- Tu hai un lato oscuro?
- Sì!
- E qual è?
- Sei tu.
martedì 10 dicembre 2013
lunedì 9 dicembre 2013
Il tuo corpo
Sono al ciglio del
tuo occhio, quello sinistro, quello poco chiaro.
Saltello sul trampolino prima del tuffo e mi lancio sfiorandoti il naso.
A testa in giù mi poso sul labbro e rotolo, accolto da un morbido materasso in cui mi sdraio.
Vedo pareti bianche innevate e una gola tra montagne al contrario.
Sento l’eco del mio nome, mentre una lingua umida di vento mi scaraventa sul seno e rimbalzo sull’altro.
Un tamburo batte e perdo l’equilibrio scivolando nell’insenatura attraversando il plesso fino all’ombelico.
Mi aggrappo ascoltando il tuo stomaco affamato nel rifugio del mio letargo.
Dormo un sonno leggero e poi mi sveglio da un respiro impetuoso e beffardo.
Mi affaccio osservando in fondo dove cresce il cespuglio, desiderando di scendere dolcemente ma non azzardo.
Decido di spostarmi verso la roccia che sporge dell’osso sacro, dove prego di non cadere ai tuoi piedi per non sentirmi decaduto.
Cammino lentamente sul tuo fianco nel sentiero sopra al gluteo a strapiombo.
Le mie mani sulla parete e la mia testa in alto, perché soffro di vertigini, perché non oso guardare in basso.
Arrivo finalmente alla colonna vertebrale e risalgo, come una tigre mai doma, fino ad arrivare a sbattere la faccia sulle liane smarrite della tua chioma.
Mi addentro nella grotta e supero la cascata asciutta, trovando un’amaca che mi aspetta, tra i due emisferi della testa.
Mi lascio dondolare dai nodi di un’altalena come un pendolo che scandisce il tempo con la vita.
Non so cosa sia cullarsi tra i profumi mischiati della tua pelle, che sono bucce di limoni e di aranci abbracciati a petali di calle.
Riconosco che questo è il tuo corpo e le tue zone umide, anche se non mi sono ancora addentrato nei cunicoli delle orecchie per non trovarmi tra il martello e l’incudine.
Ma un suono innocuo mi fa fare un gesto, allungo la mano, tocco il tasto giusto, chiudo gli occhi, e resto.
- Hai dormito bene?
- Come un sasso!
Saltello sul trampolino prima del tuffo e mi lancio sfiorandoti il naso.
A testa in giù mi poso sul labbro e rotolo, accolto da un morbido materasso in cui mi sdraio.
Vedo pareti bianche innevate e una gola tra montagne al contrario.
Sento l’eco del mio nome, mentre una lingua umida di vento mi scaraventa sul seno e rimbalzo sull’altro.
Un tamburo batte e perdo l’equilibrio scivolando nell’insenatura attraversando il plesso fino all’ombelico.
Mi aggrappo ascoltando il tuo stomaco affamato nel rifugio del mio letargo.
Dormo un sonno leggero e poi mi sveglio da un respiro impetuoso e beffardo.
Mi affaccio osservando in fondo dove cresce il cespuglio, desiderando di scendere dolcemente ma non azzardo.
Decido di spostarmi verso la roccia che sporge dell’osso sacro, dove prego di non cadere ai tuoi piedi per non sentirmi decaduto.
Cammino lentamente sul tuo fianco nel sentiero sopra al gluteo a strapiombo.
Le mie mani sulla parete e la mia testa in alto, perché soffro di vertigini, perché non oso guardare in basso.
Arrivo finalmente alla colonna vertebrale e risalgo, come una tigre mai doma, fino ad arrivare a sbattere la faccia sulle liane smarrite della tua chioma.
Mi addentro nella grotta e supero la cascata asciutta, trovando un’amaca che mi aspetta, tra i due emisferi della testa.
Mi lascio dondolare dai nodi di un’altalena come un pendolo che scandisce il tempo con la vita.
Non so cosa sia cullarsi tra i profumi mischiati della tua pelle, che sono bucce di limoni e di aranci abbracciati a petali di calle.
Riconosco che questo è il tuo corpo e le tue zone umide, anche se non mi sono ancora addentrato nei cunicoli delle orecchie per non trovarmi tra il martello e l’incudine.
Ma un suono innocuo mi fa fare un gesto, allungo la mano, tocco il tasto giusto, chiudo gli occhi, e resto.
- Hai dormito bene?
- Come un sasso!
martedì 3 dicembre 2013
Al venditore di incipit...
Al venditore di incipit la scuola non gli piaceva. S’addormentava sempre sul banco. Resisteva al massimo un’ora di lezione e poi dormiva. Quando tornava a casa… beh, dormiva ancora. Non ci capiva un cazzo, soprattutto con le parole perché i numeri un po’ gli garbavano. Le vocali avevano qualche difetto: a, e, i, o, u… per lui non c’era differenza. Le sognava sparse per la classe come mosche fastidiose… quando dormiva. E poi il soggetto, il verbo, il complemento oggetto ma che erano? Come si disponevano? Sta di fatto che il soggetto lo capì in età matura, il verbo a catechismo e il complemento oggetto non lo sa ancora adesso. Comunque lui comprese una cosa fondamentale, la prima volta che fu bocciato alle superiori (perché lui c’è stato alle superiori!) si accorse che l’anno dopo, ripetendolo, non faceva più fatica, anzi non aveva più bisogno neanche di studiare. Questo per dire che se lo incontrate, ripetete almeno due volte quello che avete da dire così è probabile che lui vi capisca bene.
Al venditore di incipit piaceva molto fare la raccolta di figurine della Panini dei calciatori. Il problema vero era, che gli mancava sempre Pizzaballa e Giubertoni. Un giorno un suo compagno di giochi gli strappò davanti ai suoi occhi le figurine dei due calciatori per dispetto, dato che li aveva doppi. Lui gli diede uno schiaffone. Tornò a casa e appiciccò due Boninsegna al posto di Pizzaballa e Giubertoni... così... tanto per fare... dato che di Boninsegna ce n'era sempre bisogno.
Al venditore di incipit piaceva molto fare la raccolta di figurine della Panini dei calciatori. Il problema vero era, che gli mancava sempre Pizzaballa e Giubertoni. Un giorno un suo compagno di giochi gli strappò davanti ai suoi occhi le figurine dei due calciatori per dispetto, dato che li aveva doppi. Lui gli diede uno schiaffone. Tornò a casa e appiciccò due Boninsegna al posto di Pizzaballa e Giubertoni... così... tanto per fare... dato che di Boninsegna ce n'era sempre bisogno.
Salerno - Reggio Calabria
- Ehi punk-ina, come ti senti?
- Come la Salerno - Reggio Calabria.
- E come sarebbe la Salerno - Reggio Calabria?
- Come le tue domande del cazzo!
- Come la Salerno - Reggio Calabria.
- E come sarebbe la Salerno - Reggio Calabria?
- Come le tue domande del cazzo!
lunedì 2 dicembre 2013
Smoke gets in your eyes
Era la classica giornata in bianco e nero come il fumo negli occhi. Io
sedetti al solito posto leggermente a destra. Presi a suonare il sax ad occhi
chiusi, perché il sax non si suona tenendoli aperti. Tutto il corpo si assopì
in un lungo sonno, meno le mie dita e il mio fiato corto che rimasero svegli.
Sognai seppie nere vestite da meduse bianche e le vidi danzare nell’aria. Si
unirono come cellule festose e tramutarono materia.
Lei.
Lei stava sulle punte e galleggiava anche se non c’era l’acqua, stava sulle punte e ruotava come una trottola. Si dinoccolava come un burattino impazzito senza guida dall’alto. Le braccia erano ali disordinate di libellula che vibravano in assenza di elettricità, e le gambe sinuose, ritte come campi di grano in cielo sospinti dal vento, formavano leggeri aquiloni d’argento.
La panchina sostenne entrambi, io seduto e lei sui calcagni.
A quel punto mi svegliai, nel senso che gli occhi furono aperti. Li richiusi subito al suono acuto dello strumento e lei forse ballò ancora, come il mio cuore sospeso tra i polmoni gonfi di vento, lo stesso di prima dei campi di grano e degli aquiloni d’argento.
Uno spicciolo, un quattrino o una medaglia di elemosina rotolò ai miei piedi.
Testa o croce?
Io non avevo chiesto alla fortuna di che faccia fosse la moneta.
Io non avevo chiesto tanta benevolenza.
Interruppi la sonata senza sforzo e mi pulì la bocca di saliva sparsa con un fazzoletto di carta…
- Perché hai smesso?
- Per vederti!
- Mi vedi anche ad occhi chiusi!
- Volevo essere sicuro che non partissi.
- Ma io ci sarò sempre ogni volta che soffi.
Lei.
Lei stava sulle punte e galleggiava anche se non c’era l’acqua, stava sulle punte e ruotava come una trottola. Si dinoccolava come un burattino impazzito senza guida dall’alto. Le braccia erano ali disordinate di libellula che vibravano in assenza di elettricità, e le gambe sinuose, ritte come campi di grano in cielo sospinti dal vento, formavano leggeri aquiloni d’argento.
La panchina sostenne entrambi, io seduto e lei sui calcagni.
A quel punto mi svegliai, nel senso che gli occhi furono aperti. Li richiusi subito al suono acuto dello strumento e lei forse ballò ancora, come il mio cuore sospeso tra i polmoni gonfi di vento, lo stesso di prima dei campi di grano e degli aquiloni d’argento.
Uno spicciolo, un quattrino o una medaglia di elemosina rotolò ai miei piedi.
Testa o croce?
Io non avevo chiesto alla fortuna di che faccia fosse la moneta.
Io non avevo chiesto tanta benevolenza.
Interruppi la sonata senza sforzo e mi pulì la bocca di saliva sparsa con un fazzoletto di carta…
- Perché hai smesso?
- Per vederti!
- Mi vedi anche ad occhi chiusi!
- Volevo essere sicuro che non partissi.
- Ma io ci sarò sempre ogni volta che soffi.
Iscriviti a:
Post (Atom)





