venerdì 16 dicembre 2016

Viaggio al termine dell'incipit (17)

Dall’altra parte del mondo fino al centro della terra, nel vertice l’unico spiraglio. Uno strappo profondo della superficie interna: un pezzo di cielo, un pezzo di roccia, un divieto, un cane, una clessidra, un drago, un elettrocardiogramma, un signore distinto con un cilindro in testa. L’anatomia della terra, l’anatomia dell’occhio. Passo dalla camera anteriore alla camera posteriore tramite il canale, l’ora serrata dei processi ciliari indicano come lancette la capsula e il nucleo del cristallino, così cristallino nella chiarezza; il disco ottico ruota sul nervo tra le vene vorticose suona il muscolo ciliare, dura madre, sclera, la pupilla nella lettura dell’iride, macula la retina nella fascia bulbare fino alla cornea. Viaggio nell’occhio fino al centro della terra. Vedo tutto quanto. Ho fatto tutto questo solo per vederti in ogni frammento, in ogni lacrima lubrificante, in ogni battito di ciglio. Non sempre si piange, a volte l’occhio vuole solo la sua parte. L’occhio che si asciuga non può seccare, è come una spiaggia bagnata dal mare. Miliardi e miliardi di bulbi che sbocciano immagini, un occhio che vede e l’altro a dare conferma. Che siano in senso orario o che tornino indietro, loro ruotano. Di notte vibrano nel sogno come ali di insetto, come il becco del picchio, sulla corteccia, scavano nelle profondità del tronco. Tutto quello che si vive dormendo è astratto, in un momento ti trovi nel fango e un attimo dopo voli sul trespolo. L’occhio è il mondo dove viviamo, solo il cieco conosce la storia da dentro: il centro della terra, dove i terremoti fanno a pugni con la roccia e la lava, come il sangue, cerca crateri per venirne fuori ad espandersi quando l’occhio brucia di invidia. Non basta un po’ di collirio per alleviare il dolore della sofferenza umana, basterebbe tenerli aperti quando è ora, quando le lancette si mettono in posa per segnalare l’inizio delle campane. Suonate, suonate così, che io mi possa girare, verso i tuoi occhi lucidi quando mi stai troppo vicino da non metterti a fuoco. Hai fatto fuoco nel momento in cui li hai spalancati, le tue sopracciglia sembravano tergicristalli. Qualcosa ci separa, non sono gli occhi chiusi, non è la proiezione, non sono gli specchi e neanche la linea dell’equatore. Mi sono svegliato al centro della terra, ora mi arrampico verso lo spiraglio per ridurre in un puntino la pupilla, un abbaglio; vengo a cercarti nel tropico del capricorno, nel solstizio d’estate, vengo a cercarti perché ti voglio vedere, ti voglio vedere bene, con gli occhi colorati di cielo, per essere lì nel momento in cui si manifesta il sole nella sua perfetta verticale e l’ombra rimane per poco tempo appesa ad un filo.   
continua...

1 commento:

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