Penso che, tutti noi, da bambini, abbiamo avuto il nostro amico immaginario, quello con cui ci si faceva un po’ di chiacchiere, con cui ci si giocava e ci si scambiava fantasie, viaggi planetari, scoperte improbabili, visioni futuristiche.
Cosa ci spingeva a fare queste strane conversazioni?
Non di certo la schizofrenia, forse la ricerca della propria identità.
Quante volte ci siamo chiesti:
- Perché io sono io? Perché non sono un altro?
Queste domande ce le siamo fatte per un po’… poi… abbiamo iniziato a masturbarci.
Credo che la mia vita, malgrado abbia attraversato momenti belli e momenti brutti, sia stata, per un certo periodo, lineare. Ho ottenuto un lavoro sicuro ben retribuito, ho fatto la mia dose di sport agonistico, mi sono divertito, ho ballato, mi sono innamorato di una bella ragazza – anche più di una - e ho avuto una buona salute. Non ho mai fatto grosse cazzate, non ho avuto incidenti di percorso, non mi sono mai drogato - un paio di canne - non mi sono mai ubriacato - un paio di volte. Tutto nella norma. Strada dritta, qualche delusione, qualche problema famigliare, amici che vanno e che vengono. Un futuro segnato, una buona pensione. Fine della storia.
E invece no. Mi mancava l’inizio. L’inizio di cosa? L’inizio della crisi.
C’è crisi da quando sono nato. La parola “crisi” è una gran rottura di coglioni, forse, mi è sempre viaggiata accanto. Un giorno decise di tagliarmi la strada e di togliermi ciò che avevo. Mi ha tolto tutto. Quel posto non c’era più. E poco dopo non ci fu più neanche lei. E poco dopo non ci fu più neanche la salute. L’oroscopo non mi aveva avvertito. Quindi, ho dovuto prendere coscienza che la vita ha qualche curva, a gomito, sul muso. Una bella botta, da romperti lo zigomo e pure il naso.
Ho passato un periodo a correre alla mattina e a leggere tutto il giorno, e pure la notte, correvo e leggevo. Leggevo e correvo, leggevo e correvo. Chissà dove cazzo andavo?
- Tout commence par une interruption.
- Che minchiata!
Passarono alcune settimane e mentre correvo perdendomi nelle campagne intorno a Villa Meleto, dimora di Guido Gozzano, mi sedetti su di una panchina (ma questo già lo sapete da frantumarvi i coglioni) e incominciai a dialogare con sto cazzone immaginario, che non era nient’altro che quel me stesso che non ero io, ma qualcosa che mi riguardava da vicino, un cazzone immaginario. A quel punto decisi di scrivere. Come fanno molti. Scrivere. Il problema vero è che non lo so fare, o meglio, non lo so fare bene. Quando leggevo e correvo, e correvo e leggevo, mi dicevo che avrei dovuto correre di più, e che avrei dovuto leggere di più. Ero in ritardo sulla tabella di marcia, non ce la potevo fare. Troppi verbi da coniugare, troppe indecisioni, troppe sospensioni, troppe confusioni. Un bel casino.
Valeva la pena di tentare.
Non ho mai seguito un metodo, ho letto della scrittura modulare di Burroughs, del flusso di coscienza di James Joyce e alcune letture di Alan Watts sul TAO nella disciplina del Wu-wei. Fare nulla, provare a non fare alcuno sforzo, scrivere, fare un cazzo e chi se ne fotte, scrivere. Questa è la storia del venditore di incipit. Chi lo sa. Ma chi lo legge? Ma in fin dei conti, chi sono io? Perché io sono io? Perché non sono un altro?
(Il venditore di incipit)
mercoledì 27 marzo 2019
sabato 12 gennaio 2019
giovedì 3 gennaio 2019
Il venditore di incipit
Lunedì 7 gennaio 2019, esce “Il venditore di incipit (vol.
1)” casa editrice “Atene del Canavese”. Ringrazio Giampaolo Verga per la
fiducia dimostratami e per aver creduto in questo progetto lungo 7 anni. Potete
acquistarlo in libreria, on line (Ibs, Mondadori, ecc.) o direttamente dalla
casa editrice.
(La spedizione in tutta Italia è inclusa nel prezzo di
copertina. Metterò il link lunedì per l’acquisto diretto).Innanzitutto, il titolo è anche l’autore (vi chiedo gentilmente un po’ di riservatezza, patisco la fama).
Quello che ho tentato di fare, è stato soprattutto una ricerca di stile, ovvero, provare a scrivere secondo il mio stile. Non so se ci sono riuscito, non è stato per nulla semplice, ma era la mia priorità. Poi, ho elaborato il contesto, e infine, la storia.
Che storia è?
Beh, è un racconto surreale, semplicemente irrazionale: un voler fuggire dalla quotidianità, dal giudizio, dalla morale: un po’ ironico e un po’ drammatico, un po’ gentile e un po’ sciocco…
un po’ e un po’…
Questo è il volume 1. Ci sarà poco dopo il volume 2, come ovvio che sia… sempre se riuscirò a vendere abbastanza volume 1 da far uscire il volume 2, perché il volume 2, voi mi insegnate, è sempre il migliore. Vedete cosa fare.
Posso dire, con certezza, che da lunedì, vendere incipit, sarà il mio mestiere.
Se mi volete bene, se me ne volete veramente, vi chiedo, cortesemente, di farvi un giro dentro queste pagine, del venditore di incipit.
Nel mondo, all’improvviso, arrivò una crisi, una crisi
profonda, un’onda. Tutti si trovarono senza inizi. Un giorno, non si sa bene
quale, arrivò un uomo e si sedette su di una panchina, di un piccolo parco, di
una grande città. Senza alcun motivo alcune persone si misero in fila, come
quando si è in fila alla posta; solo che qui non c’era nulla da spedire, solo
parole da ricevere come cartoline, che non hanno una foto, un indirizzo, una
fine. Cartoline per iniziare. Il primo che si sedette accanto a lui sembrava un
capo, perché fece un gesto con il capo per mandare via gli altri. Aveva una
tavola da surf in mano.
- Lei è surfista?- No, sofista!
- Ah, io aspetto l’onda.
- Anch’io.
- Conosce Hokusai?
- Di vista!
Quindi, decise immediatamente di entrare in una biblioteca: voleva farla franca.
Un giorno il suo migliore amico, di nome Beppe, gli chiese:
- Hai letto l’incipit di quel libro là?
- Che cos’è l’incipit?
- L’inizio.
- Ah! Però… E cosa dice?
- È di Paul Valery, tout commence par une interruption.
Tutto incomincia da una interruzione.
https://www.atenedelcanavese.it/ilvenditorediincipit
domenica 25 novembre 2018
Gioia
Ciao, mi chiamo Gioia. Quando avevo 19 anni ero una gran bella figa - tanto per usare il vostro gergo maschile. Ero un po’ ribelle, anche un po' zoccola - tanto per usare ancora il vostro gergo maschile - e non andavo molto d’accordo con mia madre, come ogni ragazza che si rispetti a quell’età. Una sera un ragazzo mi mise qualcosa nel bicchiere e mi violentò dandomi della troia - tanto per... Mi mise anche incinta e andai ad abortire.
Il giorno dopo ero pazza. Divenni completamente pazza. Vedevo e sentivo sempre il diavolo e non c’era modo di mandarlo via. Tentai il suicidio almeno 4 volte e le prime tre mi salvò il mio fratellino. Lui era un giocatore di pallone, pensava solo a quello, viveva solo per quello, però quelle tre volte lo trovai accanto silenzioso a tamponare le mie vene sanguinanti delle braccia, a bloccarmi mentre stavo per gettarmi dal balcone e a chiamare l’ambulanza quando mandai giù una trentina di pastiglie. Era un giocatore di pallone e credo se la cavasse bene, un marcatore. Ma quando lo feci per l’ultima volta, lui non c’era, quando lo feci per l’ultima volta, mi gettai nel fiume: volevo proprio vedere se il calciatore di pallone era così bravo a venirmi a tirare fuori di lì, anche perché non sapeva nuotare. Lo fece un altro, uno che non so chi fosse, ma quando lo vidi in faccia appena portata a riva, assomigliava a lui, credetemi, a quel ragazzo che mi violentò, aveva gli stessi tratti somatici, mi venne da ridere e gli dissi:”Ma brutta testa di cazzo, non potevi regalarmi un mazzo di tulipani?”
Sono Gioia. Vivo in una comunità di recupero per malati psichiatrici. Vorrei vivere nel vostro mondo ma non ci riesco. È che il vostro mondo è pieno di giudizi, di rabbia, di cose importanti da fare. Tutti insegnanti, tutti capaci, tutti così professionali. Qui la vita è più semplice, posso fare la matta e nessuno ha qualcosa da dire, anzi molto spesso ci si ride sopra. È vero devo prendere medicine ogni giorno per non vedere e sentire il diavolo, ma che ci volete fare se io lo vedo, lo sento, e voi no? Quel pazzo di mio fratello, che ora non gioca più a pallone, mi dice sempre che dovrei farci due parole a quattr’occhi giusto per capire cosa cazzo vuole! Sì, forse un giorno lo farò o forse no.
Sono Gioia, adesso vi chiedo di farmi una domanda…
- Quale?
- Chiedimi se sono felice?
- Sei felice?
- E tu, lo sei?
Il giorno dopo ero pazza. Divenni completamente pazza. Vedevo e sentivo sempre il diavolo e non c’era modo di mandarlo via. Tentai il suicidio almeno 4 volte e le prime tre mi salvò il mio fratellino. Lui era un giocatore di pallone, pensava solo a quello, viveva solo per quello, però quelle tre volte lo trovai accanto silenzioso a tamponare le mie vene sanguinanti delle braccia, a bloccarmi mentre stavo per gettarmi dal balcone e a chiamare l’ambulanza quando mandai giù una trentina di pastiglie. Era un giocatore di pallone e credo se la cavasse bene, un marcatore. Ma quando lo feci per l’ultima volta, lui non c’era, quando lo feci per l’ultima volta, mi gettai nel fiume: volevo proprio vedere se il calciatore di pallone era così bravo a venirmi a tirare fuori di lì, anche perché non sapeva nuotare. Lo fece un altro, uno che non so chi fosse, ma quando lo vidi in faccia appena portata a riva, assomigliava a lui, credetemi, a quel ragazzo che mi violentò, aveva gli stessi tratti somatici, mi venne da ridere e gli dissi:”Ma brutta testa di cazzo, non potevi regalarmi un mazzo di tulipani?”
Sono Gioia. Vivo in una comunità di recupero per malati psichiatrici. Vorrei vivere nel vostro mondo ma non ci riesco. È che il vostro mondo è pieno di giudizi, di rabbia, di cose importanti da fare. Tutti insegnanti, tutti capaci, tutti così professionali. Qui la vita è più semplice, posso fare la matta e nessuno ha qualcosa da dire, anzi molto spesso ci si ride sopra. È vero devo prendere medicine ogni giorno per non vedere e sentire il diavolo, ma che ci volete fare se io lo vedo, lo sento, e voi no? Quel pazzo di mio fratello, che ora non gioca più a pallone, mi dice sempre che dovrei farci due parole a quattr’occhi giusto per capire cosa cazzo vuole! Sì, forse un giorno lo farò o forse no.
Sono Gioia, adesso vi chiedo di farmi una domanda…
- Quale?
- Chiedimi se sono felice?
- Sei felice?
- E tu, lo sei?
venerdì 26 ottobre 2018
Mi sembra di non averlo
Sua madre diceva di lui:
- Mi sembra di non averlo.
Infatti era un bambino che non
disturbava, che non faceva rumore, un bambino a modo. A volte si sentiva come un ascensore vuoto che va su e giù e apre le porte a nessuno, in attesa che arrivi qualcuno a toccare i tasti giusti, dal primo all'ultimo piano. Diventato adulto provò a farsi largo, a farsi notare, ma spesso erano fuochi di paglia, piccoli attimi di protagonismo, solo per creare veloci attenzioni, come quando la gente per strada si gira all'unisono verso un rumore, per poi accorgersi che non è successo niente di strano. Viveva in un piccolo borgo nel centro storico. Teneva sempre le persiane chiuse anche d'estate. La gente che incontrava per strada non lo salutava, e perché mai avrebbe dovuto farlo. Faceva sempre la stessa strada per andare al lavoro, ed entrava nello stesso supermarket per fare la spesa. La cosa singolare era che nessuno si accorgeva di lui, erano tutti così indaffarati che uno più o uno meno intorno non faceva differenza. A lui piaceva molto questa sua capacità di essere invisibile e ne approfittava ogni volta che incrociava uno sguardo curioso spostando i suoi occhi altrove, costringendo la persona che si era accorta di lui a cambiare direzione. Si convinse col tempo che aveva ragione sua madre: lui non c'era, e la cosa non gli dispiaceva. Un giorno, però, trovò un fogliettino nella buca delle lettere, c'era scritto in stampatello: TI OSSERVO TUTTI I GIORNI COL BINOCOLO. Si guardò intorno e poi verso l'alto, in direzione dei tetti, e si sentì nudo. I giorni a seguire diventò nervoso, diffidente, iniziò a guardare negli occhi della gente. Vide i loro atteggiamenti, i loro finti sorrisi, le loro abitudini. Quel messaggio lo catapultò improvvisamente nel mondo circostante: un ascensore che conteneva più gente del dovuto. Tutti a toccare i suoi tasti, a fargli male, a fargli solletico, a dargli fastidio. Su e giù, su e giù, le sue porte che si aprivano ed entravano e uscivano in continuazione estranei al suo interno. Credeva di impazzire, nessun blackout, nessun allarme. Si chiuse in casa e si mise a dormire. In piena notte si svegliò di soprassalto convinto di aver sentito il campanello e corse alla porta, ma non c'era nessuno, probabilmente se l'era sognato. La mattina seguente trovò un altro bigliettino nella buca delle lettere con su scritto bene in stampatello: STAVO SCHERZANDO. Si sentì immediatamente meglio e tornò a essere invisibile, felicemente assente. Passarono gli anni e lui invecchiò come tutti gli esseri umani. Da buon pensionato camminava lento nel solito supermarket e continuava a passare inosservato. Pochi giorni prima che morisse, ma questo lui ancora non lo sapeva, e come avrebbe potuto saperlo, mentre girava la chiave per aprire il cancello, si avvicinò un bambino che gli tirò il cappotto:
- Mi scusi, è vero che lei è famoso?
- E chi te lo ha detto?
Indicando col dito.
- Quella vecchietta col binocolo che vive sul tetto.
- Mi sembra di non averlo.
Infatti era un bambino che non
disturbava, che non faceva rumore, un bambino a modo. A volte si sentiva come un ascensore vuoto che va su e giù e apre le porte a nessuno, in attesa che arrivi qualcuno a toccare i tasti giusti, dal primo all'ultimo piano. Diventato adulto provò a farsi largo, a farsi notare, ma spesso erano fuochi di paglia, piccoli attimi di protagonismo, solo per creare veloci attenzioni, come quando la gente per strada si gira all'unisono verso un rumore, per poi accorgersi che non è successo niente di strano. Viveva in un piccolo borgo nel centro storico. Teneva sempre le persiane chiuse anche d'estate. La gente che incontrava per strada non lo salutava, e perché mai avrebbe dovuto farlo. Faceva sempre la stessa strada per andare al lavoro, ed entrava nello stesso supermarket per fare la spesa. La cosa singolare era che nessuno si accorgeva di lui, erano tutti così indaffarati che uno più o uno meno intorno non faceva differenza. A lui piaceva molto questa sua capacità di essere invisibile e ne approfittava ogni volta che incrociava uno sguardo curioso spostando i suoi occhi altrove, costringendo la persona che si era accorta di lui a cambiare direzione. Si convinse col tempo che aveva ragione sua madre: lui non c'era, e la cosa non gli dispiaceva. Un giorno, però, trovò un fogliettino nella buca delle lettere, c'era scritto in stampatello: TI OSSERVO TUTTI I GIORNI COL BINOCOLO. Si guardò intorno e poi verso l'alto, in direzione dei tetti, e si sentì nudo. I giorni a seguire diventò nervoso, diffidente, iniziò a guardare negli occhi della gente. Vide i loro atteggiamenti, i loro finti sorrisi, le loro abitudini. Quel messaggio lo catapultò improvvisamente nel mondo circostante: un ascensore che conteneva più gente del dovuto. Tutti a toccare i suoi tasti, a fargli male, a fargli solletico, a dargli fastidio. Su e giù, su e giù, le sue porte che si aprivano ed entravano e uscivano in continuazione estranei al suo interno. Credeva di impazzire, nessun blackout, nessun allarme. Si chiuse in casa e si mise a dormire. In piena notte si svegliò di soprassalto convinto di aver sentito il campanello e corse alla porta, ma non c'era nessuno, probabilmente se l'era sognato. La mattina seguente trovò un altro bigliettino nella buca delle lettere con su scritto bene in stampatello: STAVO SCHERZANDO. Si sentì immediatamente meglio e tornò a essere invisibile, felicemente assente. Passarono gli anni e lui invecchiò come tutti gli esseri umani. Da buon pensionato camminava lento nel solito supermarket e continuava a passare inosservato. Pochi giorni prima che morisse, ma questo lui ancora non lo sapeva, e come avrebbe potuto saperlo, mentre girava la chiave per aprire il cancello, si avvicinò un bambino che gli tirò il cappotto:
- Mi scusi, è vero che lei è famoso?
- E chi te lo ha detto?
Indicando col dito.
- Quella vecchietta col binocolo che vive sul tetto.
Aisha
Erano seduti come se stessero attendendo il futuro prossimo, il suono preciso dell'autunno che soffia sulle foglie labili, greggi spirituali di campanelle vibranti, faticosamente ancora appese sui rami invecchiati al sole d'estate. Matt e Robin stavano lì a respirare un fresco venticello, nato dall'incrocio di refoli d'aria disordinati, giunti in orario dalle montagne e dall'oceano come treni merci senza destinazione, senza stazioni, senza luoghi attesi, un misto di dolce e salato. Matt era un ragazzo particolare, Robin era un signore più particolare di Matt.
- Senti, Robin, ti devo parlare di una ragazza.
- Come si chiama?
- Aisha.
Aisha era partita dall'Italia per Boston mesi prima, per fare una foto proprio a quella panchina dove stavano seduti sopra Matt e Robin.
- Ne conosci il motivo? - chiese Robin.
- No, però conosco la storia di Aisha.
Aisha nacque in una zona sperduta di montagna, sulle Alpi Graie, due o tre decadi fa. Quando venne al mondo non pianse, Aisha incredibilmente rise di brutto. Non faceva altro che ridere anche quando era l'ora della poppata, spruzzava latte materno in ogni dove, rischiando di rimanere soffocata. Sua madre, maestra elementare che adorava i libri di Edgar Allan Poe, non sapeva come farla smettere, soprattutto di notte, quando teneva svegli anche il gallo, il cane, i conigli, le capre e i due leocorni. Era una neonata che si spanciava dalle risate. Perché ridesse nessuno lo sapeva, a parte, forse, i due leocorni che sogghignavano sornioni in disparte. Qualche mese dopo, sua madre, mentre leggeva "Quattro bestie in una", la prese in braccio e provò a farle dire qualcosa.
- Aisha, guardami. Prova a dire ma... ma... mam... ma...
- Ma... ma... ma... Massachusetts.
- Matt, va da lei e falla piangere.
- Dove sono le Alpi Graie?
- Da quella parte.
- Grazie Robin.
- Di nulla Matt...
Matt si alzò, si mise l'indice in bocca, poi, ascoltò col dito umido la direzione del vento, e si allontanò come un cow boy appena sceso da cavallo.
- Matt? - urlò Robin.
- Dimmi...
- Come cazzo si scrive Massachusetts?
- Non lo so... nessuno lo sa a Boston.
All'improvviso, da nuvole di treni a vapore giunti in orario, destinazione lago di Michigan, caddero lacrime di gioia sul Mystic River di Boston capitale del Massachusetts.
- Senti, Robin, ti devo parlare di una ragazza.
- Come si chiama?
- Aisha.
Aisha era partita dall'Italia per Boston mesi prima, per fare una foto proprio a quella panchina dove stavano seduti sopra Matt e Robin.
- Ne conosci il motivo? - chiese Robin.
- No, però conosco la storia di Aisha.
Aisha nacque in una zona sperduta di montagna, sulle Alpi Graie, due o tre decadi fa. Quando venne al mondo non pianse, Aisha incredibilmente rise di brutto. Non faceva altro che ridere anche quando era l'ora della poppata, spruzzava latte materno in ogni dove, rischiando di rimanere soffocata. Sua madre, maestra elementare che adorava i libri di Edgar Allan Poe, non sapeva come farla smettere, soprattutto di notte, quando teneva svegli anche il gallo, il cane, i conigli, le capre e i due leocorni. Era una neonata che si spanciava dalle risate. Perché ridesse nessuno lo sapeva, a parte, forse, i due leocorni che sogghignavano sornioni in disparte. Qualche mese dopo, sua madre, mentre leggeva "Quattro bestie in una", la prese in braccio e provò a farle dire qualcosa.
- Aisha, guardami. Prova a dire ma... ma... mam... ma...
- Ma... ma... ma... Massachusetts.
- Matt, va da lei e falla piangere.
- Dove sono le Alpi Graie?
- Da quella parte.
- Grazie Robin.
- Di nulla Matt...
Matt si alzò, si mise l'indice in bocca, poi, ascoltò col dito umido la direzione del vento, e si allontanò come un cow boy appena sceso da cavallo.
- Matt? - urlò Robin.
- Dimmi...
- Come cazzo si scrive Massachusetts?
- Non lo so... nessuno lo sa a Boston.
All'improvviso, da nuvole di treni a vapore giunti in orario, destinazione lago di Michigan, caddero lacrime di gioia sul Mystic River di Boston capitale del Massachusetts.
Ibiza
Alla fine degli anni ottanta quando ero un neopatentato, ogni volta che si invitava una donzella a uscire, la si portava in cremeria, luogo di tradizione, anche perché la cena era ancora troppo impegnativa per un ragazzotto sui vent’anni come me. Di solito ci si trovava tutti lì a coppie, a strafogarsi di affogati. Io prendevo sempre quello al whisky per dare un colpo salutare alla mia timidezza. La cosa interessante di quel periodo era, che noi maschietti, giravamo con lo stereo in mano, dato che i cellulari non erano ancora stati inventati e i ladri pullulavano nascosti nelle siepi dei parcheggi. Quindi, si andava in giro con queste autoradio pesanti almeno 4 kg – i più fortunati avevano il manico, io no. Chi possedeva un “pioneer” era un figo, chi possedeva un “Kenwood” era anche lui un figo, ma un po’ meno, io avevo un “Grundig” di seconda mano, già vintage in quel periodo. Ora immaginatevi una cremeria piena zeppa di autoradio sul tavolo e di coppiette che succhiano dalla cannuccia affogati di ogni gusto. Si parlava di oroscopi:
- Di che segno sei?
- Sagittario!
- Oh, no, troppo libertino, però meglio del capricorno.
E altri argomenti, come la propria squadra del cuore:
- Non mi dire che sei della Juve!
- Sì.
- Noooo!
Oppure, se Tom Cruise è meglio di Richard Gere, quando per noi maschi Claudia Schiffer le batteva tutte – a parte Edwige Fenech che non nominavamo per pudore.
Dopo aver pagato il conto – pagavamo sempre noi maschietti – ci si infilava in macchina e si inseriva lo stereo con una certa delicatezza, quasi a far notare a lei, facendo l’occhiolino, la cura che mettevamo a infilare questo marchingegno, come per dire:
- Vedi come sono bravo!
In quel periodo la mia cassetta in voga erano i Talking Heads, anche se non disdegnavo i Pink Floyd: musica troppo impegnativa, però a me piaceva. Sta di fatto che una sera, quella splendida giovinotta che mi stava accanto, chiese Sandy Marton, sbottonandosi la camicetta. L’unica cosa che accumunava me e Sandy e pure la tizia, erano i capelli lunghi (sì, ci fu un periodo che mi pettinavo). Ebbi un sussulto, non volevo che la mia autoradio, ma soprattutto i miei woofer, potessero essere violentati da quel tizio che voleva andare ad Ibiza, ma lei mi persuase, tirando fuori la sua cassetta da discoteca, pregandomi di sostituirla, con tutta la sua capacità di seduzione, mettendo la bocca a forma di culo di gallina. La osservai con lo sguardo alla Terence Hill, un po’ Trinità e un po’ Don Matteo, giusto per mettere insieme il Selvaggio con il Rispettoso. Schiacciai la leva di espulsione e David Byrne si ritrovò nel sedile posteriore. Infilai la cassetta, misi in moto la macchina e ci dirigemmo verso il campo sportivo, luogo dove di giorno c’erano squadre che prendevano a calci una palla e di notte c’erano squadre che si prendevano e basta. Durante il tragitto con una mano guidavo, con l’altra stavo sul rewind cercando “People from Ibiza” e con la lingua limonavo duro avendo gli occhi sulla scollatura, tanto la macchina conosceva la strada. Arrivato a destinazione e parcheggiato tra una Ritmo e una Duna, ecco che partì il pezzo delirante e mi trovai tra le mani le montagne del Gran Paradiso sognando di andare nella calda Ibiza che stava a una quarantina di centimetri sotto.
- Di che segno sei?
- Sagittario!
- Oh, no, troppo libertino, però meglio del capricorno.
E altri argomenti, come la propria squadra del cuore:
- Non mi dire che sei della Juve!
- Sì.
- Noooo!
Oppure, se Tom Cruise è meglio di Richard Gere, quando per noi maschi Claudia Schiffer le batteva tutte – a parte Edwige Fenech che non nominavamo per pudore.
Dopo aver pagato il conto – pagavamo sempre noi maschietti – ci si infilava in macchina e si inseriva lo stereo con una certa delicatezza, quasi a far notare a lei, facendo l’occhiolino, la cura che mettevamo a infilare questo marchingegno, come per dire:
- Vedi come sono bravo!
In quel periodo la mia cassetta in voga erano i Talking Heads, anche se non disdegnavo i Pink Floyd: musica troppo impegnativa, però a me piaceva. Sta di fatto che una sera, quella splendida giovinotta che mi stava accanto, chiese Sandy Marton, sbottonandosi la camicetta. L’unica cosa che accumunava me e Sandy e pure la tizia, erano i capelli lunghi (sì, ci fu un periodo che mi pettinavo). Ebbi un sussulto, non volevo che la mia autoradio, ma soprattutto i miei woofer, potessero essere violentati da quel tizio che voleva andare ad Ibiza, ma lei mi persuase, tirando fuori la sua cassetta da discoteca, pregandomi di sostituirla, con tutta la sua capacità di seduzione, mettendo la bocca a forma di culo di gallina. La osservai con lo sguardo alla Terence Hill, un po’ Trinità e un po’ Don Matteo, giusto per mettere insieme il Selvaggio con il Rispettoso. Schiacciai la leva di espulsione e David Byrne si ritrovò nel sedile posteriore. Infilai la cassetta, misi in moto la macchina e ci dirigemmo verso il campo sportivo, luogo dove di giorno c’erano squadre che prendevano a calci una palla e di notte c’erano squadre che si prendevano e basta. Durante il tragitto con una mano guidavo, con l’altra stavo sul rewind cercando “People from Ibiza” e con la lingua limonavo duro avendo gli occhi sulla scollatura, tanto la macchina conosceva la strada. Arrivato a destinazione e parcheggiato tra una Ritmo e una Duna, ecco che partì il pezzo delirante e mi trovai tra le mani le montagne del Gran Paradiso sognando di andare nella calda Ibiza che stava a una quarantina di centimetri sotto.
Molly
Mentre Molly, con la sua delicata prudente mano - una clessidra del tempo - gli accarezzava i suoi capelli neri, con l'intenzione di trasformarli in sabbia, lui stava sdraiato confuso sul divano, a leggere complicate pagine disordinate di un libro di Cortazar.
- Perché leggi sempre cose che non capisci?
- Per far passare il tempo.
Gli tirò appena i capelli e poi se li fece scivolare tra le dita.
- Un giorno mi cadranno tutti, di colpo - le disse, voltandosi, sorridendo con i suoi denti storti. Lei fece un sospiro e lui riprese a leggere.
Era già tardi, la luna fuori era invadente, troppo grande per svegliare erotiche maree. Molly decise di fare un caffè e di mettere su un vinile.
- Paul, ti piace...
- Sì.
Un fruscio e un gorgoglio, e la stanza si riempì di musica e di moka.
Bevvero il caffè bollente con due cucchiaini di zucchero di canna, si accesero la sigaretta e aprirono la finestra. Una nuvola avvolse la luna.
- Domani piove, Molly.
Guardarono sotto, la strada era deserta. Lanciarono le cicche. Volarono via come due fuochi artificiali appena esplosi, due vite andate in fumo che si spegnevano sull'asfalto.
- Non ti amo più, Paul.
- Neanch'io, Molly.
Molly si allontanò nel medesimo istante, durante il quale, la nuvola grigia che avvolgeva la luna, si sfaldò, come vapore acqueo, lucidandola di un argento vivo, che non bastava tutto l'oro del mondo per quanto fosse preziosa in quel momento.
- Io vado a fare un bagno.
Lei si fece scivolare, lungo il suo corpo, il suo aderente vestito e si avviò nuda verso il corridoio. Paul la osservò come faceva sempre, con quello sguardo spento ma con il cuore pulsante nelle pupille da farlo lacrimare, e si chiese quale fosse il motivo vero, per quell'intenso, potente, vivo desiderio che aveva verso quella enigmatica crudele creatura, che giocava con attenta passione ad essere piacevolmente insensibile.
- Non farmi aspettare.
- Perché leggi sempre cose che non capisci?
- Per far passare il tempo.
Gli tirò appena i capelli e poi se li fece scivolare tra le dita.
- Un giorno mi cadranno tutti, di colpo - le disse, voltandosi, sorridendo con i suoi denti storti. Lei fece un sospiro e lui riprese a leggere.
Era già tardi, la luna fuori era invadente, troppo grande per svegliare erotiche maree. Molly decise di fare un caffè e di mettere su un vinile.
- Paul, ti piace...
- Sì.
Un fruscio e un gorgoglio, e la stanza si riempì di musica e di moka.
Bevvero il caffè bollente con due cucchiaini di zucchero di canna, si accesero la sigaretta e aprirono la finestra. Una nuvola avvolse la luna.
- Domani piove, Molly.
Guardarono sotto, la strada era deserta. Lanciarono le cicche. Volarono via come due fuochi artificiali appena esplosi, due vite andate in fumo che si spegnevano sull'asfalto.
- Non ti amo più, Paul.
- Neanch'io, Molly.
Molly si allontanò nel medesimo istante, durante il quale, la nuvola grigia che avvolgeva la luna, si sfaldò, come vapore acqueo, lucidandola di un argento vivo, che non bastava tutto l'oro del mondo per quanto fosse preziosa in quel momento.
- Io vado a fare un bagno.
Lei si fece scivolare, lungo il suo corpo, il suo aderente vestito e si avviò nuda verso il corridoio. Paul la osservò come faceva sempre, con quello sguardo spento ma con il cuore pulsante nelle pupille da farlo lacrimare, e si chiese quale fosse il motivo vero, per quell'intenso, potente, vivo desiderio che aveva verso quella enigmatica crudele creatura, che giocava con attenta passione ad essere piacevolmente insensibile.
- Non farmi aspettare.
venerdì 27 aprile 2018
Però era bella, bella davvero.
Trascorreva le notti a rimuginare mancate intenzioni. La sua mente era un giudice di un processo continuo di primo grado e la sentenza non lasciava dubbi sulla sua scarsa e trascurata innocenza. Non aveva alibi, sapeva condannarsi così bene che si accollava anche le colpe degli altri: come una spugna, come una calamita, come la malattia. Però era bella, bella davvero. I suoi occhi rutilanti lucidavano lontani pianeti roventi, le sue labbra mobili strisciavano come serpenti su... ghiacciai innevati da sbattere i denti e i suoi capelli erano liane elettriche penzolanti, di giungle metropolitane deserte, formatesi appena dopo l'estinzione di ogni essere vivente. Però era bella, bella davvero.
Una notte squillò il cellulare. Era notte fonda, più buia della foresta. Io me ne stavo in un sogno devastante aggrappato a un grattacielo di schiena, su di una colonna vertebrale femminile a scala chiocciola. I gradini erano stretti, salivo a malapena in punta dei piedi. Al suono improvviso caddi all'indietro sbattendo la testa sul cuscino.
- Pronto...
La sua voce ringhiava dolcemente. Il suo fiato mi fece resuscitare.
- Stavi dormendo?
- Chi sei?
- Non prendo mai sonno.
Però era bella, bella davvero.
- Adesso ti racconto una storia.
- Fallo, ti prego.
- C'era una volta una bella ragazza, bella davvero. Era sveglia, talmente sveglia che non dormiva mai. Poi, un giorno arrivò un ragazzo che la baciò sulle labbra. Lei semplicemente chiuse gli occhi e dopo molti anni, finalmente, si mise a dormire di un sonno profondo, così profondo, che il ragazzo stupito, decise di baciarla ancora e ancora. Ogni bacio era un sogno, ogni sogno era una reincarnazione. A lei spuntò un sorriso... pronto... pronto... pronto?
Però era bella, bella davvero.
Una notte squillò il cellulare. Era notte fonda, più buia della foresta. Io me ne stavo in un sogno devastante aggrappato a un grattacielo di schiena, su di una colonna vertebrale femminile a scala chiocciola. I gradini erano stretti, salivo a malapena in punta dei piedi. Al suono improvviso caddi all'indietro sbattendo la testa sul cuscino.
- Pronto...
La sua voce ringhiava dolcemente. Il suo fiato mi fece resuscitare.
- Stavi dormendo?
- Chi sei?
- Non prendo mai sonno.
Però era bella, bella davvero.
- Adesso ti racconto una storia.
- Fallo, ti prego.
- C'era una volta una bella ragazza, bella davvero. Era sveglia, talmente sveglia che non dormiva mai. Poi, un giorno arrivò un ragazzo che la baciò sulle labbra. Lei semplicemente chiuse gli occhi e dopo molti anni, finalmente, si mise a dormire di un sonno profondo, così profondo, che il ragazzo stupito, decise di baciarla ancora e ancora. Ogni bacio era un sogno, ogni sogno era una reincarnazione. A lei spuntò un sorriso... pronto... pronto... pronto?
Però era bella, bella davvero.
domenica 18 marzo 2018
Se dovessi amarti
Se dovessi amarti mi spoglierei della devozione eccessiva, mi
leverei la superflua pignoleria addosso e mi sfilerei la mia inutile
scrupolosità dalla schiena. Poi, depositerei il mio tatto in un baule di
un’auto rubata, parcheggiata nella piazza del mercato, pronta a partire
inseguita dal disordine costituito. Infilerei una maschera di ghiaccio contro i
bollenti spiriti, accenderei mozziconi raccolti per strada per assaporare il
gusto amaro degli ipocriti e osserverei la lenta grigia anima salire tra le
nuvole a pecorelle. Darei un appuntamento al cuore a un incrocio, mi
nasconderei dietro a un angolo, per vederlo guardarsi intorno, a battere come
una prostituta a ridosso del semaforo. Se dovessi amarti andrei a cantagliene
quattro sbattendo i pugni sul muro.
Quando ti dissi queste parole, la pioggia ci cadeva sulle
guance, a stento riuscivamo a tenere aperte le palpebre. Quante volte abbiamo provato
invano ad asciugarci il viso con le mani umide. - Piove sul bagnato…
Iniziammo a ridere a crepapelle nel piagnisteo circostante, su quell’isola di cemento a costruirci una zattera, per timore che tutto sarebbe invecchiato col bel tempo e che il sole avrebbe asciugato i nostri eccetera eccetera.
Se dovessi amarti proteggerei, per quanto mi sia possibile, ogni incantevole e benedetta pozzanghera.
giovedì 22 febbraio 2018
Febbraio
Era una sera di febbraio, e febbraio è un mese di poche parole, è un sms, è un appuntamento veloce, un cappotto corto, una gonna a tubo, una maglia a girocollo. Febbraio è due piccoli seni, le caviglie magre, la frangia negli occhi, la pelle bianca sulle guance. Febbraio è un paradosso, febbraio ti stava appiccicato addosso. Potevi togliere o aggiungere giorni, potevi tornare o andartene, potevi fare un po' come cazzo ti pare. Ti ricordi, era un anno bisestile, e quel giorno,... era un giorno in più, come te, che sei sempre stata in più, in diverse occasioni. Eri in più quando mancava qualcosa, eri in più quando non c'era posto, eri in più a ogni costo. Febbraio è come stare al cinema e uscire prima, prima che finisca, è come scopare con qualche indumento addosso, è il fremito, è la foga nello spingere, nel restare aggrappato, a bocca aperta, con la lingua di fuori, con la voglia di scappare, e farsi del male per stare bene... febbraio non dovrebbe mai finire.
Era una sera... poi, nella notte, venne un mese pieno, un mese intero.
Era una sera... poi, nella notte, venne un mese pieno, un mese intero.

giovedì 4 gennaio 2018
Vuoto d'aria
Avevano corrotto i loro sogni con l’abitudine, il quieto vivere. Seguivano costantemente come formiche impazzite il flusso della gente, per raccogliere dai visi sconosciuti, briciole di verità presunte. La via era colma, i pacchetti erano stati confezionati bene. Migliaia di fiocchi passavano orizzontali, e non era la neve.
“Natale è alle porte”, si sentiva per le strade.
- Natale mi mette tristezza. Ecco questo è per te?
- Che cos’è?
- Un pensiero. ...
Lui lo aprì e ci trovò un cavatappi di un certo livello. Erano in piedi sotto i portici, al freddo. Entrambi soffiavano fiato caldo sulle mani. Un gesto che solitamente fanno tutti.
- E il pensiero dov’è?
Tirò fuori dalla borsa una bottiglia di vino.
- Così va meglio.
E l’aprì.
- Allora parti?
- Sì, la vigilia.
- Quando torni?
Bevvero in silenzio senza bicchieri. Prima d’ogni sorso ci mettevano dentro le narici.
- Anch’io ho qualcosa per te!
- Cosa?
- Un pensiero.
Lei tentò di aprirlo ma il fiocco s’intrecciò. Il nodo si strinse così tanto che neanche a morderlo si sarebbe sciolto. Non voleva rompere la carta fatta di campanelle e di stelle comete.
- Hai qualcosa per…
Si sentì nervosa.
Lui cercò nelle tasche.
- Senti…
Lei decise di strapparla con furia felina, quel nodo l’aveva soffocata. La sbriciolò con le unghie come se avesse avuto l’orticaria. Ogni pezzettino un senso di colpa.
Un ghigno spaventoso si stampò sulla faccia.
La scatola era vuota.
- Quindi?
Lui guardò a terra i frammenti sparsi.
- Sarei vuota?
- Era la carta il regalo.
Il ghigno divenne tremolante e la mandibola prese a vibrare dal freddo.
- All’interno avevo scritto una storia.
Si accorse delle parole che aveva fatto a pezzi. Avrebbe voluto diventare una formica.
- Non sono brava con i puzzle.
- Non potevi saperlo.
- Fai sempre dei regali di merda, lo sai?
Continuarono a bere vino, poi si salutarono. Lui se n’è andò via con il cavatappi e la bottiglia finita, lei con la scatola vuota.
La storia venne calpestata dalla folla.
- Si allacci le cinture, stiamo decollando.
- Certo.
- Vuole che le metta la scatola nel portabagagli.
- No, no, grazie.
Quando l’aereo prese a virare, un vuoto d'aria le arrivò nello stomaco.
Lei riaprì la scatola.
Non c’era niente di niente.
Solo una scritta sul coperchio.
Just do it.
“Natale è alle porte”, si sentiva per le strade.
- Natale mi mette tristezza. Ecco questo è per te?
- Che cos’è?
- Un pensiero. ...
Lui lo aprì e ci trovò un cavatappi di un certo livello. Erano in piedi sotto i portici, al freddo. Entrambi soffiavano fiato caldo sulle mani. Un gesto che solitamente fanno tutti.
- E il pensiero dov’è?
Tirò fuori dalla borsa una bottiglia di vino.
- Così va meglio.
E l’aprì.
- Allora parti?
- Sì, la vigilia.
- Quando torni?
Bevvero in silenzio senza bicchieri. Prima d’ogni sorso ci mettevano dentro le narici.
- Anch’io ho qualcosa per te!
- Cosa?
- Un pensiero.
Lei tentò di aprirlo ma il fiocco s’intrecciò. Il nodo si strinse così tanto che neanche a morderlo si sarebbe sciolto. Non voleva rompere la carta fatta di campanelle e di stelle comete.
- Hai qualcosa per…
Si sentì nervosa.
Lui cercò nelle tasche.
- Senti…
Lei decise di strapparla con furia felina, quel nodo l’aveva soffocata. La sbriciolò con le unghie come se avesse avuto l’orticaria. Ogni pezzettino un senso di colpa.
Un ghigno spaventoso si stampò sulla faccia.
La scatola era vuota.
- Quindi?
Lui guardò a terra i frammenti sparsi.
- Sarei vuota?
- Era la carta il regalo.
Il ghigno divenne tremolante e la mandibola prese a vibrare dal freddo.
- All’interno avevo scritto una storia.
Si accorse delle parole che aveva fatto a pezzi. Avrebbe voluto diventare una formica.
- Non sono brava con i puzzle.
- Non potevi saperlo.
- Fai sempre dei regali di merda, lo sai?
Continuarono a bere vino, poi si salutarono. Lui se n’è andò via con il cavatappi e la bottiglia finita, lei con la scatola vuota.
La storia venne calpestata dalla folla.
- Si allacci le cinture, stiamo decollando.
- Certo.
- Vuole che le metta la scatola nel portabagagli.
- No, no, grazie.
Quando l’aereo prese a virare, un vuoto d'aria le arrivò nello stomaco.
Lei riaprì la scatola.
Non c’era niente di niente.
Solo una scritta sul coperchio.
Just do it.
sabato 9 dicembre 2017
Uno sguardo furtivo
Non credo sia il caso di scomodare Dostoevskij per uno sguardo furtivo in una serata invernale. Seppur vero che un attimo di beatitudine può valere una vita intera, un incrocio di pupille è solo un passaggio di vedute. Neanche un tocco di capelli tra le dita possono aspirare, in chi le osserva, la possibilità di un interesse specifico come un segnale lanciato per un possibile approccio, solo per iniziare a scambiarsi, vicendevolmente, delle parole inutili, per raggiungere un'intesa, per nulla scontata, ancora da scoprire. Sta di fatto che lo sguardo c'è stato e non succederà niente, ognuno tornerà nel suo nido nascosto, e lascerà al destino, il compiersi o meno, dell'improbabile evento, costruito tra i castelli in aria, dalla propria mente immaginaria. L'utopia è come l'oroscopo, venere ti entra nella prima casa ma non ti estingue il mutuo. Resterà solo l'eterna clessidra, colei che viene sempre capovolta, e tu granello di quella polvere, non farai altro che scorrere, ripetendo all'infinito, quello sguardo furtivo.
giovedì 7 settembre 2017
Samy
Sicuramente era uscita da un manifesto della belle époche o da un quadro d’avanguardia di Chagall. Stava abbracciata allo stipite della porta, per non rischiare di volare via, come una sposa, che non sarebbe mai entrata in chiesa, che non avrebbe mai più potuto cambiarsi d’abito.
Samy si tingeva sempre i capelli di biondo se doveva partire. Quel giorno, era tornata, e se ne stava lì appoggiata allo stipite della porta.
Girarci intorno era impossibile, anche se decollava mantenendo i piedi per terra, non si lasciava andare a facili conclusioni. Aveva tatuaggi sulle braccia, di quelli che spariscono lentamente a settembre. Erano dei rami con foglioline che aspettavano l’autunno per cadere dolcemente in laghetti sperduti di campagne ingiallite.
Samy era come un girasole, era come una foglia. Samy, stava sempre sulla soglia.
- Tu non hai mai avuto quel pizzico di disperazione? – mi chiese voltandosi rapidamente, mentre io uscivo allo scoperto.
- Scusa? – risposi quasi fossi stato preso alla sprovvista.
- Ma sì, quella fiamma invisibile che brucia dentro: la fiamma pilota.
- Dentro?
Samy sospirò e sollevò i suoi occhi verso l’alto inarcando le sopracciglia, quasi per trovare, nella sua legittima perplessità, da qualche entità spirituale, nelle galassie dell’immaginazione, una spiegazione alla mia ingenuità.
- Il pizzico di disperazione è quel dolorino costante, è quel cerchietto alla testa appena fastidioso, è l’extrasistole al cuore, è un prurito alle costole, è mordersi la lingua, è un moscerino nell’occhio, è un’unghia incarnita, è… è… è… capisci?
- No.
- Ma come no, santiddio! È quella cosa che se non ci fosse non sopravvivresti. Ma non lo vedi negli occhi della gente? Non lo vedi nelle loro pupille?
- No.
Tutta quella sua burrascosa esposizione di esempi strampalati, mi confondeva. Non avevo mai pensato al “pizzico di disperazione”, casomai, alla disperazione vera e propria.
- Quindi, tu quella fiamma non l’accendi?
- Perché dovrei?
Si spazientì.
- Mai chiedere a una donna “perché?”. A una donna fai sempre domande con “Come, cosa, dove”. Capisci?
Cercai di spiazzarla con la mia preghiera.
- Qual è il mio pizzico di disperazione, allora?
- La quiete.
- Prima o dopo la tempesta?
- Durante.
Samy si tingeva sempre i capelli di biondo se doveva partire. Quel giorno, era tornata, e se ne stava lì appoggiata allo stipite della porta.
Girarci intorno era impossibile, anche se decollava mantenendo i piedi per terra, non si lasciava andare a facili conclusioni. Aveva tatuaggi sulle braccia, di quelli che spariscono lentamente a settembre. Erano dei rami con foglioline che aspettavano l’autunno per cadere dolcemente in laghetti sperduti di campagne ingiallite.
Samy era come un girasole, era come una foglia. Samy, stava sempre sulla soglia.
- Tu non hai mai avuto quel pizzico di disperazione? – mi chiese voltandosi rapidamente, mentre io uscivo allo scoperto.
- Scusa? – risposi quasi fossi stato preso alla sprovvista.
- Ma sì, quella fiamma invisibile che brucia dentro: la fiamma pilota.
- Dentro?
Samy sospirò e sollevò i suoi occhi verso l’alto inarcando le sopracciglia, quasi per trovare, nella sua legittima perplessità, da qualche entità spirituale, nelle galassie dell’immaginazione, una spiegazione alla mia ingenuità.
- Il pizzico di disperazione è quel dolorino costante, è quel cerchietto alla testa appena fastidioso, è l’extrasistole al cuore, è un prurito alle costole, è mordersi la lingua, è un moscerino nell’occhio, è un’unghia incarnita, è… è… è… capisci?
- No.
- Ma come no, santiddio! È quella cosa che se non ci fosse non sopravvivresti. Ma non lo vedi negli occhi della gente? Non lo vedi nelle loro pupille?
- No.
Tutta quella sua burrascosa esposizione di esempi strampalati, mi confondeva. Non avevo mai pensato al “pizzico di disperazione”, casomai, alla disperazione vera e propria.
- Quindi, tu quella fiamma non l’accendi?
- Perché dovrei?
Si spazientì.
- Mai chiedere a una donna “perché?”. A una donna fai sempre domande con “Come, cosa, dove”. Capisci?
Cercai di spiazzarla con la mia preghiera.
- Qual è il mio pizzico di disperazione, allora?
- La quiete.
- Prima o dopo la tempesta?
- Durante.
giovedì 31 agosto 2017
La montagna
Le montagne sono delfini in tuffo restati di sasso, sono corpi sdraiati con visi rugosi, sono infiniti seni rigogliosi da stringere e da succhiare. Forse, è la distanza insopportabile che hai dentro che ti tiene scollegato dal mondo, il bisogno urgente di dare forma alla follia. Eppure, l’imponenza della montagna è lì ogni mattina, per chi ha modo di vederla, a prendersi la scena, a suggerirti un’idea. Qualcuno ha la necessità di conquistarla, qualcuno invece si accontenta di... stare ai suoi piedi per venerarla. Ma lei non cammina, casomai, si muove, si stira, si gratta e molto spesso sbadiglia. Basta un viaggio in pianura senza meta per avere nostalgia. Salita e discesa, salita e discesa, un elettrocardiogramma, un direttore d’orchestra con la bacchetta in mano che la disegna, le tue dita nelle insenature, uno strumento a fiato, una tromba d’aria, una catena per afferrare la roccia, un chiodo fisso, uno strumento a corda, graffi sul viso, squarci sulla tela. La montagna dice sempre di sì ad ogni tua richiesta, non si è mai visto che scuota la testa. Girarci intorno come una spirale se vuoi salire, per scendere basta rotolare. Montagne di problemi, montagne di impegni, montagne di cose da fare, montagne di responsabilità, montagne di soldi. Se vuoi tradirla ci fai una galleria. Un buco nello stomaco, un intervento chirurgico, uno stupro. Dov’è il valore aggiunto quando alzi la testa, quando arrivi in cima, quando sei aggrappato alla parete dalla parte sbagliata?
- Oggi ho imparato una parola nuova: “enantiosemia”.
- E quindi?
- Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare la corda vuol dire andare più in alto.
- E tagliare la corda?
- Fuggire o salvare qualcuno.
- Oggi ho imparato una parola nuova: “enantiosemia”.
- E quindi?
- Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare la corda vuol dire andare più in alto.
- E tagliare la corda?
- Fuggire o salvare qualcuno.
martedì 1 agosto 2017
Liza e Rob
Era un tardo pomeriggio estivo d’agosto. Rob leggeva distrattamente un libro giallo, ogni due righe la sua testa dondolava come un pendolo. Tratteneva il respiro quando s’immergeva nella lettura, sembrava un delfino che rincorre una barca alla deriva. Dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori. Ogni tanto perdeva la concentrazione invaso dai pensieri, qualche tuffo nei ricordi. Chiuse il libro con vigore, quasi volesse schiacciare alcune parole, quasi volesse mischiarle, ...quasi volesse farle esplodere.
- Qualcosa non ti convince?
Rob provò a girarsi, Liza non gli diede il tempo di farlo. Allungò il braccio facendogli vedere solo la mano aperta verso il mare blu cobalto.
- Quella davanti è una delle tante agave presenti nei giardini, insieme a migliaia di altre piante tropicali… crescono benissimo. Cresce pure il papiro e il banano.
- Il Paradiso?
- Qualcosa del genere.
Liza posò quella mano sulla spalla di Rob e gli chiese:
- Apri il libro, vai a pagina 40 riga 20 e leggi le due righe che di solito hai l’abitudine di fare.
Rob diede un’occhiata alle bianche unghie di Liza e pensò che basta veramente poco per crescere. Aprì minuziosamente le pagine ferite, arrivò alla pagina richiesta e contò le righe facendo scivolare il dito indice, mentre le unghie intimidite di Liza stringevano il deltoide. Avevano talmente paura che deglutirono insieme. Lui prese a leggere:
- Da soli si può vivere perfettamente… - si fermò a riprendere fiato.
- Vai avanti… - disse Liza affondando le unghie.
- Ma non una vita.
Rob finalmente si girò e la vide nella sua interezza. Le unghie erano entrate nella carne.
- E questo cos’è, un Paradiso interno?
- Chi lo sa! Magari mi è sfuggito qualcosa… mi sfugge sempre qualcosa.
Liza lasciò la presa, Rob vide mezze lune rosse come sorrisi sulla sua pelle.
- So già chi è l’assassino.
- Hai delle belle unghie.
- Crescono benissimo.
Per un attimo ebbero una gran voglia di piangere.
- Qualcosa non ti convince?
Rob provò a girarsi, Liza non gli diede il tempo di farlo. Allungò il braccio facendogli vedere solo la mano aperta verso il mare blu cobalto.
- Quella davanti è una delle tante agave presenti nei giardini, insieme a migliaia di altre piante tropicali… crescono benissimo. Cresce pure il papiro e il banano.
- Il Paradiso?
- Qualcosa del genere.
Liza posò quella mano sulla spalla di Rob e gli chiese:
- Apri il libro, vai a pagina 40 riga 20 e leggi le due righe che di solito hai l’abitudine di fare.
Rob diede un’occhiata alle bianche unghie di Liza e pensò che basta veramente poco per crescere. Aprì minuziosamente le pagine ferite, arrivò alla pagina richiesta e contò le righe facendo scivolare il dito indice, mentre le unghie intimidite di Liza stringevano il deltoide. Avevano talmente paura che deglutirono insieme. Lui prese a leggere:
- Da soli si può vivere perfettamente… - si fermò a riprendere fiato.
- Vai avanti… - disse Liza affondando le unghie.
- Ma non una vita.
Rob finalmente si girò e la vide nella sua interezza. Le unghie erano entrate nella carne.
- E questo cos’è, un Paradiso interno?
- Chi lo sa! Magari mi è sfuggito qualcosa… mi sfugge sempre qualcosa.
Liza lasciò la presa, Rob vide mezze lune rosse come sorrisi sulla sua pelle.
- So già chi è l’assassino.
- Hai delle belle unghie.
- Crescono benissimo.
Per un attimo ebbero una gran voglia di piangere.
mercoledì 19 luglio 2017
Una goccia nell'oceano
Una goccia nell’oceano – così dicono.
Quando ti accorgi, anche solo per un attimo di una goccia nell’oceano, e ci metti un po’ di premura, cortesia, attenzione tipica del contadino che sogna di essere un marinaio, ecco che una goccia seminata in un punto preciso dell’oceano – aspettando che piova sul bagnato – apre, spalanca, squarcia la superficie, e un albero a vapore improvvisamente soffia con impeto verso il cielo la sua esplosione vitale. La miccia è una vena colorata nel torace, il detonatore è la goccia che fa traboccare il vaso di luce.
Una goccia nell’oceano – così dicono.
Quando ti accorgi, anche solo per un attimo di una goccia nell’oceano, e ci metti un po’ di premura, cortesia, attenzione tipica del contadino che sogna di essere un marinaio, ecco che una goccia seminata in un punto preciso dell’oceano – aspettando che piova sul bagnato – apre, spalanca, squarcia la superficie, e un albero a vapore improvvisamente soffia con impeto verso il cielo la sua esplosione vitale. La miccia è una vena colorata nel torace, il detonatore è la goccia che fa traboccare il vaso di luce.
Una goccia nell’oceano – così dicono.
giovedì 6 luglio 2017
Il dilettante
Il dilettante ricerca, con assiduità, il mestiere, ovvero, ciò che definirei: la svolta. Ha quasi una sorta di mania di onnipotenza, si muove lungo sentieri in salita senza indicazioni di sorta. Non sa mai dove andare, e sbaglia sempre direzione. Eppure continua, accompagnato dai suoi sensi di colpa, spinto da convinzioni proprie, molto spesso infondate. Sa benissimo che non ha molto spazio e sa benissimo che ha bisogno di una grande preparazione, di una disciplina e di una predisposizione verso la conoscenza più elevata. Ci sono molti fattori che devono entrare in funzione, non basta una volontà di ferro e neanche la voglia di esprimersi, ci va il fuoco, e il fuoco non si può spiegare. Una volta conobbi un tizio che praticava malamente tutti gli sport possibili e inimmaginabili. Avevo una certa ammirazione per questa sua ostinazione. Oggi spero che si annoi spaparanzato sul divano a fare assolutamente niente fissando ragnatele negli angoli del soffitto. In fin dei conti, il dilettante si nutre con poco e quel poco gli basta: sguazza nell’utopia e, quelle poche volte che ci riesce, accende piccole fiamme come fiammiferi che strisciano sulla parte ruvida. Durano poco, il tempo necessario per accendere una pipa. Forse è un vizio, un automatismo di sopravvivenza, o forse, è solo togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Il problema vero però, è che al dilettante, il sassolino, una volta tolto, gli manca.
domenica 2 luglio 2017
Tany
Tany aveva un’abitudine, non rara nelle femmine, in poche parole, quando usciva di casa alla mattina tornava sempre indietro perché si era dimenticata qualcosa. Non lo faceva apposta. Iniziò a pensare che in fondo era solo un modo per ritardare un evento inatteso nella vita. Ci teneva a questo suo rito quotidiano. Ogni volta faceva la conta delle cose che doveva prendere e ogni santa volta si scordava di un particolare. Mentre faceva le scale già sapeva che sarebbe ritornata.... Ne era felice. Quando raccontava questa cosa alle amiche, ne rideva come una conseguenza di sbadataggini inconsce ereditate da chissà quali distratte antenate. Forse, era meglio non venire a conoscenza di segreti nascosti nei meandri della mente irrazionale. Ma a lei piaceva rifare il percorso, era una sorta di cerimoniale, per evitare, probabilmente, sventure che le sarebbero capitate nel caso in cui avesse preso tutto l’occorrente. Una mattina, si scordò di aver scordato qualcosa e salì in macchina come se nulla fosse. Fece tutta la giornata come sempre e alla sera si trovò in un supermercato a fare la spesa. Mentre ripassava tutto quello che le mancava, ebbe una sensazione nefasta, ovvero, il preludio di un attacco di panico imminente. Cominciò a respirare affannosamente, andò in iperventilazione e cadde nel carrello di un tizio che aveva appena preso delle uova fresche. La frittata ormai era fatta. Lei si riprese e si scusò per l’accaduto. Però, la paura tornò a farsi largo immediatamente. Il suo unico pensiero era: “oggi mi sto ricordando tutto e non ho dimenticato niente”. Si lasciò andare nuovamente e il tizio la prese al volo come un portiere di calcio che blocca una palla vagante. Lei aprì gli occhi e lo baciò con fervore. Non si diedero nessuna spiegazione e corsero fuori lasciando i carrelli pieni con le uova sfracellate che gocciolavano sulla pavimentazione. Andarono a casa di lui senza fiatare, senza dirsi nulla, senza alcun turbamento, senza pudore. Quando entrarono, lui la prese con trasporto e lei lo lasciò fare. Erano entrambi pieni di eccitazione, qualcosa di estremamente sorprendente stava per accadere. Le lingue si intrecciarono, le mani ovunque, l’ardore si era impadronito dei loro pensieri eroticamente più profondi. Fred azzardò di brutto, infilò una mano sotto la gonna per levare con forza ogni intimo ostacolo.
- Non hai le mutandine! – le disse spalancando gli occhi con piacere.
Non lo avesse mai detto. Tany si ricompose e gli diede un buffetto.
- Oddio, meno male!
Lei uscì di corsa, dimenticandosi di Fred come si dimenticava le cose alla mattina.
Mentre faceva le scale già sapeva che sarebbe ritornata.
- Non hai le mutandine! – le disse spalancando gli occhi con piacere.
Non lo avesse mai detto. Tany si ricompose e gli diede un buffetto.
- Oddio, meno male!
Lei uscì di corsa, dimenticandosi di Fred come si dimenticava le cose alla mattina.
Mentre faceva le scale già sapeva che sarebbe ritornata.
sabato 17 giugno 2017
A centinaia di chilometri, in linea d’aria.
Tra il letto di lui e quello di lei, c’erano in linea d’aria,
centinaia di chilometri. Dormivano separati da sempre, vivevano distanti le
loro vite, conducevano le loro quotidiane abitudini lontani l’uno dall’altra
come degli sconosciuti. Non si erano mai incontrati come non si incontrano mai
tra loro miliardi di esseri umani. Una sera, dopo che lei fece un lungo viaggio
di lavoro, si trovò a sistemare cose insieme a lui, che era lì per caso, a
sistemare le medesime cose. Stavano in uno spazio preciso a raccogliere oggetti
da imballare, a nastrarli con cura, a impacchettarli per essere poi portati
via. Si incrociavano senza toccarsi procedendo a passi in diagonale alla ricerca
degli angoli opposti. Sembrava che un invisibile elastico li tenesse attaccati
come un bungee jumping orizzontale. A turno facevano il perno. Ogni tanto, lui
la faceva sorridere, con discrete battute ironiche. C’era un eccesso di pudore
anche se a entrambi il sangue ribolliva fino alle tempie. Dove c’è rispetto c’è
una gran voglia di fare l’amore. Nel movimento reciproco all’esecuzione delle
loro mansioni, se uno avesse seguito i loro passi tracciando linee con una
matita, si sarebbe accorto da esperto grafico, che stava disegnando una stella.
Lui era lento lei era una molla. Quando ebbero finito e svuotato il luogo, messo
ogni cosa in un furgoncino, rimasero in silenzio a guardarsi intorno con le
mani sui fianchi, a fissare il soffitto dove l’unica cosa che resta è il
lampadario. D’altronde, la forza di gravità non consente di sistemare lassù
nulla che non sia una ragnatela. Si guardarono le ginocchia quasi come in un
inchino, e si strinsero la mano. Neanche un bacio. Non era il caso di dare ai
loro occhi il beneficio di farsi un viaggio, che non fosse quello di ritorno.
L’amore non si consuma, l’amore è lasciare la presenza al
vuoto di una stanza. Lei si sedette al volante, inserì la chiave, attese il tempo necessario di sistemarsi i capelli attraverso lo specchietto retrovisore, e i loro occhi finalmente s’incrociarono. Lei ebbe una gran voglia di scendere e lui di andarle ad aprire la portiera. Stava in mezzo a una strada. Mancò il fiato, il cuore rimbombava, le gambe tremarono. Pochi secondi di trasporto per capire che quella donna avrebbe potuto sistemargli le cose, pochi secondi di trasporto per capire che quell’uomo avrebbe potuto sistemarle la vita. Mise in moto l’automezzo e partì spedita. Lui prese, con la sua consueta lentezza, la via di casa.
La mattina dopo accadde qualcosa, qualcosa di inaspettato, inatteso, impensabile: si dimenticarono, si scordarono, continuarono la loro vita solitaria, dormendo in letti separati, a centinaia di chilometri, in
linea d’aria.
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