe accorto da esperto grafico, che stava disegnando una stella. Lui era lento lei era una molla. Quando ebbero finito e svuotato il luogo, messo ogni cosa in un furgoncino, rimasero in silenzio a guardarsi intorno con le mani sui fianchi, a fissare il soffitto dove l’unica cosa che resta è il lampadario. D’altronde, la forza di gravità non consente di sistemare lassù nulla che non sia una ragnatela. Si guardarono le ginocchia quasi come in un inchino, e si strinsero la mano. Neanche un bacio. Non era il caso di dare ai loro occhi il beneficio di farsi un viaggio, che non fosse quello di ritorno.
L’amore non si consuma, l’amore è lasciare la presenza al vuoto di una stanza.
Lei si sedette al volante, inserì la chiave, attese il tempo necessario di sistemarsi i capelli attraverso lo specchietto retrovisore, e i loro occhi finalmente s’incrociarono. Lei ebbe una gran voglia di scendere e lui di andarle ad aprire la portiera. Stava in mezzo a una strada. Mancò il fiato, il cuore rimbombava, le gambe tremarono. Pochi secondi di trasporto per capire che quella donna avrebbe potuto sistemargli le cose, pochi secondi di trasporto per capire che quell’uomo avrebbe potuto sistemarle la vita. Mise in moto l’automezzo e partì spedita. Lui prese, con la sua consueta lentezza, la via di casa.
La mattina dopo accadde qualcosa, qualcosa di inaspettato, inatteso, impensabile: si dimenticarono, si scordarono, continuarono la loro vita solitaria, dormendo in letti separati, a centinaia di chilometri, in
linea d’aria.



domenica 21 maggio 2017

Il bicchiere mezzo pieno

C'era un bicchiere mezzo pieno di verità e un bicchiere mezzo pieno di menzogna. La tentazione fu di svuotare il bicchiere della menzogna, ma si accorse che gli sarebbe rimasta una mezza verità. Quindi, versò la menzogna nel bicchiere della verità, e lo colmò.



Incipit offresi

Ora ho tutto il tempo a disposizione per dire quello che mi pare. Questo è l’incipit della gara di un minuto:
“Nel mondo all’improvviso arrivò una crisi. Una crisi profonda. Un’onda.
Tutti si trovarono senza inizi.
Un giorno, non si sa bene quale, arrivò un uomo e si sedette su una panchina, di un piccolo parco, di una grande città.
Senza alcun motivo, delle persone si misero in fila, come quando si è in fila alla posta, anche se qui non c’era nulla da spedire, solo parole da ricevere, come cartoline che non hanno una foto, un indirizzo, una fine. Cartoline per iniziare.
Il primo che si sedette di fianco a lui sembrava un capo, perché fece un gesto con il capo per mandare via gli altri. Aveva una tavola da surf in mano.
– Lei è surfista?
– No, sofista.
– Ah, io aspetto l’onda.
– Anch’io.
– Conosce Hokusai
– Di vista!”

Davvero, signori miei, è successo veramente che è arrivata un’onda e si è portata via tutto.
È successo veramente che la sera prima si faceva una vita dignitosa e la mattina dopo non si aveva più niente.
Davvero, signori miei, stiamo sopravvivendo chiusi in casa a questa economia schizofrenica.
Quanto vale la vita di una persona? Qual è il prezzo che deve pagare?
Sapete chi è il venditore di incipit? Ve lo dico senza tanti peli sulla lingua, cercando di non fare molta retorica, sapendo di non riuscirci. Il venditore di incipit si abbandona agli eventi, ascolta il proprio respiro e quello che hanno da dire le singole persone, si lascia andare, si mantiene neutro per essere pronto ad affrontare ogni onda quotidiana. Perché l’azione lui la fa quando l’onda arriva, né prima né dopo, ma solo in quell’istante, prendendo per il culo la lungimiranza.
Davvero dobbiamo diventare dei surfisti, davvero dobbiamo saper cavalcare l’onda, individualmente, con la propria responsabilità, nessuno ci salva, nessuno viene a insegnarci la tecnica per restare a galla, nessuno ha il metodo adatto a noi, sei solo tu e le azioni che fai ogni giorno, quindi, vendere incipit per vivere è più realistico di quello che si pensi, nulla di surreale, se uno non s’inventa qualcosa in questo cazzo di mondo vivrà sistematicamente di rimpianti e di domande inutili.
Mi chiamo Valentino Dellea e il mio anagramma è “Elevati nell’onda”.
Vi saluto come sempre, brava gente!




giovedì 11 maggio 2017

Per fare un incipit

Questo incipit è durato un decennio. Ogni giorno una lettera diversa da sistemare sulla linea della scrittura. Qualche vocale tra le consonanti e poi la difficoltà della punteggiatura. Gli errori li vedi dopo innumerevoli letture, non sei mai soddisfatto, manca sempre un aggancio.
Forse, ciò che divide le frasi, è solo un’inevitabile paura, il timore che si stacchi qualcosa, quello spazio tra due vagoni lasciati divisi sui binari senza la locomotiva.
Dieci anni di punti a capo, di virgole a caso, punti interrogativi che esclamano:
– Aprite le virgolette se volete dire qualcosa!
Un percorso tra parentesi e apostrofi, un accento mancato sul “se” e non ti riconosci, ti riduci inesorabilmente in una minuscola.
è veramente brutto dopo un punto ricominciare senza la maiuscola.
– Cosa vuoi fare?
La domanda è banale, te la fai ogni giorno come se stessi parlando con qualcuno. Usi la seconda persona singolare, fai finta di perdere tatto con la propria dose di anestesia, e via, a reiterare gesti di una nociva disciplina, utile solo a restare aggrappato con le unghie agli specchi. Toglierti l’immagine della mattina, metterti un abito ingessato dopo il classico incidente di percorso, non muoverti, seduto sul divano, in attesa che ti vengano a liberare con un martello pneumatico. Lo strato che mantiene le distanze si accumula: l’inverno è l’unica stagione, l’estate è aria condizionata, l’autunno e la primavera sono mezze misure. Eppure hai trovato il suo stato naturale: proteggerti costantemente dalle vicissitudini quotidiane. Questo è il tuo metodo metaforico di unire le lettere per neutralizzare la vita. Ti vanti con gli amici di aver capito come staccare la spina – È semplice – dici – è un'attitudine che viene da sola.
Eppure ogni lettera va usata con dovizia, non sempre le parole si presentano all’istante: non sono mica multe sul parabrezza o depliant pubblicitari nella buca delle lettere. Per quale strano motivo abbiamo smesso di spedire cartoline con vedute panoramiche?
L’unica cartolina che conservo con amore è “tanti saluti” senza essere stata firmata.
Ancora oggi mi chiedo chi fosse quella straordinaria persona che, senza essersi mai rivelata, nutriva per me questo tipo di fantasia.



domenica 30 aprile 2017

Basta



Catturato da un'inspiegabile frenesia, decise di uscire dal confortevole rifugio, per addentrarsi verso spaziosi viali alberati, alla ricerca di incontri controversi, per darsi un tono nuovo ai fulmini a ciel sereno. Quando vide ciò che pensava di vedere, seduta su quella panchina colorata, decise di intraprendere quella destinazione e di provare a far emergere tutto ciò che di utile potesse esprimere. Appena tentò di pronunciare qualcosa che fosse digeribile, lei lo stoppò con un "basta!" inconfutabile. Lui la prese male ed ebbe un fremito di fastidio dai tendini di Achille fino alla fontanella: luogo dove si abbeverano le fantasie più estreme. Prese fiato e ripropose un altro tentativo di approccio, dovuto dal caso ma non troppo, provocato dalla causale insistenza a provocare qualcosa che desse seguito alla sua esistenza. Ma lei ribadì il suo "basta!" prima ancora che lui potesse esprimere qualcosa. Colto impreparato da questa tendenza di chiusura, decise di aprire uno spiraglio, buttandosi a capofitto verso la naturale intenzione di voler dire ciò per cui era venuto, ovvero, dare un senso all'incontro per il quale aveva istintivamente desiderato quando aveva varcato la soglia del confortevole rifugio. E si appellò all'unica cosa che poteva aggrapparsi, quella semplice attitudine che si nutre della verità più limpida.
- Sono qua per te.
Lei indossò i suoi fatidici occhi di pioggia, il suo viso rutilante d'estate, i suoi capelli sciolti sulle spalle, e rispose come sempre, aggiungendo qualcosa appena percettibile, ma che fosse decisamente determinante:
- Basta poco per sentirsi importante.




Stravedo


Stravedo per i miei passi umidi sui viali deserti e silenziosi, per il mio cip ciap risuonante, schizzando gocce intorno, creando nuove pozzanghere sulle quali si specchierebbero le nuvole per farsi belle prima di uscire.
Stravedo per le panchine vuote, per l'erba verde, per il buon umore, per la mia solitaria abitudine di prendere vie traverse, per le mie innumerevoli e rovinose cadute, ogni volta che ho provato a involarmi lontano con le mie ali pesanti.
Ho provato a scuotere le mie piume, ad allargarle come fanno le aquile, ma resto a terra perché so come si parte, e so stare a galla.
Stravedo per le mie pinne, sono un uccello che sa nuotare, agli altri lascio il cielo, preferisco il mio buffo cammino dondolante e incerto al planare eccessivo di chi pensa che volare sia l'unico modo di sentirsi libero.




domenica 23 aprile 2017

La fanciulla


Il brusio di un sigaro acceso si prende la scena nel frastuono della città.
Brucia incandescente a ogni tiro, di una bocca protesa a disporsi come un bacio ardente di una fanciulla che ha smesso di succhiare liquirizia.
Intorno passeggiano coppie surreali uscite dal fumo soffiato con impeto dolcemente aspirato.
Una tazzina vuota con teiera riposa sul tavolino all'aperto, sperando di rimanere a lungo in quella attesa calda di essere riempita.
Il disordine preciso coglie le prime luci della sera, le ombre entrano in gioco e si allungano lentamente fino a toccarsi, a confondersi, ad accavallarsi.
La solitaria presenza non vuole distinguersi, vuole assolutamente mischiarsi.
Il sigaro rimane in bilico sul tavolo a consumarsi.
La fanciulla non paga il servizio, scappa dietro l'angolo, felice di averla fatta franca, tra il via vai del tempo che scorre tra gli incroci e i locali disposti a concedere credito ai fuggitivi.
Qualcun altro pagherà l'innocente furto, di una bevanda lasciata in deposito assieme al bruciore di qualcosa acceso che tende a non spegnersi neanche quando il cameriere libera il tavolo.





mercoledì 22 marzo 2017

La leggenda del cane dal muso di pietra

Ero nel bosco a girovagare o a vagare in giro, e mi trovai davanti all'antica leggenda del cane dal muso di pietra. Finalmente lo avevo trovato. Avvicinai il mio viso al suo e lo abbracciai con gioia. Quanto tempo era passato.... ero felice come una pasqua, e accostai il mio orecchio vicino alla sua bocca, con tenerezza, con serenità d'animo, in attesa di una sua gentile leccata... chiusi gli occhi lentamente e lui mi sussurrò qualcosa...
credetemi, sussurrò appena, appena:
- Ehi, coglione, tirami fuori di qua!



domenica 19 marzo 2017

Terremoto

Quando è accaduto si è spento tutto: la luce, la musica, il riscaldamento.
Io stavo sotto il letto a cercare il gatto… sono stato fortunato. Aspetto.
Penso al cibo che andrà a male nel frigorifero, penso ai miei testi che nessuno ha mai letto, penso alle fotografie disposte nel cassetto. Provo a dormire rannicchiato in questo unico spazio, ma resto sveglio, perché ho paura di quello che potrebbero scoprire una volta che hanno scavato. Mi vergogno di alcune cose, che tengo custodite: in luoghi nascosti, nei fogli sparsi, dentro alle pagine dei libri, nelle scatole dei biscotti.
I miei soldi, le mie monete, i francobolli, un vecchio album delle figurine, gli appuntamenti di domani, la dichiarazione dei redditi.
Tanto non mi piaceva quel lavoro, forse è arrivato il momento di fare altro. Le decisioni migliori si prendono quando è crollato tutto.
Ecco, qualcosa si muove, mi vengono a prendere. Un’altra scossa più forte, si squarcia il pavimento, volo per alcuni metri al piano di sotto. Questa volta la botta l’ho sentita, le formiche invadono il mio corpo, il gatto mi lecca il naso. Per lui, il salto, è un gioco.
Guardo sulla mensola il pacchetto di sale grosso, che l’inquilina carina che vive qua sotto, mi ha chiesto un’ora fa suonandomi il campanello. Guardo più in là e vedo un altro pacchetto pieno. Bugiarda. Mi hai preso per il culo.
Mi fa male la testa. Butta giù la pasta. Domani facciamo i conti.
È proprio vero che in questa zona quando sorge il sole pare che tramonti. 




mercoledì 8 marzo 2017

In un pub di Dublino

In un pub di Dublino, nella zona centrale della città, una coppia di anziani siede in fondo al locale con i loro boccali di Guinness. Due coniugi uno di fianco all’altra con la bocca chiusa e le labbra sottili. Osservano l’ingresso. La gente va e viene confusa, si mischia come alfieri, torri e cavalli tra quelle piastrelle quadrate che disegnano una scacchiera imperfetta. Loro sono il re e la regina, quelli che si spostano solo quando rimangono in pochi, quando lo scacco non è ancora matto, quando un colore si impossessa dell’altro. Ogni tanto danno un sorso alla birra, un movimento curato e molto preciso. Secco. Quando deglutiscono si nota in loro una certa attenzione al gusto, un certo piacere recondito, un certo profumo di luppolo; glielo conferisce il loro movimento del collo, uno scatto veloce come quando accendi la luce. Un altro sorso e gli occhi si rimpiccioliscono, le loro guance si gonfiano nel risciacquo interno tra la schiuma e l’orzo. Tengono con fermezza il manico del boccale come il prete tiene con vigore il calice durante la cerimonia domenicale. Si puliscono la bocca, col dorso della mano, un passaggio lento in controtendenza con lo spostamento della testa, come per dire no, che non è il momento di fare il passo, in quanto una torre viaggia in verticale e un alfiere si sta spostando in diagonale, perché certa gente è così che si muove. I loro occhi s’incontrano, e mentre un pedone fa un piccolo balzo, lentamente si danno un bacio. Un bacio casto, appena accennato, un rito scaramantico, per poi tornare a fissare l’ingresso: una porta che si apre e si chiude cambiando scenario, a differenza di loro che sono come un quadro appeso al muro. L’uomo anziano aspetta che la moglie finisca la birra, si alza e va a pagare alla cassa. Torna da lei e le porge il braccio. Lei si aggrappa con fatica e si fa trasportare a piccoli passi verso l’uscita. Il re che protegge la regina, una cosa mai vista sulla scacchiera, ma quella è imperfetta, quindi, si gioca al contrario. L’alfiere e la torre litigano furiosamente, il pedone sta in mezzo. Lo scacco è matto sulla soglia dell’ingresso. Il re e la regina escono, un gradino, e inizia un altro gioco, molto più pericoloso.
- Tesoro, stasera la birra era veramente buona.
- Tu dici?
- Me l’han detto i tuoi baci.
- Sei ubriaca.
- Me lo dici ogni sera.


sabato 4 marzo 2017

3/3/33

Mio padre è nato il 3/3/33. Niente di malefico, sono i numeri del povero diavolo. Oggi compie 84 anni (48 per la questura). A due anni perse sua madre. Morì di tubercolosi. Non la conobbe. Non ha una foto. Non sa che viso avesse. Non sa niente di niente, non conosce neanche il suo odore. Fece il boscaiolo con il cuore. Amava gli alberi e ci parlava, raccoglieva i funghi e cacciava la selvaggina. È nato in provincia di Varese, in Valtravaglia, in un paese chiamato Bosco. Non c...’era posto più adatto. Lui trova i funghi, io li pesto. Mi ricordo da bambino che lui mi faceva col dito di stare zitto e di stare fermo. Io stavo in mezzo a una decina di porcini che lui raccoglieva intorno, e me li faceva annusare come si annusa al mattino il buongiorno. Io non li ho mai visti, lui li ha sempre ascoltati. Quando andò a militare si innamorò di mia madre. A Torino in via Cernaia. Lei si affacciava dal balcone e lui le parlava: William aveva già capito tutto mezzo secolo prima. Il suo superiore, un capitano, gli propose di lavorare nelle ferrovie. Erano gli anni cinquanta, era un posto statale. Lui rifiutò, perché non voleva stare lontano dal suo ambiente vitale. La vita era dura e quindi si trasferirono in Canavese, perché l’Olivetti garantiva una vita migliore. Stettero in una catapecchia a Vidracco in Valchiusella. Il bosco c’era, stava dietro alla casa, e c’era anche una vigna. Era felice, malgrado la miseria. Si faceva il bagno nella vasca di plastica e si cagava nell’orto nella latrina agricola. La nostra merda era concime per la verdura. Era così buona che veniva sempre voglia di cagarla. Poi, un giorno, si decise di andare in una casa più grande, più igienica. Il tempo passò e mio padre si ammalò, ambarabaciccicocco. Tanti traslochi ci furono e il bosco era lontano. Un giorno, un dottore, ci disse che non c’era più nulla da fare, e lui si salvò, ambarabaciccicocco. Non ve lo sto a spiegare, non mi va di creare facili illusioni, qui non ci sono magie o giochi di prestigio, e per non essere banale, ma essere ligio, se la mia intuizione non mi inganna: il bosco, per mio padre, era la sua mamma.



martedì 21 febbraio 2017

Cento soffi sui capelli

La scena pareva un lungo film muto in uno scompartimento di un treno. Eravamo seduti uno di fronte all’altra con le cuffie alle orecchie e le cassette che giravano. Non so cosa lei ascoltasse con il suo walkman, so solo che io sentivo “Walk in the wild side”. Tra le centinaia di gallerie liguri, ogni tanto, alzavo timidamente lo sguardo verso di lei che si spostava la frangia dagli occhi soffiando con la bocca. Quel portare il labbro inferiore avanti e leggermente di lato, sparando aria sul ciuffo come una locomotiva a vapore, mi faceva sobbalzare, e come uno sciocco matematico in cerca di una logica apparente, contavo, quante volte lo faceva, con la mente. Eravamo due ragazzetti in gita. Lei era distratta dalla musica, io cercavo una calamita. Soffiava, soffiava, soffiava sovente questa capigliatura che svolazzava velocemente per tornare a infastidirle gli occhi e la fronte. Rimasi a guardarla fino al capoluogo ligure e poi verso levante. Quando vidi il mare che sbatteva verso gli scogli e contato cento soffi sui capelli, mi alzai di scatto, e come un maldestro sonnambulo che fa finta di niente, allungai le mani sulle sue tempie. Le diedi un bacio impetuoso, per non dare al mio cuore in gola il tempo necessario alla paura di frenare il mio slancio coraggioso.
- Che fai? – mi chiese con gli occhi ribelli.

- Niente. Ti tengo solo i capelli.

mercoledì 15 febbraio 2017

Liberi tutti (Il mio romanzo di esordio)

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Per i Canavesani lo trovate:
1) A Rivarolo Canavese a "Il Punto"
2) A Ivrea alla "Libreria Mondadori"
3) A Ivrea alla "Galleria del libro".

Prezzo 10 euro (196 pagine)

Grazie



martedì 14 febbraio 2017

San Valentino

Mi sedetti accanto a lei come faccio di solito. Mi siedo sempre accanto di solito. Mi piace sedermi accanto, di solito. Mai di fronte, se non poche volte. Di fronte è una sfida infinita, di fianco è compagnia bella. La panchina era fresca quel giorno di San Valentino, più fresca della vernice fresca, da restarci appiccicati. Lei se ne stava in attesa di qualcosa che potesse dare un senso alla giornata. A San Valentino potrebbero capitare delle sparatorie. In quel caso eravamo... disarmati, o meglio, disarmanti, senza tanti giri di parole.
– Non pensi, che a volte, quello che fai non basti? – mi chiese senza tanti fronzoli.
– Sì, quella sensazione di non raggiungere… – risposi forse girandoci intorno.
Aveva un viso di chi è a disposizione, di chi ha sempre qualcosa da offrire, di chi correrebbe in ogni circostanza, di chi è sempre pronta per una carezza, di chi...
Nei suoi occhi c’era la capacità di non disturbare, di non lamentarsi, di essere assente per lasciare campo aperto agli altri, di...
Era un’ottima spalla, nel vero gergo teatrale, sapeva far emergere il talento di chi le stava vicino e offriva con cortesia la sua energia fino a scaricarsi. La sua generosità era palpabile, tangibile, eccessiva, era…
L’avevo percepita, diamine se l’avevo percepita, mi sentivo alla grande, all’ennesima potenza, all’... Il suo silenzio, decisamente un toccasana, il suo…
Ebbi l’ardire di farle una sciocca domanda, quelle che nascono dal nulla.
– Vorresti un regalo?
– Vorrei essere sorpresa!



mercoledì 8 febbraio 2017

Don Augusto

Don Augusto era il prevosto di Bosco Valtravaglia, un paese tra le valli varesine non distante dal lago maggiore. Don Augusto era una persona molto socievole, divertente, spiritosa ma un po’ attaccata al denaro. Nulla di male, diamine, in quel periodo essere parsimoniosi era un dovere. Infatti la storia che sto per andare a raccontare, si ambienta nella seconda guerra mondiale. Don Augusto, avendo molta fede in Dio e vedendo ogni giorno lo sguardo smarrito delle sue pecorelle..., una domenica, durante un’omelia, promise che, se tutti gli uomini del paese partiti per il fronte fossero tornati a casa sani e salvi, avrebbe costruito una cappella in onore a Don Bosco. Benché i fedeli fossero molto devoti, sapevano che solo un miracolo avrebbe potuto riportare a casa tutti quanti. E il miracolo accadde. Si salvarono proprio tutti. Ma tutti tutti. Tutti quanti. Quindi, la domenica successiva al ritorno dell’ultimo superstite, la chiesa era gremita. C’era così tanta gente, che i soldati che erano tornati vivi, si sedettero sui gradini dell’altare per riconoscenza e per prendere la benedizione. Molti avevano le lacrime agli occhi, altri erano pieni di gioia. Il paese era unito, nessuna perdita, nessun figlio morto, nessun figlio orfano. Don Augusto fece il suo ingresso con i chierichetti, e iniziò la messa. Pregò, come in ogni cerimonia cattolica che si rispetti, di chiedere perdono dei propri peccati, di chiedere pietà al Signore, di professare con convinzione il “Credo”, di ascoltare con attenzione il Vangelo, di inginocchiarsi durante la cerimonia dell’ultima cena, di dire in coro “il Padre nostro”, di scambiarsi un segno di pace che ce n’era assolutamente bisogno, e di fare la comunione. Tutto si svolse come sempre, con cura e devozione, ma quella domenica la cura e la devozione era moltiplicata, perché tutti attendevano che venisse messa in pratica la promessa di Don Augusto, ovvero, di costruire la cappella in onore di Don Bosco. Lui fece il solito rito di ripulire il porta ostie in ottone, di piegare le stoffe bianche ricamate, e di bere il vino nel calice, che quel giorno era stranamente pieno fino all’orlo. Lo bevve tutto di un fiato e lo posò bruscamente sull’altare. Quindi, con gli occhi stralunati, si mise a osservare tutta quella gente che pendeva dalle sue labbra. Si prese il tempo necessario per lasciare che il vino entrasse in circolo in ogni vena del corpo, e si espresse:
– Cari fedeli… dovete sapere… – e gli scappò un piccolo rutto – dovete sapere… che un giorno… – e gli scoppiò sulla bocca una risatina – che un giorno… moriremo tutti… tutti… e forse anch’io.
La messa è finita, andate in pace.
– Rendiamo grazie a Dio.
La maggior parte della gente che partecipò a quella messa oggi riposa in pace assieme a Don Augusto nel cimitero del paese.
Ma se un paese si chiama già Bosco che bisogno c’era di una cappella.



venerdì 27 gennaio 2017

Silvia


Catturava con acume e finezza gli sguardi della gente agli incroci. Si posizionava in ogni lato delle strade cittadine che si intersecavano, per sbirciare, con cautela, le espressioni degli occhi dei passanti. Acciuffava l’attimo come il lampeggiante dei semafori, per sbalordirsi del tonfo al cuore che ne seguiva. Questa gentile cerimonia la svolgeva ogni giorno, quando poteva, a ogni singolo incrocio. Il trucco per non farsi notare troppo era quello di leggere un libro appoggiata a un angolo. S’immergeva nelle parole fino a quando non scattava il rosso, e nell’esatto momento che le auto si fermavano obbedendo al comando, alzava rapidamente i suoi occhi puntando direttamente sul primo viandante che oltrepassava le strisce pedonali.
- Preso! – commentava silenziosamente giuliva dentro di lei. Poi, ritornava a leggere.
- In pratica sono stata in tutti gli incroci del mondo… - così mi disse un giorno a un crocevia.
Ricordo che avevo un appuntamento che si faceva troppo attendere, e siccome me ne stavo fermo a guardare in continuazione l’orologio, a un certo punto, come una lancetta che indica l’ora esatta, mi accorsi di lei. Stetti qualche minuto a osservarla, poi, distrattamente, attraversai la strada nel momento sbagliato. Una macchina inchiodò e suonò con rabbia il clacson. Avevo gli occhi fuori dalle orbite, si erano spalancati, e anche a lei si spalancarono, e tutti gli occhi dei presenti si spalancarono, e anche le porte e le finestre dei palazzi si spalancarono.
Preso dalla vergogna, corsi precipitosamente stralunato verso le sue finestre strabuzzate sul viso.
- Hai una raccolta di sguardi a casa? – le dissi col cuore in gola.
Le sue piccole rughe sorrisero, e per pudore si coprì la faccia con il libro aperto alle pagine 50 e 51.
- Per me gli incroci sono… fammici pensare… - disse abbassando leggermente il libro, leccandosi l’indice per girare con cura la pagina, per trovarsi naturalmente alle pagine 52 e 53, dove finiva il capitolo 2 e iniziava il capitolo 3. I suoi occhi sgranati erano di vari colori: celesti, verdi e marroni. Non feci mai caso al titolo del libro.
Mentre stava pensando intensamente alla risposta, aveva già fulminato tutto il genere umano.
- In realtà… non saprei… hai presente quattro stuzzicadenti piegati nel mezzo a novanta gradi? Senza spezzarli mi raccomando…
- No!
- Li prendi e li unisci a formare una croce…
- E cosa ci dovrei fare?
- Ci metti una goccia d’acqua nel mezzo...
- E cosa succede?
- Si aprono...
- Una goccia di collirio?
- Sì, bravo, ci hai preso in pieno! – e mi fece vedere tutto il bianco che aveva in bocca.
Niente, non seppi più cosa dirle.
Lei apriva stuzzicadenti per trasformarli in stuzzicastelle.



lunedì 23 gennaio 2017

Lobo


Un tenue brusio fece fremere il tonneggiante lobo fino a risalire al punto zero. Si introdusse, come un venticello di aprile, nel canale semicircolare, spalancando con sorprendente facilità la finestra ovale, che aprì la sua bocca stupita, risvegliando la coclea dormiente solo per dar fiato alle trombe. Sul lobo penzolava un diapason che venne scosso ritmicamente dal martello sull’incudine. Bastò un soffio, un’aria melodica, un’intonazione cadente, una misura precisa, un passo morbido, un’andatura costante, una fase della vita, e lui prese a muoversi come un petalo purpureo di una campanula o di un picciolo fogliare di una viola. Il lobo è una minuzia appesa, un particolare complicato, un regno di gomma che si regge su di una architettura complessa, ovvero colei che invita il filo del suono ad addentrarsi nel labirinto: se non stai attento, se non sei sicuro, smarrisci l’equilibrio. E io ero lì, come un funambolo a occhi chiusi, che attraversavo il condotto mordendomi la punta della lingua, per costringermi a provare un piacevole dolore o una spiacevole amnesia che mi sforzai di ricordare. Intonai una lieve musica, piccole note che flettevano le mie corde vocali di un suono gentile appena percettibile. Volevo accedere al tuo sentire per accordarmi con te. Ci fu un attimo che tutto filò dritto, che nulla era imperfetto. Poi, ti toccasti il lobo, tolsi con cura il diapason e lo misi nella mia mano. Ebbi un sussulto, un’oscillazione del corpo, quando vidi quel foro chiudersi velocemente fino a scomparire, prima che pensassi di infilare tutto me stesso, e diventare io l'oggetto appeso. All’improvviso, mi hai mostrato l’altro padiglione e tutto è ricominciato da capo, tale e quale, senza sbavature, senza equivoci, senza malintesi, il processo di rivisitazione del canestro. Ero confuso, quando ebbi le mie mani entrambe impegnate dai tuoi gioielli, ero sconcertato, disorientato, perplesso dal fatto che non sapevo più distinguere l’orecchio sinistro da quello destro.
- Ascolta…
- Non dire altro.


venerdì 13 gennaio 2017

Questo è un bacio

Arrivò bella carica, imbottita di grazia.
Si sedette accanto a me e accese una miccia, e bum, scoppiò a ridere.
L’esplosione fece tremare la terra, mi disintegrò con un morso sulle labbra.
La deflagrazione mi fece chiudere un occhio come una busta di una lettera, l’altro rimase aperto come l'oblò di una lavatrice in centrifuga.
Appoggiò la sua lingua sul mio collo come se attaccasse un francobollo, e senza aver minimamente scribacchiato l'indirizzo, viaggiammo spediti verso lo sghiribizzo.





mercoledì 11 gennaio 2017

Distesa


Eppure, questa ignota distesa, buttata lì, da una valvola aperta di una grande pistola impazzita che spruzza vernice fresca, non è altro che uno scorcio ampio e sconfinato del mio stare qui, seduto, sbalordito dalla rarità che si è manifestata davanti a me. Un frammento che si aggiunge alla mia inadeguatezza, in quanto incredibilmente perplesso dal panorama esterno, simbolo ineccepibile del creato. Eccomi qua, a soccorrere ogni mio cruccio caotico delle mie sciocche prese di posizione, ogni qualvolta che mi faccio sopraffare dalla vulnerabile solitudine. Questa compagnia di colori e luci, del mare e delle montagne, sprazzi di cielo, nuvole attese, chiaroveggenza, sono un balsamo ineccepibile che ammorbidisce con cura maniacale la riccioluta coscienza. Porto il peso dei miei giorni, dei miei ricordi, delle faccende, su questa vetta dove l’eco viene amplificato dai miei occhi, e s’infila in un imbuto immaginario sparendo all’orizzonte, ritornando poi come un boomerang invisibile nel mio zaino, dopo che ha fatto velocemente il giro terrestre rotolando come una biglia sull’equatore. Un grido dalle mie pupille, un laser da supereroe, una scia a forma di anello circolare in questo dipinto semidiurno: la Terra che diventa Saturno. È così crudele questa bellezza che paradossalmente cerco di chetarne la forza, per non farmi travolgere dalla voglia di gettarmi su di essa, senza paracadute, senza ali, senza una ragione, solo la ingenua convinzione di ampliare quella rara beffarda libertà di intendere. Tuttavia, non ho capito niente, benché stia silenziosamente borbottando tra me e me con un ghigno burlone, questo arzigogolato testo che invano provo a sperimentare, per offrire ai lettori un tentativo di poetica e di sintassi che possa soddisfare i palati fini, rimango piuttosto turbato dalla mia inguaribile umiltà d’animo, che molto spesso risulta eccessivamente pudica, davanti alla poesia d’autore. Quindi, non posso che alzare gli occhi al cielo, sperando di trovare, oltre le nuvole, i poeti francesi maledetti, in un tavolino del Bar Paradiso, a bere assenzio e a discorrere di versi con Montale, Pascoli e Ungaretti. Ed io, con servile dovizia, essere il loro cameriere prediletto, colui che prende le ordinazioni sul taccuino, tentando di catturare, a questi clienti ma padroni della poetica, la maniera più consona per cogliere una convincente ed adeguata metrica, che possa darmi una parvenza di credibilità agli occhi dell’umanità intera.
- Hey, ragazzo, portaci tre caraffe di vino e un caffè ristretto e corretto a Ungaretti…
- Corretto come?
Non c’è correzione che io sia abilitato a fare, al massimo posso solo copiare.