sabato 29 novembre 2014

Schifo

- Mi fa tutto schifo! Basta! Che mi consigli di fare?
- Lascia tutto, e vai all'altro capo del mondo, ADESSO!
- ADESSO?
- Sì, vai!
- E per quanto tempo?
- Il tempo necessario per farti schifo anche quel posto.
 


giovedì 27 novembre 2014

Humphrey Bogart


Entrai alla posta per spedire un pacco. Presi il numero e mi sedetti. C’era un sacco di gente e solo due sportelli. Un’anziana donna chiedeva ogni sorta di informazione e tutti sbuffavano come in preda a una imminente crisi epilettica collettiva. Un uomo con un cappello da cow boy e i pantaloni di pelle entrò in quell’istante. Sembrava appena sceso da cavallo. Prese anche lui il numero come se si fosse preso la Colt dalla fondina. Per un attimo pensai di non essere lì, ma in un post office del Connecticut. Mi voltai e vidi due ragazze sui quaranta discorrere. Mi misi ad ascoltare come un curioso scoiattolo.
- È troppo timido e impacciato…
- È stata la prima uscita!
- Sì, ma io voglio un uomo deciso, sicuro di sé.
- Cioè?
- Uno come Humphrey Bogart in “Casablanca”, hai presente?
- Senti…
- Dimmi…
- Quelli come Humphrey Bogart durano quanto la sigaretta di Humphrey Bogart.
Sul display uscì il mio numero e andai a spedire il pacco.

http://youtu.be/1vrEljMfXYo
 

martedì 25 novembre 2014

Anton Cechov


C’era una quiete nel suo corpo. Il suo viso cambiò forma come cambiano le nuvole nel cielo. Un suono di flauto usciva dalle casse del suo stereo, mentre i gatti si azzuffavano e i vicini urlavano le solite parole. In quel contesto, lui era immobile, in piedi e bendato. Faceva andare il corpo avanti e indietro e poi di lato. Voleva cogliere i suoi limiti e seminarli nella mente profonda come ancore per navi mercantili che tornano dall’America. Si tolse la benda e andò sul balcone a fumare. Le lenzuola erano stese anche se mancava il sole. Tornò dentro e tentò di aprire porte chiuse. Con una spingeva con l’altra tirava: la maniglia era sempre la stessa. Stava giocando con la cabala senza avere una chiave di lettura. Si diresse in bagno e si mise a pisciare. Aveva aperto il suo rubinetto tramite quella necessità fisiologica di liberarsi di acqua superflua, arrivata da ghiacciai lontani che scorre fino ad appoggiarsi sulla diga del suo organo sessuale. Tirò lo sciacquone e si guardò allo specchio. La faccia che aveva andava bene per la giornata in corso. Tornò al punto di partenza e disse ad alta voce che ci vuole disciplina. Certo, ogni tanto bisogna uscire giusto per sforare, ma sentire dentro quel dolore allo stomaco o quella tensione addominale è utile alla causa per comprendere meglio dove si depositi l’energia. Continuava a dire “grazie” nel silenzio della sua anima, per rendere giustizia a quel demone che lo sfida ogni volta che lui tenta un’avventura. Grazie e grazie ancora senza di te non potrei evolvere, disse ancora. Poi si ricordò di un passaggio del “Gabbiano” di Anton Cechov e se lo fece suo per essere autentico. “Ognuno scrive come vuole e come può. Ognuno scrive come vuole e come può. Lasciatemi in pace”. In quelle parole l’energia si dipanò in tutto il corpo, e come un gabbiano, si ritrovò a volare controvento.

http://youtu.be/1YIuE-j7haE

Nancy


- Dai, Nancy, andiamo a New York…
- Ma che ci andiamo a fare?
- Lì è tutto possibile, diamine!
Lei spense la sigaretta sull’unico posacenere. Il rossetto stava sul filtro bianco come a giugno le fragole.
- Non posso!
Prese la sua roba e uscì dall’unica porta. Non la vidi mai più, la ricordo ancora adesso.
Presi la sacca, una matita, un temperino e un quaderno a quadretti. Il volo era alle otto. L’aeroporto sapeva di caffè e la gente era seduta verso la vetrata che dava sulla pista di atterraggio. A vederli dall’alto sembravano tetti in costruzione senza tegole, a vederli dall’alto sembravano angeli senza aureole.
- È in partenza il volo per New York, pregasi i viaggiatori di immettersi nella zona di accesso.
Era una voce di donna simile a quella di Nancy. Forse era lei che mi faceva uno scherzo. Feci vedere il biglietto alla hostess e presi posto. Il decollo mi tolse il fiato. La terra sottostante non era più mia solo il cielo mi apparteneva. Mi misi a disegnare degli occhi e un collo, poi venne la bocca e mi fermai all’istante.
- Vuole un caffè? – chiese la hostess.
- Sì, grazie!
- Cosa disegna?
- Una faccia.
- La lascio finire…
- Credo che mi basti!
- E il resto?
Ci guardammo veloce con gli occhi riflessi.
- Come si chiama?
- Nancy!

 
 

In capo al mondo


Ci sono cose che vanno così. Vedere tra le nuvole spaccati della propria vita in una mattina serenamente grigia. Una veggente ti chiama e vuole andarsene via mentre uno strumento a fiato suona meglio del tuo postino quando pigia il campanello. C’è posta per te! Una raccomandata, ti raccomanda. Basterebbe un veicolo che trasporti conversazioni tra un uomo e una donna che hanno solo deciso di incontrarsi e di non lasciarsi, o meglio, di lasciarsi andare. La strada è spianata all’orizzonte, rimani sulla destra e accosti.
- Salta su ho qualcosa da dirti.
- Cosa?
- Ora mi metto in moto, tu goditi il paesaggio.
Metti la prima e poi la seconda e tutte le marce che hai a disposizione. Il vento schiaffeggia la tua faccia e lei sta con i capelli sciolti a indicare un passato inutile e dannoso.
- Vado troppo forte? – le chiedi.
- Non rallentare, ho bisogno di aria fresca e di riposo.
Il motore romba. Le sorridi. E lei distratta, non fa altro che distribuire intorno i suoi capelli.
- Dove mi porti?
- In capo al mondo.
- È un bel posto?
- Non lo so…
- Allora accelera, vorrei vederlo.


http://youtu.be/ju02Q2dfYDw

venerdì 21 novembre 2014

Il solito

Sono sempre attratto dall'insolito, ma poi, come spesso succede, quando ti chiedono cosa prendi, tu rispondi sempre, il solito!
- Cosa prendi?
- Oggi niente!
- Non fare complimenti!
- Ok. Vorrei assaggiare l'acqua fresca che sgorga in Alaska....
- Questo non mi è possibile...
- Come al solito...
 

mercoledì 19 novembre 2014

Inferno e Paradiso

Un giorno, non si sa quale, delle anime dell’Inferno decisero di andare in Paradiso. Chiesero a un Ammiraglio di un peschereccio di portarli. E lui non fece una piega. Chiese però un libbra di carne del loro corpo, che naturalmente diedero, dato che erano anime in pena. Quando arrivarono sulla riva del Paradiso trovarono gente bianca che li esortò a ritornare all’Inferno. Le anime non compresero il motivo e chiesero con cortesia:
- Perché non ci volete far entrare?
- Non c’è ...più posto, e poi siete bruciacchiati. Ma non vedete in che stato siete?
- Ma noi volevamo dare un’occhiata…
- Credeteci. Tornate da dove siete venuti. Vi aiuteremo là, a casa vostra.
Quindi tornarono e attesero qualche mese.
Non videro dei risultati tangibili e andarono ancora dall’Ammiraglio, che nel frattempo era diventato Generale Grand’Ammiraglio di Vascello, e diedero un’altra libbra di carne, per andare in Paradiso a domandare alla gente bianca come mai non fossero stati aiutati in tutti questi mesi. Quando sbarcarono sulla riva trovarono di nuovo tutta ‘sta gente col colore della purezza che li esortava a ritornare al loro paese.
- Ma cosa volete? Vi abbiamo costruito un ospedale da campo e un pozzo d’acqua con la nostra raccolta punti dei supermercati e con gli sms. Non vi sembra che abbiamo già dato?
- Certo, grazie! – risposero le anime in pena – ma siamo curiosi di conoscere il vostro mondo.
- Avete un lavoro? Avete un permesso di soggiorno?
- No!
- Allora, fate richiesta e tornate all’Inferno.
Quindi tornarono e attesero qualche mese, dopo aver fatto esplicita richiesta a Lucifero.
Un giorno arrivarono i Rolling Stones all’Inferno a fare un concerto. Erano una banda di fuori di testa che stavano sempre un po’ sopra le righe. Spiegarono come usare il fuoco, come accenderlo bene e come alimentarlo, distribuendo la passione per la vita. ( E anche un po’ di erba presa in Paradiso)
Ci fu una grande festa, le anime si misero a ballare e scoprirono che in fin dei conti all’Inferno si stava da Dio.
- Al diavolo, il Paradiso! – dissero in coro.
Ancora oggi in Paradiso, ‘sta gente bianca quando si riunisce nelle loro grandi sale di moquette, si chiede con curiosità che cosa sia effettivamente il calore.


http://youtu.be/ZRXGsPBUV5g

martedì 18 novembre 2014

Il muro

C’era un cartello con su scritto:”Potete, per favore, spostare il muro?”. Era proprio lì, spiaccicato al muro. Un tizio lo lesse, e cominciò a spingere più che poteva con le braccia e con le gambe.
Arrivò un altro tizio che disse:
- Dovremmo trovare il baricentro.
Fece una ricerca accurata col palmo delle mani, ed esclamò:
- Qui!...
E spinsero come dei forsennati.
Poi arrivò una donna e spinse di schiena mentre un altro spingeva di spalla. Si unì un po’ di gente, e c’era uno che spingeva pure con i piedi. Un’altra ragazza lo fece con la testa. Era un delirio; ci saranno state una cinquantina di persone che spingevano come matti. Una tizia appoggiò l’orecchio contro al muro e azzardò:
- Ssss, vuoi vedere che d’altra parte ci sono altri tizi che spingono verso di noi!
Passarono tre secondi di silenzio.
- Ma vaffanculo – dissero all’unisono dandosi tutti dei cinque e ridendo a crepapelle.
Arrivò mezzogiorno, e il tizio che giunse per primo al muro, disse:
- Pausa!
Andarono tutti al ristorante. Mangiarono e bevvero di gusto. Si misero pure a cantare e a festeggiare. C’era armonia in quel locale. Il proprietario non ricordava tanta felicità dai tempi andati. Si facevano i complimenti a vicenda:
- Comunque tu spingi da dio!
- Non dire sciocchezze, come spingi te non ho mai visto nessuno.
- Lasciate perdere, quella ragazza aveva una spinta non di poco conto – indicandola con l’indice.
- Ma non è vero, mi fate arrossire – rispose lei con assoluta modestia.
- Qualcuno ha capito dove fosse il baricentro? – disse quello che sembrava preciso.
Nessuno rispose.
Quindi, il tizio di prima esortò tutti a tornare al muro.
- Torniamo al nostro lavoro!
- Siediti! – disse uno giù in fondo.
E lui obbedì.
- Ma sì, fanculo il muro!
Quel giorno alcuni si innamorarono, altri diventarono amici, altri ancora si abbracciarono.
Niente, il muro rimase dov’era e nessuno lo spostò. Ma si racconta in alcune leggende metropolitane, che il giorno dopo, in quel ristorante, arrivarono da tutto il mondo tizi e tizie a fare una pausa dopo aver spinto.
- Ci sono muri e muri! – disse una sera il telegiornale.
 


Fringuella

Si avvicinò e tentò di baciarla.
- Vorresti baciarmi così su due piedi?
Lui prese a svolazzarle intorno.
- Così?
- Molto meglio! - e volò via bella bella...
- Ehi, quando ci becchiamo fringuella?
 


Aria

- Cos'è cambiato?
- L'aria!
- Cosa?
- Aria, ragazzo, aria.

sabato 15 novembre 2014

La mattina e il mattino


La mattina e il mattino si svegliarono come per abitudine all’alba. La luce filtrava tra le persiane e il caffè aleggiava nell’aria. Avevano riposato profondamente abbracciati come due dolci amanti.
La mattina nuda si alzò, spostò la tenda e diede uno sguardo fuori.
- Com’è il cielo? – chiese il mattino ancora con gli occhi piccoli.
- Plumbeo! – rispose la mattina stirandosi.
- Cioè?
- Fosco.
Al mattino si spalancarono gli occhi.
- Fosco come?
- Caliginoso.
Il mattino si grattò la testa e si mise le mani in faccia, poi con gentilezza domandò:
- Da quant’è che stiamo insieme?
- Una miliardata d’anni.
- Cioè… dai tempi del big bang?
- Più o meno…
- Non ricordo di averti mai sentita così…
- Così forbita?
- Vieni qui…
Il mattino la prese tra le braccia e la baciò. Quando le loro labbra si staccarono, il mattino azzardò:
- C’è qualcosa di misterioso in te?
- Cosa?
- Non lo so. Se te lo sapessi non sarebbe più misterioso.
- Sei sempre sibillino, caro! – disse la mattina entrando in bagno.
Il mattino si lasciò andare disteso nel letto e commentò tra sé e sé il dialogo appena terminato.
- - Mah! Ci sarà quel cazzo di sole fuori adesso?

domenica 9 novembre 2014

Ho scritto una canzone senza musica


Ho scritto una canzone senza musica perché la musica non la so fare
Ho scritto una canzone senza musica dato che da ragazzo sapevo strimpellare
Ho scritto una canzone senza musica perché ti ho vista piangere
Volevo trovare le parole adatte per farti sorridere
Ho scritto una canzone senza musica così la potrai cantare
Come ti pare
Ho provato ad assemblare le parole come una catena per giungere al tuo cuore
Ho provato a prendere tutti i treni alla stazione
Ho provato giorno e notte pur di alleviare il tuo dolore
Ho solo scritto una canzone senza musica
Perché non sapevo cosa fare
Mentre batto questi tasti cercando frasi a effetto
Ho scoperto che le lettere non sanno niente
Ho scoperto che le lettere non conoscono le parole
Loro sono sole
Se non ci fossi io qui a unirle non direbbero niente
Ora vado a capo dato che ho scritto una canzone senza musica
Ma ricordati che io sono qua seduto e lo sto facendo per te
Che hai passato un brutto periodo
E io lo so
E per questo che scrivo questa canzone
Porta la tua chitarra perché qui la parole non mancano
Porta la tua chitarra e la tua voce
Perché io ho scritto una canzone senza musica
Ho scritto una canzone senza musica
Ho scritto una canzone senza musica
E credo di saperlo fare.

http://youtu.be/SQyPVBtLXk0

venerdì 7 novembre 2014

New York


Non ci sono mai stato. Non lo so. Forse un giorno ci andrò. Non lo so. Ci stanno le anatre, le pozzanghere, quelle cose altissime. C’è un sacco di gente. C’è un parco. È verde. Gente sui marciapiedi. Sembrano tante formiche. C’è anche un ponte. L’ho masticato da bambino. Aveva molti gusti. C’era il bianco, il verde e il rosso. A me piaceva il rosso perché sapeva di rosso. Non lo so. Non ci sono mai stato. Ci saranno un milione di panchine. Ma che dico. Un miliardo. Starei lì sdraiato a guardare il cielo. Ha guardare quelle braccia tese, quelle braccia di cemento. Piene di finestre accese, piene di sbattimento. Starei lì, la notte. Non lo so. Una luce nuova. Lì è tutto nuovo. Anche se il tempo scorre. Quanta roba c’è. C’è gente che me l’ha raccontato. Ma io. Io. Non ci sono mai andato.
- Vado a dormire.
- Ciao.
- Domani?
- Domani cosa?
- Non so, domani!
- Domani parto!
- E dove vai!
- Ma che cazzo ne so. Non ci sono mai stato!

http://youtu.be/GxAnLJwsxII

Pigiama

Verso la fine degli anni novanta o giù di lì, ero drammaticamente fortunato con le ragazze. Mi spiego. Venivo sistematicamente lasciato ma trovavo subito un’altra ragazza in poco tempo. Un po’ quella storia del “chiodo scaccia chiodo”. Non facevo in tempo a disperarmi che ero già su di giri per una nuova storia. Era il periodo del primo cellulare che era enorme come un’autoradio: come quello col manico che ci portavamo appresso alle feste del paese per non farcelo rubare. Quindi, eravamo passati dal periodo “dei mentecatti tutti col Pioneer ultima generazione con l’equalizzatore”, al periodo “che cazzo mi frega se mi rubano l’autoradio tanto c’ho il cellulare e posso chiamare la polizia in tempo reale”. Faccio una digressione: ricordo con affetto che tutti compravamo il cellulare dicendo che lo facevamo per comodità: “metti che ti si ferma la macchina!!” Era la scusa più ricorrente, oppure: “se qualcuno stesse male…” (certo, chiama te invece che un’ambulanza). Sta di fatto che avevo notato che le conversazioni, tramite questo aggeggio, fossero di gran lunga più sincere che col telefono di casa. Non chiedetemi il perché, ma il telefono di casa era più diplomatico e meno diretto, forse perché rispondeva sempre prima tua madre. Infatti, fui mollato da una tipa che mi disse testuali parole al cellulare:
- Ti ho tradito con tizio! (Un mio carissimo amico, come accade sempre).
Questa ragazza l’avevo conquistata con un regalo per il suo compleanno, dato che cadeva esattamente in quel periodo di frequentazione amorosa. Quando glielo diedi, lei mi disse:
- Bellissimo! Non è impegnativo come un intimo, lo adoro e poi è utile!
Era un pigiama. Ecco, in quel periodo della mia vita, pensai che regalare pigiami alle ragazze fosse un’idea fantastica. Quindi, con la successiva, feci lo stesso! Compiva anche lei gli anni. Andai a comprarlo e ne presi due uguali identici. Ora vi chiederete giustamente il perché di due pigiami. Uno lo avevo preso di scorta, per eventuali successivi compleanni, dato che c’era un’offerta irrinunciabile di “prendi due, paghi uno”. Quando lo vide, fece una leggera smorfia di delusa soddisfazione. Ci baciammo e ci demmo un appuntamento per la settimana dopo. Appuntamento che non venne da lei mai rispettato, perché mi lasciò ancora via cellulare con un “Stasera non esco e neanche per i prossimi 150 anni”. Ero incazzato come una bestia e pensai di provarci con la sua amica che non mi cagava neanche di striscio. La ragazza era molto bella e patita del body building. Aveva dei bei muscoletti, ma soprattutto un gran fondoschiena. Le feci una corte spietata fino a quando non uscimmo per un drink, dopo alcuni mesi. Quel giorno, cazzo, era il suo compleanno. Non so se era una maledizione, ma quando arrivammo sotto casa sua, ebbi la malsana idea di darle l’altro pigiama come regalo. Premetto che la fermai a pochi centimetri dalla mie labbra, dato che stava per baciarmi, lei che da buona culturista, sapeva prendere bene l’iniziativa. Le dissi proprio così:
- Aspetta, ho una sorpresina per te!
- Maddai!!! Un regalo? – Era su di giri.
- Certo…
- E come facevi a sapere che oggi era il mio compleanno?
- Sono un veggente!
Ero bello convinto di fare un figurone. Quando lo aprì e lo vide, passarono dieci secondi dove lei controllò il contenuto e io ebbi il tipico sorriso da ebete. Fece uno più uno, dato che le donne tra loro si parlano sempre. Si girò e mi sorrise. Poi, mi arrivò un ceffone di cinque libbre che ricordo ancora oggi con affetto. Sbatté la porta e gettò il pigiama nel cassonetto dell’immondizia. Passai alcune settimane a ripetermi questa frase delirante:
- Ma non potevo darglielo dopo! Cazzo!!!!
Quel giorno smisi con i pigiami e con le donne che compivano gli anni… e mi rubarono il cellulare e l'autoradio. E non andai mai a un pigiama party.

Cedrata

E niente. Penso a una persona, e trac, me la trovo davanti. Non vi è mai successo? Non so perché pensassi a questo mio amico di infanzia questa mattina al supermercato, sta di fatto che me lo sono trovato davanti. Lui ha fatto finta di niente. Ogni volta che ci siamo incrociati con i carrelli, lui girava la testa. Certo, saranno passati trent’anni, ma per Diana, smettila di fare il finto tonto!!!! (perché più che finto, sembri tonto!!). Decido di salutarlo io.
- Allora, ragazzo come te la passi?
- Ah, ciao, non ti avevo riconosciuto!
(Ma Vaffanculo!!!)
- Che mi racconti?
Ha iniziato a spararmi una raffica di eventi a lui capitati, un pippone lungo una mezzora.
- Sai quella là…
- No, non mi ricordo…
- Ma come fai a non ricordarti!!!!!
- Ora mi sfugge…
- Beh, si è sposata con me, la troia!!!!
(Ahia!!!)
- Ah, mi spiace…
- E sai quello là…
- No, non mi ricordo…
- Ma come fai a non ricordarti!!!!!
- Ora mi sfugge…
- Beh… lui e lei… capisci… bastardi… è fresca fresca… l’altra settimana… li ho beccati… minchia come mi fumano…
- Mi spiace…
- Sei sposato?
- No!
- Bravo!!! Non farlo!!! Divertiti fin che puoi…
- Certo…
Restiamo in silenzio come due babbei a guardarci per una ventina di secondi. Un tempo lunghissimo da sopportare, quindi lui azzarda la domanda:
- E tu, che mi racconti?
- Sai mica dov’è la cedrata?
In quell’istante mi è venuta una gran voglia di cedrata, saranno passati trent’anni, per Diana, che non la bevo!!!!

giovedì 6 novembre 2014

E' la strada sbagliata.


È la strada sbagliata. Lo so, ne sono consapevole, ma ho deciso di percorrerla lo stesso, solo perché mi è sempre sembrato inutile tornare indietro. Mi ero illuso che avrei avuto un’autostrada davanti, a tre corsie, sulla via del sorpasso, con l’acceleratore a palla come la musica nell’abitacolo. Ci sarà uno svincolo. Nessuna via d’uscita, nessun pedaggio. È la strada sbagliata - mi son detto. Non c’è un’anima viva. Ma io vado. Ci sarà uno svincolo, ne sono sicuro. Mi sono perso. Non ci sono montagne all’orizzonte, neanche un campo per giocare a pallone, una spiaggia per riposare. Niente di niente, eppure devo andare. Ho visto una tipa col pollice alzato, che faccio? Mi fermo? Rallento un centinaio di metri dopo. Lei corre verso di me con lo zaino in mano. Fa caldo, anche se il sole è sparito. La vedo dallo specchietto retrovisore. Sorride. Apre la porta. Ho le quattro frecce accese. Lampeggiano. Sembro un albero di Natale. Lei ha il fiatone. Tira un lungo respiro e si siede. Chiude la porta. Non dice niente di niente. Spengo la luce. Spengo la macchina, e facciamo l’amore.
- Ho sbagliato strada...
- L'ho sbagliata anch'io...

http://youtu.be/ADOQQiwgU0Y

sabato 1 novembre 2014

Halloween


Erano le dieci del mattino quando arrivò. Si sedette accanto a uno con la facciona grande, e disse testuali parole:
- Sa a cosa ho pensato stamattina?
- A cosa?
- Alla mia morte!
Non finì di dirlo che si sentì uno sparo di una magnum che gli fece saltare in aria la testa. Chi premette il grilletto si ritrovò la faccia e l’impermeabile pieno di poltiglia arancione. Estrasse un Fresch and clean e si ripulì il viso. Poi tolse l’impermeabile e coprì quello che restava del tizio. Assaggiò una punta della poltiglia e disse tra sé e sé:
- Anche questo, niente sale nella zucca.
Si avviò verso il bar, entrò, si guardò intorno e chiese una macedonia. Il barista rigido come un cetriolo rispose:
- Cade a fagiolo…
Gli porse la scodellina piena di frutti fatti a pezzi, e gli fece un segno col dito come per indicargli qualcosa sul viso.
- Ha la guancia sporca!
Il tizio si passò il dito sopra.
- Ah, niente, ho appena fatto saltare una zucca vuota!
A quel punto il barista si mise a ridere di gusto a bocca aperta e divenne rosso come un peperone. Si sentì lo stesso sparo della magnum di prima. Il proiettile entrò nella bocca del barista e uscì dalla nuca facendo andare in frantumi due bottiglie di Jack Daniel’s, disperdendo gocce di whisky miste a poltiglia intorno.
- Che pena sprecare ’sta delizia del Tennessee!!!
Naturalmente, il bar era affollato e il tizio tirò fuori un mitra e fece saltare tutte le teste come pomodori. Fu una strage. Lui si mise ad assaggiare tutte le teste e continuò il suo monologo:
- Nessuno che abbia del sale nella zucca!
Guardò l’orologio e disse ancora tra sé e sé:
- E sono solo le undici!!!
A un certo punto si sentì tirare i pantaloni e si girò. Vide un nano con un fucile a canne mozze puntato verso i suoi gioielli di famiglia.
- Che vuoi testa di rapa?
- Dolcetto o scherzetto?
Siamo in collegamento con “La vita in diretta” non sappiamo cosa stia accadendo all’interno dello stabile. Siamo all’ora di pranzo e quello che è accaduto questa mattina è agghiacciante. Ma chiediamo ai passanti:
- Mah, era una brava persona, salutava sempre!
Chiediamo a un‘altra.
- Sembra impossibile, un’ora prima ero passato di qua e non era successo nulla!
- Comunque, era un periodo che salutava un po’ meno del solito… - disse il più anziano.
Tutti convennero.
Quindi, rimando a voi la linea, dall’orto è tutto, a voi studio.
- Che si fa, Ros? Qui non si salvia più nessuno…
Ros Marino vide qualcosa...
- Aspetta, segui quella testa di rapa…
- Chi? Il nano?


http://youtu.be/xCxHvNl9MmQ